Salvare le banche non è peccato ma perpetuare il dominio della finanza si.

E’ preoccupante il bailamme scandalistico in atto contro i salvataggi bancari. Non mi sfugge che alcuni  lo alimentano per fini strumentali. Ma se la demagogia trova tanto spazio è perché  sono in troppi a non avere consapevolezza delle vere ragioni dei nostri guai. Eppure non ci vuole molto a capire che, nel pieno di una crisi terribile del sistema, far fallire le banche, distruggere risparmio, alimentare sfiducia, equivarrebbe ad assestare un colpo mortale all’economia, con conseguenze terribili per i più deboli. Non a caso in molti paesi subito dopo lo scoppio della crisi sono stati impegnati per i salvataggi bancari centinaia di miliardi, quasi sempre recuperati da parte degli Stati. Parlo degli USA,  dalla Germania, della Gran Bretagna, della Francia, non certo di paesi arretrati o sottomessi ad una logica statalista. Come al solito in Italia si agisce con ritardo e nelle condizioni più difficili. Tra l’altro il sistema bancario italiano non ha i problemi delle banche di altre nazioni che avevano ed hanno i loro patrimoni -quelli su cui si calcola l’effetto leva per moltiplicare il credito per intenderci-  stipati di titoli tossici. Le nostre banche soffrono soprattutto per l’aumento vertiginoso delle sofferenze legate  ad  una recessione che da noi è stata più prolungata e più grave e ha messo in ginocchio le piccole e le medie imprese, la struttura portante della nostra economia. Ovviamente è giusto indignarsi quando non si colpiscono i responsabili di quella parte delle sofferenze bancarie che sono, invece, la conseguenza non della crisi ma di cattiva gestione o peggio di corruzione.  Ancor più giusto indignarsi quando, a distanza di tanti anni dal disastro del 2008,  prodotto in gran parte dall’eccesso di finanza, non si è fatto nulla per limitare il potere delle banche di creare danaro dal nulla, mediante meccanismi perversi che sfuggono al controllo delle stesse banche centrali,  alimentando il “ rischio morale” nei manager che perseguono i loro interessi anche a scapito delle società finanziarie per le quali lavorano, confidando nella impossibilità di essere perseguiti per dolo o per negligenza. Un potere che diventa di fatto illimitato quando allo sfruttamento eccessivo della leva finanziaria, che consente alle banche di erogare credito in misura di gran lunga superiore al capitale posseduto, si affiancano le cartolarizzazioni e l’uso distorto, se non delinquenziale, dei derivati. Ma su questi aspetti fondamentali i tanti critici dei salvataggi bancari sono avari di iniziative concrete finalizzate a promuovere una riforma della finanza e della politica monetaria . Negli ultimi dieci anni le più grandi banche centrali hanno moltiplicato per quattro l’entità dei loro bilanci, stampando dal nulla migliaia di miliardi – e sia chiaro bene hanno fatto per evitare il crollo del sistema finanziario internazionale. Però nessuno si indigna per il fatto che la mano pubblica non ha lo stesso potere di finanziare, mediante la stampa di moneta, gli investimenti necessari per rilanciare l’economia e redistribuire  la  ricchezza. Eppure è proprio questa la causa dello  squilibrio nei rapporti  tra Stato e mercato e delle accresciute diseguaglianze tra una minoranza sempre più ristretta di miliardari e il restante 99%. E’ attraverso questo processo di finanziarizzazione dell’economia, per dirla con l’indimenticato Luciano Gallino, che la creazione del danaro  per mezzo del danaro ha preso il posto della produzione di merci per mezzo delle merci, con tutte le distorsioni che ne derivano. Eppure la crisi del 1929 dovrebbe averci insegnato che quando  è la sola logica del mercato a determinare la produzione di moneta -che tra attivi delle banche, attività delle banche ombra e uso sconsiderato dei derivati,  ha  superato di 10 volte il prodotto interno lordo mondiale-  essa non può certo rispondere a finalità che tutelino l’interesse collettivo. Questo è il nodo centrale della crisi finanziaria economica, sociale, politica ambientale che viviamo. Una crisi da cui non usciremo fino a quando quel nodo non sarà affrontato. E sarà quando  i sermoni contro i salvataggi bancari e le auto blu, che tanto piacciono ai demagoghi di turno, non avranno più ascolto perché cittadini  sempre più consapevoli saranno  impegnati a sostenere proposte e iniziative concrete per aggredire le cause strutturali del nostro malessere.

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