Il libro di Renzi e i nodi da sciogliere

Sono bastate poche anticipazioni e, prima ancora di arrivare nelle librerie, il libro di Renzi ha già prodotto un fiume di polemiche. A giudicare dai contenuti preannunciati dalla stampa, la novità più rilevante è certamente la proposta rivolta all’Europa di archiviare il fiscal compact e ritornare al trattato di Maastricht che consentirebbe ai bilanci nazionali di portare il deficit al 2,9%. L’Italia recupererebbe 30 miliardi da destinare, secondo Renzi, interamente al taglio delle tasse. Prima di valutare se è questa la strada migliore per rimettere in moto la nostra economia è bene fare una premessa. Con questa proposta il segretario del PD finalmente prende atto che senza cambiare le attuali regole dell’Eurozona non si va da nessuna parte. Le riforme nazionali possono poco se non si affronta questo nodo. I fatti dimostrano che aver imposto, da parte della Germania, un meccanismo di tagli della spesa pubblica, nel pieno di una recessione senza precedenti, ha prodotto un avvitamento della crisi su se stessa. La politica monetaria espansiva di Draghi ha impedito la recessione ma per crescere nella misura necessaria sono indispensabili politiche pubbliche di investimento. A nulla sono serviti gli 80 euro, il Jobs Act, i voucher, perché, al di là delle diverse valutazioni che possono essere fatte su ciascuno di questi provvedimenti, stiamo parlando di poca cosa rispetto alla dimensione della crisi. Avere consapevolezza della imprescindibilità di una risposta europea alla crisi può essere un buon inizio per spostare finalmente il confronto, o lo scontro, su un terreno di realismo e di concretezza. Lo dico perché fin qui le opposizioni si sono limitate ad inseguire Renzi anziché imporre una diversa e più incisiva agenda politica. Se c’è questo riconoscimento è utile entrare nel merito, altrimenti si persevera nella polemica becera e inconcludente. Il ritorno a Maastricht sarebbe certamente un passo in avanti rispetto alla situazione attuale. Ma perché tornare indietro al meno peggio  e non procedere, invece, sul terreno dell’integrazione? La via maestra, a mio parere, si snoda su 4 punti: mutualizzazione del debito pubblico per tutti i paesi dell’eurozona attraverso il trasferimento alla BCE della parte di debito pubblico che eccede il 60% del PIL; tassazione unica delle imprese per togliere il potere di ricatto e la possibilità di elusione alle multinazionali; bilancio comune e ministro unico delle finanze; Eurobond per finanziare un programma europeo di investimenti in ricerca e infrastrutture. Se, dopo le politiche di autunno, si riuscisse a determinare nel nuovo governo della Germania la disponibilità a superare il fiscal compact, la strada dei 4 punti sarebbe molto più credibile e convincente dell’idea di riprendere a produrre debito pubblico da parte degli stati nazionali. Una prospettiva, quest’ultima, destinata ad accentuare gli squilibri e ad esporre, alla primo venticello di crisi, i paesi più indebitati ad attacchi speculativi che pagherebbe l’intera economia europea. Quanto al taglio delle tasse è certo indispensabile. Ma come operarlo? Più che aumentando il debito pubblico, destinato a ricadere sulle spalle di tutti, meglio sarebbe far pagare le tasse alle multinazionali, che oggi riescono ad eluderle per centinaia di miliardi attraverso la competizione fiscale imposta agli stati nazionali.  Inoltre guai ad utilizzare le risorse recuperabili per introdurre una tassa ad aliquota costante, come propone la destra. Senza ridurre le diseguaglianze e dare risorse ai ceti medio bassi i consumi non ripartono. Per questo serve ridefinire scaglioni, aliquote, deduzioni e detrazioni al fine di realizzare una vera progressività che abbassi le tasse per i redditi medio bassi e le elevi per quelli altissimi. La falsa progressività dell’attuale sistema, come si è visto, finisce per massacrare lavoratori e ceti medi. Continuare a sparare a zero su ogni uscita di Renzi senza misurarsi su una politica alternativa in grado di portarci fuori dalla crisi non porta lontano. Finisce per portare acqua al mulino dell’alleanza populista tra Grillo e Salvini che sarebbe una grande sciagura per l’Italia e per l’Europa.

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