





La delibera della giunta di Vitulazio che chiede di cambiare il nome alla stazione di Capua, aggiungendo la denominazione del proprio paese, ha aperto sul web una discussione surreale. Surreale, per la verità, è anche la richiesta del comune vicino, rivolta al ministero e ad RFI, perché non si capisce quale carattere ulteriore di identità territoriale possa aggiungere l’indicazione di una realtà come quella di Vitulazio al nome di Capua, città dalla storia antica grande e nota, che ha caratterizzato quella dell’intero piano campano per molti secoli. Altro valore avrebbe avuto la richiesta di mettere in risalto l’indicazione, all’interno della stazione della nostra città, delle località da essa servite, tra le quali la stessa Vitulazio, insieme a Bellona, Pastorano, Camigliano, Santa Maria La Fossa e Grazzanise. Tuttavia trovo interessate e bugiarde le reazioni di chi attribuisce la pretesa che oggi avanza la giunta comunale di Vitulazio ad una perdita di centralità della nostra città dal punto di vista e economico e culturale, quando in realtà Capua non ha mai avuto dal dopoguerra, tanti punti di forza quanti ne ha oggi. Capisco che con l’avvicinarsi della scadenza elettorale ogni scusa è buona per attaccare l’amministrazione. Tuttavia se si arriva a negare e addirittura a dare una lettura opposta della condizione reale della città che vuoi amministrare si finisce per non essere credibile come forza di governo e ci si condanna a rimanere all’opposizione. Diciamo le cose come stanno: Vitulazio senza Capua non va da nessuna parte. Tant’è che per vivacizzare la vita culturale di quel paese il Sindaco ha dovuto chiamare il Circolo dei lettori di Capua e il Teatro Ricciardi di Capua. Lo stesso vale per Capua, Aversa, Santa Maria e Caserta nei confronti di Napoli, anche se oggi le nostre città sono sedi di Dipartimenti Universitari. Quelle sedi non sarebbero qui se non ci fosse stata la necessità di decongestionare la Federico II di Napoli, tra le 10 università pubbliche più antiche del Mondo, tanto per fare un esempio. Bisogna avere consapevolezza della storia ma anche della realtà di oggi. La storia di Capua comincia cinquanta anni prima di quella di Roma. Ma non possiamo dire che oggi è più centrale e importante di Napoli solo perché è stata una delle grandi metropoli del mondo antico con i suoi trecentomila abitanti e quarantamila schiavi. E infatti oggi gran parte della provincia di Caserta è parte importante della grande area metropolitana Campana che ha in Napoli il suo centro. Capua in questo contesto esercita funzioni metropolitane di prim’ordine nel campo della ricerca avanzata, dell’Alta formazione, del sistema intermodale dei trasporti – con le stazioni ferroviarie di Capua e di Sant’ Angelo in Formis, collegate alla stazione di Napoli Afragola dell’alta velocità e con l’ aeroporto Salomone che vede grandi investimenti in atto che ne fanno un punto di riferimento nel sistema aeroportuale regionale. Senza voler qui considerare le tante attività produttive di eccellenza, una vita culturale che è di riferimento per tutta la provincia, migliaia di studenti universitari e di tanti istituti superiori di richiamo per un territorio vastissimo, investimenti in atto nel settori del fotovoltaico, dell’edilizia residenziale, del commercio e della grande ristorazione, una crescita dei pubblici esercizi (ad eccezione del centro storico) in controtendenza rispetto alla rete distributiva delle altre città in generale contrazione. Il vero problema è che anche tra i cittadini non è molto diffusa la consapevolezza delle grandi potenzialità di Capua oggi. Mi viene da sorridere quando sento rimpiangere la Capua degli anni Settanta, che in realtà era allora nel pieno di quel processo di decadenza cominciato con l’Unità d’Italia e con la perdita del ruolo di fortezza antemurale della città Stato di Napoli, capitale di un regno. Allora finì quella opportunità di sito che ne aveva garantito l’importanza per secoli. Opportunità di sito che abbiamo ritrovato dopo il terremoto del 1980, che impose il decongestionamento della città di Napoli e la riorganizzazione delle funzioni metropolitane di eccellenza del capoluogo regionale in un territorio molto più ampio di quello della stessa provincia napoletana. È questo la ragione per cui ci ritroviamo nel casertano la Stazione di Smistamento di Marcianise , la vera porta per l’Europa per le merci che dal Mediterraneo arrivano nei porti meridionali, l’interporto Maddaloni Marcianise, i Dipartimenti della Federico II, il Policlinico a Caserta (purtroppo non ancora completato), il CIRA, la TECNAM, la Caserma Salomone che ospita la più grande Scuola Militare d’Italia e la più grande Divisione militare del Paese (la Acqui) a Capua, la più grande area industriale del Mezzogiorno diffusa tra le aree ASI della provincia, ecc. Una realtà che dovrebbe spingere la politica a Capua e in provincia di Caserta a combattere questa frammentazione e questo localismo esasperato che impediscono un’azione collettiva per la piena integrazione di questo territorio con il resto dell’area metropolitana, attraverso la realizzazione delle grandi infrastrutture di cui abbiamo bisogno. D’altronde è questa inadeguatezza della classe politica casertana degli ultimi decenni che ha impedito al territorio di valorizzare fino in fondo i grandi investimenti che hanno interessato la nostra realtà provinciale negli ultimi quarant’anni per lo sviluppo e l’occupazione. Si sforzino dunque i partiti e i movimenti capuani, uscendo da un troppo lungo letargo, ad elevare il livello del confronto politico e culturale portandolo all’altezza dei problemi che l’amministrazione comunale sta affrontando. Altrimenti il dibattito rimane nelle mani di chi passa il tempo a fotografare ciuffi d’erba che spuntano ai bordi dei marciapiedi, deiezioni canine che sporcano le strade, buche stradali e sacchetti di immondizia lanciati dalle auto che si vedono in ogni città, senza avere minimamente idea di cosa significhi amministrare un Comune, di quali siamo i limiti strutturali delle autonomie locali legati a carenze di personale e di risorse, in un Paese che non si decide a mettere mano ad una profonda riforma istituzionale che parta dalla dimensione dei comuni e di istituzioni i cui confini non coincidono più con quelli dei processi economici e sociali che devono governare.







