Il libro di Roberto Speranza “La nostra sicurezza”

Venerdì 9 ottobre all’Hotel Europa, via Roma Caserta, l’Associazione dei Progressisti per Terra di Lavoro, presenta il libro di Roberto Speranza “La nostra sicurezza”.  E’ un libro di estremo interesse che assume, in questa fase di acutizzazione di una crisi della politica grave e profonda, un grande valore perché prova a mettere al centro del confronto le sfide vere di questo delicato passaggio epocale. Mentre il sistema politico appare sempre più dominato da personalismi ed elettoralismo fino a se stesso (alla vigilia di un voto vitale si discute prevalentemente di meccanismi elettorali e di sfide sulla leadership), un dirigente di primo piano del maggior partito di opposizione prova a riportare l’attenzione sui grandi e sconvolgenti cambiamenti che stanno investendo la geopolitica, l’economia, il sistema capitalistico e sugli effetti che questi sconvolgimenti determinano nel rapporto tra democrazia e popolo, tra economia ed ambiente, tra istituzioni, politica e società. L’analisi attenta dei mutamenti in atto è accompagnata da una elaborazione di indirizzi e proposte che possono ispirare una iniziativa capace di sciogliere molti dei nodi che la crisi del vecchio ordine fa giungere al pettine, partendo dall’idea di società delineata dalla nostra Carta Costituzionale. L’obiettivo dichiarato dall’autore è dare un contributo alla ricostruzione di un orizzonte politico e culturale forte. L’altro merito di Speranza è rappresentato  dalla forma di comunicazione chiara e comprensibile a tutti con cui affronta questioni complesse. Una forma di comunicazione che sarebbe piaciuta a Giorgio Amendola, di cui ricordo le polemiche aspre nei confronti della classe dirigente del suo tempo, compresa quella del suo partito, per il linguaggio astruso, incomprensibile, utilizzato, a suo parere per nascondere contraddizioni e tagliare fuori le masse. Non è una scelta casuale. Il primo problema che pone Roberto Speranza è, infatti, ricostruire la rottura che si è determinata tra democrazia e popolo (segnalato anche dal livello mai visto raggiunto dall astensionismo) e tra la sinistra e il suo popolo, che dovrebbe essere rappresentato soprattutto dalla parte della società che soffre, che ha difficoltà economiche e si sente esclusa, che non riesce a intravedere un futuro. La chiarezza è perciò fondamentale per mobilitare l’area del non voto che ormai rappresenta la maggioranza dell’elettorato. Il cuore del progetto proposto da Speranza muove dalla consapevolezza di dover rispondere al bisogno diffuso e impellente di sicurezza e di protezione che è stato storicamente l’obiettivo della sinistra, dal momento che sono i ceti più deboli ad averne necessità estrema.  E se si guarda alle ragioni che hanno fatto crescere a dismisura paura ed insicurezza appare subito evidente quanto sia illusoria la risposta della destra, su cui pure sta raccogliendo una quantità impressionante di consensi. Una risposta sostanzialmente incentrata su ordine pubblico e controllo delle frontiere, che pure sono questioni che  la sinistra non può snobbare. Tuttavia è evidente come in realtà l’onda nera sia stata alimentata dalle crisi di vario ordine che si susseguono dall’inizio di questo secolo e dalla sfiducia, che attraversa anche il ceto medio, nella capacità del sistema democratico occidentale di saperle affrontare e di poter continuare a garantire benessere economico e sicurezza sociale: la bancarotta del sistema finanziario internazionale del 2008, la grande recessione del 2009, la crisi del debito sovrano europeo del 2012, il Covid e il ritorno dell’inflazione, le guerre in Ucraina ed in Medio oriente, con la fiammata dei prezzi dell’energia, lo spostamento del centro dello sviluppo in Asia e l’ascesa della Cina come nuova superpotenza tecnologica oltre che economica. E’ tutto questo che ha determinato un senso di spaesamento e di paura. La protesta populista, che è nata subito dopo la crisi finanziaria ed economica del 2008/2009, ha poi ceduto il passo ad una ondata nazionalista e reazionaria quando si è palesata l’incapacità del vecchio ordine di riconfigurare la globalizzazione su una base di cooperazione internazionale. Una ondata che si è palesata con chiarezza con la seconda elezione di Trump e l’affermarsi di un nuovo nazionalismo imperiale che ha riportato su scala globale il ritorno della legge del più forte. Deve far riflettere il fatto che l’ondata nazionalista e reazionaria è fortemente sostenuta da un Tecnocapitalismo, che – grazie alla globalizzazione neoliberista del