il punto a dieci anni dalla crisi

Siamo a circa dieci anni dallo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA che innescò la miccia della grande recessione del 2008. Eppure non siamo ancora in condizione di intravedere verso quale futuro stiamo andando. Quali tratti e quali valori caratterizzeranno il nuovo ordine che nascerà dalle ceneri del ciclo del sistema capitalistico finanziario globale, nato a sua volta dalla fine dell’età dell’oro, cioè dalla fine del trentennio che seguì alla seconda guerra mondiale fino alla prima metà  degli anni settanta del secolo scorso? L’incertezza è ancora grande. L’unico precedente storico che può aiutarci a capire è la crisi di inizio del secolo scorso, che con quella che stiamo vivendo ha non poche similitudini, nonostante le grandi differenze di contesto economico, politico e sociale. Ad innescare la crisi di inizio novecento fu il crollo del capitalismo economico, della società borghese, delle democrazie liberali. Un crollo da cui scaturirono l’avvento del fascismo e di regimi dittatoriali, il trentennio delle due guerre mondiali, intervallate dalla rivoluzione sovietica e dalla grande depressione del 1929. Da quella crisi si uscì grazie alla grande alleanza antifascista tra il capitalismo liberale e il comunismo di stampo sovietico, alla nascita dello stato sociale Keynesiano che riformò radicalmente il capitalismo liberista prendendo qualche spunto, ma solo qualche spunto, dalla pianificazione economica in Unione Sovietica. Anche la crisi di inizio del nuovo secolo ha prodotto una guerra mondiale, sia pure combattuta a pezzi, come dice Papa Francesco, e con le armi e i metodi del terrorismo. Ancora una volta, inoltre, una crisi economica e finanziaria di enorme portata alimenta il malessere delle classi medie, fino al punto da determinare tendenze nazionaliste e antipolitiche che mettono in discussione la democrazia già in crisi e svuotata dallo strapotere della grande finanza e delle multinazionali sottratto a qualsiasi possibilità di regolazione e controllo da parte di una politica ancora chiusa dentro una dimensione nazionale ormai definitivamente superata delle innovazioni tecnologiche e dal livello di integrazione raggiunto dal sistema economico e finanziario globale.  Sono davvero pochi coloro che si ostinano a negare che l’origine di questa crisi sta nel fallimento dell’illusione di poter riproporre un sistema di capitalismo liberista affidando ad una finanza dotata del potere esclusivo ed illimitato di “stampare moneta dal nulla” il compito di regolare il ciclo economico e di impedire l’avvento di crisi sistemiche.  Tuttavia dopo dieci anni questo nodo non è stato minimamente affrontato in nessun paese dell’Occidente. Il crollo del sistema finanziario ed economico internazionale è stato evitato solo grazie ad una immissione di liquidità senza precedenti da parte delle banche centrali nei mercati finanziari e nel sistema bancario. I loro bilanci, dal 2007 ad oggi, sono passati da poco più di cinquemila miliardi di dollari a circa diciottomila miliardi e il 2017, nonostante tutte le chiacchiere sulla reflazione e sull’inizio di una inversione della politica monetaria, sarà l’anno di maggiore immissione di liquidità. Ovviamente la politica monetaria se è utile a mantenere in vita il sistema malato non è in grado di guarirlo. Per determinare il ritmo di crescita adeguato ad un rilancio degli investimenti,  dell’occupazione e dei consumi, servono politiche fiscali concertate a livello globale e concentrate sulla scelta di modificare la struttura dei consumi e di promuovere una riconversione ecologica dell’economia,  resa non più rinviabile dall’incombere dei cambiamenti climatici prova di quanto sia vicino il punto di non ritorno verso un esito nefasto della contraddizione tra sviluppo e ambiente. Senza questo ruolo forte di un investitore di ultima istanza (la mano pubblica) un mondo condannato ad una stagnazione secolare, caratterizzata da bassa crescita, bassa inflazione e basso livello di occupazione, non può reggere a lungo l’esplodere di grandi conflitti sociali e geopolitici. Basta dire che la prossima recessione troverà spuntate anche le armi della politica monetaria. Purtroppo a complicare la situazione di incertezza nella quale siamo c’è la totale inadeguatezza del vecchio ordine internazionale e degli organismi preposti al governo  dell’economia globale. Scontiamo cioè l’assenza di qualsiasi struttura pubblica in grado di far prevalere l’interesse generale. Come uscirne? Serve il protagonismo di grandi stati continentali. Ma la mancanza di un vero Stato europeo rappresenta il  buco nero di un rinnovato ordine internazionale, mentre il riproporsi delle tendenze populiste simili a quelle degli anni trenta e l’incapacità delle vecchie classi dirigenti di andare oltre il mero galleggiamento, rendono sempre più complicata questa prospettiva. Un movimento paneuropeo credibile, intanto, ancora non si scorge all’orizzonte. Basteranno i problematici risultati delle vittorie populiste e nazionaliste in Gran Bretagna e negli USA a riaprire una riflessione e uno spazio di rilancio del processo di effettiva integrazione del nostro continente, così decisivo per l’assetto globale?

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