terza repubblica? Non c’è tempo. La sovranità popolare si può ricostruire solo nei grandi spazi.

Ogni tanto riaffiora il dibattito sulla Terza Repubblica, quella che dovrebbe nascere dal fallimento della Seconda Repubblica, a sua vota nata dalle ceneri della prima, bruciata da tangentopoli. Ho sempre considerato questa rappresentazione priva di ogni fondamento. L’Italia ha avuto ed ha una sola Repubblica: quella nata dalla Costituzione antifascista del 1948. Dopo quel disegno avanzato non si è mai visto nulla che avesse qualche sembianza di nuovo organico disegno costituzionale. Certo tangentopoli ha segnato uno spartiacque tra due fasi politiche distinte della storia della Repubblica italiana, ma nulla di più. Si può, ovviamente, opinare su questo. Ma una cosa è certa: non c’è prospettiva per una nuova Repubblica italiana, seconda o terza che dir si voglia. Per una ragione semplice e chiara: l’era degli stati nazione è finita da molto tempo e non è in questa dimensione che si può ritrovare la sovranità popolare perduta. Si è discusso molto in questi anni della Grande Crisi finanziaria ed economica del 2008 ma poco si è fatto per affrontarne le cause. Tra queste un ruolo certamente rilevante ha avuto quella che chiamiamo la finanziarizzazione dell’economia. Ma di gran lunga più importante è stato il peso della crisi dello Stato perché è da questa che sono scaturite tutte le altre crisi: quella economica, quella finanziaria, quella ecologica. Da un lato, infatti, l’aver affidato la gestione dei rischi e del ciclo economico ad una finanza deregolamentata – e autorizzata di fatto a stampare quantità di moneta illimitata – ha determinato una crescita abnorme delle diseguaglianze – vera causa della caduta del potenziale produttivo in Occidente e della crisi ecologica. Dall’altro la mancata riforma dello stato e dell’ordine internazionale, in presenza di innovazioni tecnologiche e di processi di interdipendenza dell’economia e dell’equilibrio ecologico globale, ha fatto venir meno qualsiasi autorità pubblica in grado di regolare le crisi e i conflitti sociali che ne derivano e ha svuotato di fatto la democrazia. E’ questo l’aspetto centrale del processo di globalizzazione neoliberista degli ultimi decenni, approfondito con estrema chiarezza da un grande pensatore che ci ha lasciato da qualche anno: Zygmund Bauman. Vale la pena rileggere un passaggio di una discussione tra Bauman e Carlo Bordoni, professore di Sociologia dell’Università di Firenze, riportata nel libro “Stato di Crisi”, edito da Einaudi nel 2015: “I nostri padri potevano a volte discutere sulle cose da fare, ma concordavano tutti sul fatto che, una volta definito l’obiettivo, ci sarebbe stata una rappresentanza pronta a perseguirlo. Tale rappresentanza erano gli Stati, armati al tempo stesso  di potere (capacità di fare le cose) e politica (capacità di decidere le cose giuste). I nostri tempi, invece, dimostrano ampiamente che agenzie di questo tipo non esistono più … Potere e politica vivono e si muovono separati l’uno dall’altra e il divorzio è dietro l’angolo. Da una parte assistiamo all’aggirarsi indisturbato del potere nella terra di nessuno delle distese globali …; dall’altra parte c’è la politica, schiacciata e svuotata di tutta, o quasi tutta, la sua forza, dei suoi muscoli e dei suoi denti … Alla base di tutte le crisi … sta la crisi di rappresentanza e di strumenti di azione efficace, assieme a ciò che ne deriva: l’esasperante, degradante e irritante sensazione di essere stati condannati alla solitudine di fronte a pericoli condivisi”. Come dargli torto? La politica è ormai impotente di fronte alle grandi multinazionali e alla grande finanza che muovono i loro capitali e i mezzi di produzione liberamente su scala globale. Dotate di un potere di ricatto senza precedenti nei confronti dei governi nazionali con le loro azioni determinano problemi giganteschi sul piano ambientale e sociale che scaricano sulla politica, ormai ridotta ad un ruolo di pura amministrazione, privata del potere di regolazione e dei mezzi necessari per farvi fronte. Sostenere in questo quadro – come ha fatto il costituzionalista Michele Ainis su Repubblica di ieri – che è in crisi la delega e non la politica e che c’è una domanda di democrazia diretta,  un desiderio di decidere senza filtri e  senza investiture, che va raccolta, è fuorviante. I sentimenti prevalenti che investono l’opinione pubblica sono la paura, la rabbia, l’impotenza legate al venir meno di poteri democratici in grado di far prevalere l’interesse collettivo. C’è un sistema democratico da ricostruire. Non c’è tempo per seconde o terze repubbliche.  C’è una sovranità da recuperare nell’unica dimensione che è oggi possibile: la dimensione minima che può consentire alla politica di riaffermare il suo primato. Questa dimensione da noi si chiama Europa ed è una dimensione importante per il mondo intero. E’ infatti la mancanza di un vero Stato di dimensione europea il grande buco nero di una nuova, necessaria, governance democratica globale. E’ utopia? Io credo al contrario che è una utopia pensare di ricostruire la sovranità popolare e uscire dal caos globale senza affermare una nuova dimensione della statualità e della democrazia nei grandi spazi. Non si può governare il mondo nuovo e complesso nel quale siamo ristrutturando gli strumenti del passato. Abbiamo bisogno di ricostruire in una dimensione dello Stato più ampia, politiche, progetti e corpi intermedi in grado di elaborarli e di realizzarli. L’alternativa è il plebiscitarismo che non fa rima con democrazia.

Un commento

  1. Non la tiro a lungo,perché mai tema mi apparve più fatuo:osservo solo che-se in pochi anni di vigenza dell’Istituto repubblicano-si discetta su una terza riedizione-va presa in seria considerazione l’eventualità di un passo indietro,con consequenziale ritorno alla Monarchia.Qual è il problema?

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