Perchè nessuno propone una drastica riduzione dei troppi Comuni

Nei giorni scorsi è stato presentato uno studio dell’IRES CIGIL sulle società pubbliche. Il quadro che ne emerge è impressionante. Nel periodo compreso tra il 2000 e il 2014 le società partecipate pubbliche di regioni, province e comuni sono cresciute di 5000 unità fino a raggiungere le 8893, ciascuna con i suoi consigli di amministrazione, revisori e dirigenti. Una società ogni 6821 abitanti, rapporto che arriva in Valle d’Aosta ad una ogni 1929 abitanti. Oggi è Repubblica a dare grande spazio al fallimento della riforma delle Province che alla fine di un gran trambusto sono rimaste al loro posto, anche se gli elettori non scelgono più presidenti e consiglieri, mancano le risorse per la manutenzione delle scuole e delle strade e sono cresciuti gli organismi intermedi: ambiti territoriali per la gestione del ciclo dei rifiuti, delle acque, delle bonifiche ormai arrivati a circa 500. Denunce giustissime perché è evidente che così crescono sprechi, burocrazia, confusione, inefficienze, impotenza, lentezza. Nessuno però propone l’unica riforma che serve per mettere mano seriamente all’assetto del sistema delle autonomie locali. Mi riferisco alla riforma che dovrebbe portare ad una drastica riduzione del numero dei comuni, attraverso una revisione degli ambiti territoriali e demografici minimi, che renda la cellula base del nostro ordinamento amministrativo adeguata alle trasformazioni tecnologiche e territoriali degli ultimi cinquant’anni. Nel 2001 i comuni italiani erano 8101. Oggi, nonostante gli incentivi alle fusioni, sono ancora 7978. Eurostat classifica i comuni secondo tre gradi di urbanizzazione: alta, media, bassa. In Italia il 67,9% di essi si colloca nella fascia bassa per una superfice totale del 72,5% e una popolazione pari al 24,3%; il 3,3% dei comuni si colloca nella classe alta con una superfice del 4,8% e una popolazione del 33,3%;  il 28,7% dei comuni nella classe media con una superfice del 22,7% e una popolazione del 42,4%. Oltre 30 comuni hanno una popolazione inferiore ai 100 abitanti,  circa 2000 comuni hanno meno di 1000 abitanti, circa 6000 meno di 5000 abitanti. Non bisogna meravigliarsi perciò della moltiplicazione di società, consorzi e ambiti territoriali ottimali. Gli sviluppi tecnologici impongono un numero di abitanti ottimale per la gestione efficace ed efficiente dei servizi (rifiuti, acqua, strade, scuole, attrezzature sportive, pianificazione urbanistica, commerciale ecc..). Senza contare che una capacità di programmazione richiede ambiti territoriali coerenti con le trasformazioni urbane ed economiche che hanno cambiato radicalmente il volto dei nostri territori. Se si procedesse con l’istituzione delle aree metropolitane (e la conseguente revisione degli ambiti comunali al loro interno) e con la trasformazione delle comunità montane in enti di gestione che assumano le funzioni dei comuni in esse ricompresi (che potrebbero essere trasformati in delegazioni amministrative) sarebbe già un grande passo in avanti. Tuttavia una riforma di questo respiro non è all’ordine del giorno del nostro parlamento. Non ci pensa il governo ma non lo propone nessuna delle opposizioni. E’ questa un’altra dimostrazione del grave crisi della politica  ma anche della scarsa consapevolezza dell’opinione pubblica dei cambiamenti resi necessari dalle trasformazioni economiche e sociali. E così l’unica grande riforma che lo Stato nazionale può fare (nessuno qui può sostenere che ci frena l’Europa) senza dover chiedere il permesso a nessuno rimane lettera morta. La ragione è evidente: campanilismi, localismi e particolarismi continuano a determinare equilibri politici e consenso elettorale. Quando la politica è debole mantenere gli equilibri è più importante della modernizzazione del Paese anche se le conseguenze rendono complicata la vita quotidiana di ciascuno di noi.

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