dopo ’89 e all’incessante sviluppo tecnologico che conoscerà un ulteriore inedito sviluppo con l’avvento dell’intelligenza artificiale – è stato protagonista di un accentramento di ricchezza e di potere, senza precedenti nella storia dell’umanità, nelle mani di pochi giganti della tecnologia, che ora guardano con fastidio alla democrazia rappresentativa e mirano a gestire in maniera diretta la politica. Se ci riflettiamo bene l’ondata populista e nazionalista ha avuto fasi alterne: cominciata con la Brexit e la prima elezione di Trump, subito dopo la crisi economica, contenuta dopo il Covid dalla grande novità del PNRR, finanziato per la prima volta da debito comune della UE, e dalla elezione di Biden negli USA, con la sua iniziativa della tassazione unica globale delle multinazionali; poi rilanciata dalla incapacità dell’UE di fare del PNRR l’inizio di una accelerazione verso gli Stati Uniti d’Europa, da contraddizioni di Biden nella politica estera – che non si à discostata molto da quella del primo Trump nei rapporti con la Cina e nella politica internazionale – e dall’ingresso diretto nella contesa politica del Tecnocapitalismo. In questo contesto ha ragione Speranza a declinare la risposta al bisogno di sicurezza e di protezione non solo in termini di ordine pubblico ma soprattutto di pace (che sicurezza può esserci in un mondo segnato da guerre terribili nel quale si ipotizza esplicitamente il possibile uso dell’atomica?), di democrazia e libertà, di lavoro per tutti, di stipendi e salari che consentono di vivere adeguatamente, di sanità gratuita ed universale, di servizi sociali, di lotta alla povertà, di uguaglianza delle opportunità, di tutela dell’ambiente (i cambiamenti climatici sono la sfida più vitale che l’umanità abbia mai dovuto affrontare), di uno Stato che torni ad essere il soggetto promotore di politiche pubbliche equilibratrici nel rapporto tra capitale e lavoro, soprattutto ora di fronte all’avvento della intelligenza artificiale, per fare in modo che i benefici del progresso industriale possano ancora una volta servire anche per elevare il benessere dei lavoratori. Su tutti questi punti Speranza entra nel merito con analisi dettagliate e tratteggia le soluzioni, richiamando i vari articoli della nostra Costituzione, la cui piena attuazione ritiene sia la risposta più efficace e più giusta al bisogno di protezione sociale. Sono tutti capitoli da leggere e da studiare. Fondamentale è, infine, il capitolo sull’Europa, perché è evidente come senza una vera Europa, uno Stato sovranazionale in grado di agire da potenza globale, non possiamo contribuire a costruire un mondo di pace, non possiamo difendere i nostri valori fondamentali di democrazia e di libertà, non si può agire in modo efficace per combattere le diseguaglianze e praticare effettive politiche di redistribuzione, non si può vincere la sfida vitale per la tutela dell’ambiente. Roberto Speranza sottolinea la necessità di accelerare la costruzione di una vera Europa politica e anche su questo fronte propone soluzioni. Insomma il libro mi è piaciuto molto e ne consiglio la lettura a tutti quelli che sono interessati alla politica con la P maiuscola. Avrei però aggiunto un capitolo, anche questo preceduto da un richiamo ad un articolo della Costituzione, l’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” I partiti dunque come strumento dei cittadini per concorrere a determinare gli indirizzi politici dello Stato. Sono oggi i partiti in condizione di esercitare fino in fondo questo ruolo vitale per la democrazia rappresentativa? La realtà è che essi sono divenuti prevalentemente macchine elettorali. I loro organismi rappresentano prevalentemente chi muove un po di voti tra quella parte minoritaria della società che si reca alle urne. Serve una riforma. Servono partiti strutturati innanzitutto per elaborare un pensiero e per agire di conseguenza, per rappresentare l’intera società – e per la sinistra innanzitutto le fasce più deboli – servono rapporti organici con le conoscenze, le competenze, gli specialismi, la cultura. Servono innanzitutto partiti di dimensione europea perché  senza una vera alleanza democratica paneuropea, senza una articolazione democratica di partiti e organizzazioni sociali di dimensione continentale, tutte le buone intenzioni sulla costruzione degli Stati Uniti d’Europa sono destinate a rimanere tali. Senza una vera Europa non si fermano i nazionalismi. E quando sarà palese a tutti che in questo mondo la sovranità nazionale è illusoria potrebbe essere troppo tardi.

Lascia un commento