La politica non coglie il segnale che viene dal voto

Berlusconi è il vincitore di questa tornata amministrativa, Renzi e Grillo gli sconfitti. E’ una verità innegabile. Tuttavia trovo surreale il dibattito che si sta sviluppando sul significato politico di questo voto. Mettersi con il bilancino a stabilire quanto ha pesato la bravura di Berlusconi ad unire il centrodestra e quanto invece l’isolamento nel quale Renzi ha condotto il PD, o dividersi sulla portata della sconfitta di Grillo, per stabilire se essa può rappresentare o meno l’inizio della sua fine, appare  francamente un esercizio molto provinciale e poco utile ai fini della lettura di ciò che sta maturando nell’opinione pubblica.  Il voto amministrativo di domenica scorsa si pone pienamente dentro le tendenze elettorali manifestatesi in Europa in questi primi mesi del 2017. Tendenze che modificano quelle che si erano manifestate, tra la sorpresa generale, l’anno scorso. Nel 2016, infatti il malessere delle classi medie occidentali, via via cresciuto man mano che si manifestavano gli effetti della grande crisi del 2008, ha raggiunto il suo apice provocando una ondata nazionalista e populista di tale forza da provocare conseguenze che pochi credevano possibili: la vittoria della Brexit e l’ascesa alla presidenza della prima potenza economica e militare mondiale di un personaggio pittoresco come Trump. Nel 2017 quell’onda, che aveva l’altezza e la violenza di uno tsunami, si è  molto ridimensionata nelle elezioni politiche tenutesi in Olanda, in Francia ed anche in Gran Bretagna. Il risultato di Grillo si colloca in questo quadro. Tuttavia l’establischment non può sparare i fuochi d’artificio. Il malessere è sempre ampio anche se si manifesta diversamente, come segnala il crollo degli elettori e non solo. Non è difficile capire cosa è avvenuto. Da un lato i problemi determinati dalla scelta di avviare la Brexit, prima ancora della sua effettiva realizzazione,  dall’altro il divario tra le promesse elettorali di Trump e il deludente risultato dei primi sei mesi della sua presidenza, hanno dimostrato che votare con la pancia può soddisfare la voglia di mandare a quel paese i governi in carica ma finisce con il peggiorare la qualità della politica e lo stato di caos che caratterizza l’attuale fase. Non bisogna sottovalutare l’importanza di questa consapevolezza che sta maturando. Ma neppure pensare che tutto può tornare come prima. Il malessere infatti cresce perché le vecchie classi dirigenti non hanno tratto le conseguenze dei ceffoni ricevuti né emergono nuove forze dotate della credibilità necessaria per affrontare le sfide di fronte alle quali ci ha posto la più grave crisi dell’economica, della finanza, dello Stato che l’umanità abbia mai conosciuto. E’ un dato evidente in tutto l’Occidente ed ancor più nella situazione politica italiana. Come può esser credibile per il governo dell’Italia una coalizione che mette insieme il partito del presidente del parlamento europeo e le posizioni nazionalistiche e antieuro della lega? E come può pensare di essere credibile Renzi se si limita a dispensare promesse già ascoltate, condite da una buona dose di tatticismo, senza dar prova con il governo Gentiloni di saper promuovere una efficace azione di governo? Né può bastare il richiamo di una sinistra ancora frammentata e priva di un programma comune ad una più larga alleanza di centrosinistra. Ormai la gente sa bene che le coalizioni elettorali possono essere utili per  raccattare qualche seggio in più ma non vanno lontano nell’azione di governo. Serve ben altro che tattica e alleanze occasionali. Servono coalizioni coese su progetti credibili rispetto ai problemi strutturali  che la crisi ha messo in primo piano: una organica riforma della finanza, politiche fiscali di grande portata capaci di redistribuire la ricchezza, mettere in moto gli investimenti. aumentare l’occupazione e i redditi da lavoro, produrre un radicale cambiamento del modello di consumi, ormai incompatibile con l’emergenza ambientale, combattere efficacemente il terrorismo con una politica estera valida, avviare una azione di riforma degli organismi di governo dell’economia globale. Servono progetti di respiro europeo, sostenuti da una strategia politica in grado di dargli gambe. Servono alleanze e le classi dirigenti  coerenti selezionate sulla base di grandi discriminanti, a partire dalla scelta di cambiare l’Europa in direzione di una vera integrazione politica e non di un suo dissolvimento. Purtroppo di una azione di questa portata non si vede l’avvio e il dibattito di basso profilo che si sta sviluppando certo non aiuta perché ancora una volta non coglie il messaggio fondamentale che arriva dall’elettorato: non basteranno le difficoltà dell’ondata populista a cambiare il quadro di incertezza e di precarietà che caratterizza la grave crisi politica che investe tuto l’Occidente.

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