Le proteste che scuotono Italia ed Europa e la risposta politica da costruire

In questi giorni l’Italia è sconvolta da blocchi stradali, soprattutto al Sud, di camionisti e agricoltori che protestano per il caro carburante, da manifestazioni di studenti nelle grandi città, come non si vedevano da tempo, da manifestazioni a volte spontanee contro il carovita e il caro affitti, da gruppi di giovanissimi sconosciuti, radunati dal tam tam dei vari social, che in città come Milano, Torino e Bologna assaltano negozi in pieno centro e si scontrano con la polizia. Sono mobilitazioni che seguono di alcune settimane la rivolta degli studenti in Francia – che alimentano violenze pari a quelle dei gilet gialli di qualche anno fa (che pare siano intenzionati ad rientrare in campo) – e la rivolta contro gli sfratti e il caro affitti che in Spagna ha portato allo scioglimento del parlamento. Solo qualche mese fa i risultati elettorali in regioni e città tedesche che hanno visto il partito della destra estrema di stampo neonazista arrivare a percentuali impressionanti, scavalcando di misura CDU ed SPD. Fenomeni diversi, guai a mettere sullo stesso piano manifestazioni e voto di protesta con le violenze inaccettabili e gli assalti a negozi e polizia. E tuttavia sono il sintomo di una febbre sociale che sale,  di cui vanno comprese le ragioni per provare a costruire risposte credibili ad un disagio sociale che ha motivazioni sacrosante. Siamo a circa venti anni dalla crisi dei mutui subprime del 2007, dalla grande bancarotta globale del 2008 e dalla grande recessione del 2008/2009, che hanno segnato la crisi irreversibile del ciclo neoliberista aperto dalla caduta del muro del 1989. Nessuna delle cause di fondo di quella crisi ha avuto una risposta, a partire da quella principale e cioè dalla crescita delle diseguaglianze,  giunte a livelli peggiori del periodo precedente alla Rivoluzione Francese del 1789. Guardiamo ai dati fondamentali dell’economia globale su base annuale,  a pochi mesi dalla fine di questo 2026. Il PIL globale, nonostante le guerre, cresce ad tasso vicino al 3 per cento, un livello appena accettabile che ha fatto parlare negli anni scorsi  di stagnazione secolare. Ma questo dato nasconde divari enormi  tra i più importanti continenti. La Cina cresce del 4,5 per cento, trainata dalle esportazioni di semiconduttori e altri prodotti tecnologici legati alla domanda del settore dell’intelligenza artificiale e delle automobili elettriche ibride (altro che competizione legata ai soli prezzi), a fronte di una inflazione a settembre dello 0,9% (ma con i prezzi dei generi alimentari a – 1,4%).  La crescita degli USA  è la metà di quella cinese, ferma al 2,3%,ma con un’inflazione al 3,8%. l’Europa è il fanalino di coda con una misera crescita dello 0,9% e una inflazione al 3,8 (In Italia è al 4,2%). È evidente che una situazione già difficile sta diventando insostenibile. In particolare in Italia dove al dato della scarsa crescita (cosa accadrà ora con la fine del PNRR?) e dell’alta inflazione, si aggiunge quello drammatico di salari e stipendi che negli ultimi 30 anni hanno perso potere d’acquisto, con variazioni negative fino a quasi il 7 per cento, mentre nel resto d’Europa, nello stesso periodo, le retribuzioni reali sono cresciute del 35 per cento. Se a tutto questo aggiungiamo che le speranze suscitate durante il periodo del COVID dal varo del PNRR (la prima volta di un grande investimento europeo finanziato da debito comune) sono state deluse, perché l’Europa non ha fatto altri passi in avanti nella costruzione di una unità politica,  si può comprendere lo sconcerto di larghi settori della società italiana ed europea,  che non non solo vedono peggiorare le proprie condizioni di vita ma non intravedono più un futuro. Insomma in un mondo segnato dalla fine del vecchio ordine e  dal ritorno alla legge del più forte – che alimenta guerre di una crudeltà che pensavamo di non dover più vedere e un  protezionismo economico che schiaccia i più deboli – con una Europa che così com’è non è in grado  di agire da potenza globale e di garantire un equilibrio tra politica ed economia,  tale da poter assicurare una redistribuzione della ricchezza a favore delle fasce più deboli, è difficile pensare che la situazione non sfugga di mano e non faccia precipitare una crisi della democrazia rappresentativa già a livelli di allarme. Se la prospettiva di una riconfigurazione della globalizzazione fondata su riaffermazione del  diritto e della cooperazione perde di credibilità;  se l’Europa non riesce ad agire come un solo Stato in grado di restituire ai cittadini quella sovranità che le nazioni non possono più garantire, di fronte alla concentrazione senza precedenti di  ricchezza e di potere nelle mani di un pugno di miliardari, è gioco forza vedere pezzi di società che si lasciano incantare dalle sirene della destra nazionalista e altri che,  in preda alla disperazione,  per la mancanza di prospettive,  finiscono per cadere nell’estremismo della  protesta violenta ed inconcludente. Arrivare alle elezioni del prossimo anno in Italia, Francia e Germania in questo clima rischia di consegnare l’Europa ad un  Sovranismo  nazionale (chiaramente illusorio di fronte alle sfide del nostro tempo che richiedono una risposta globale –  dall’economia, alle nuove tecnologie , ai cambiamenti climatici, alla pace), con conseguenze devastanti per il nostro continente e per il mondo intero. La politica dei progressisti non può rispondere con strategie nazionali . Io ho apprezzato molto la relazione della Schlein alla Direzione Nazionale del PD. Una relazione che ha delineato un programma completo che risponde a tutti i bisogni che agitano il Paese e ha  riaffermato l’importanza della prospettiva europea e di un’alleanza larga. Tuttavia questo non basta. Tra l altro la coperta dello stato nazione è troppo corta per coprire tutte le iniziative che quel programma delinea. O  l’Europa qui ed ora batte un colpo e si muove con decisione verso uno Stato federale, con un fisco e un bilancio unico e una Difesa comune, o l’alternativa al nazionalismo non la costruiamo. Bisogna ammettere che su questo terreno non c’è ancora  una iniziativa adeguata. C’è bisogno di investire subito nella costruzione di partiti e movimenti di dimensione europea, per dare la spinta necessaria al processo di unità politica del continente. Ha ragione Mario Draghi: o l’Europa diventa,  nei tempi dettati dai cambiamenti intervenuti nella geopolitica,  una potenza in grado di competere nel mondo di oggi oppure  è destinata a sparire. Insomma non è più tempo di limitarsi ad  evocare  la nuova Europa ma di costruirla concretamente. Senza una iniziativa politica in grado di riaccendere la speranza di una democrazia sovrana nei grandi spazi l’onda nera non si ferma.

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