

Innanzitutto grazie per la partecipazione al Vice Prefetto di Caserta; al Console onorario della Germania; alla Divisione Acqui, all’Aeronautica militare di Caserta, ai Comandi della Compagnia dei Carabinieri e della Compagnia della Guardia di Finanza di Capua, al Comando dell’organizzazione della Polizia Penitenziaria, alle Associazioni combattentistiche, Reduci e Combattenti di Capua, Caserta e Sparanise; UNSI, Bersaglieri, reduci Carabinieri, UNCI di Capua; ai Comuni di Afragola,Bellona, Caiazzo, Caserta, Cassino, Mignano Montelungo, Napoli, San Martino Valle Caudina.
Autorità civili e militari, cittadini, sono trascorsi 80 anni da quella mattina del 9 settembre del 1943 che segnò nella storia di Capua uno dei più devastanti bombardamenti dell’aviazione alleata nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Per avere la misura del prezzo pagato dalla nostra città basta considerare che quel bombardamento causò in un solo giorno 1062 vittime a fronte di 43402 morti per le bombe degli alleati in Italia dall’8 settembre del 1943, il giorno dell’annuncio dell’Armistizio, al 25 aprile del 1945, giorno della Liberazione.
Un’occasione, dunque, molto importante per riflettere sulla identità e sulla memoria pubblica dell’intera nazione. Una riflessione che abbiamo già avviato da alcuni mesi con l’indizione di un concorso scolastico provinciale, congiuntamente alla Divisione Aqui della Caserma Salomone, dal titolo significativo: “Da Capua a Cefalonia per non dimenticare”. Il caso ha voluto, infatti, che la nostra città diventasse sede della Seconda Divisione dell’Esercito italiano, la più grande del Mezzogiorno, che ha con la storia di Capua un punto di straordinario contatto proprio nelle cause dei tragici eventi che accompagnarono i mesi successivi alla firma dell’Armistizio dell’8 settembre del 1943. In sostanza i militari della Divisione Acqui trucidati in migliaia dai tedeschi a Cefalonia e a Corfù e gli oltre mille capuani morti sotto le bombe alleate o a causa degli eccidi perpetrati dai nazisti nei mesi successivi al bombardamento, sono stati vittime degli stessi egoismi ed errori della classe dirigente del nostro Paese: quelli del fascismo che portò l’Italia in guerra al fianco dei nazisti e quelli della Monarchia che, dopo la destituzione di Mussolini del 29 luglio del 1943, si preoccupò unicamente delle sorti del Re anziché di preparare l’esercito italiano alla gestione delle conseguenze dell’Armistizio, per tenere testa alla più che prevedibile reazione dei Nazisti.
Siamo entrambi eredi di una memoria carica di lezioni e di valori da custodire con estrema cura. Capua è uno degli esempi emblematici delle conseguenze di quelle scelte sciagurate sulla popolazione civile ed è anche uno dei primi esempi di ribellione e di resistenza che si registrarono nel Mezzogiorno, nelle forme spontanee nelle quali potevano manifestarsi nei tempi rapidi segnati dall’avanzata alleata dopo lo sbarco, aprendo la strada all’organizzazione della resistenza più strutturata e di massa che nei mesi successivi e fino alla liberazione avvenuta il 25 aprile del 1945 prese forma nel Centro Nord. Il sacrificio degli ufficiali e dei soldati della Divisione Aqui è considerato l’esempio più significativo della resistenza militare italiana antitedesca e un atto ispiratore del Movimento di Liberazione Nazionale. Avremo perciò modo di ritornare su questa storia e su questi fatti anche in altre occasioni e in altri momenti.
Oggi mi preme sottolineare come questo Ottantesimo anniversario sia un passaggio rilevante non solo per la significativa quantità di decenni trascorsi dal tragico evento, quanto per la particolare congiuntura internazionale in cui viene a cadere. Una congiuntura caratterizzata da una acutissima e prolungata crisi politica, sociale, economica e ambientale che è figlia, al pari di quella che causò il secondo conflitto mondiale, di uno di quei complessi passaggi che il ciclo economico e la storia ci ripropongono puntualmente. Il passaggio tra un vecchio assetto del mondo che va scomparendo, a causa delle straordinarie trasformazioni indotte da un incessante progresso tecnologico, e un nuovo mondo che fatica a prendere forma. Uno di quei chiaroscuri, per dirla con Antonio Gramsci, il pensatore italiano più letto al mondo, che può generare mostri: il mostro delle crisi distruttive, dei nazionalismi, dei fondamentalismi, della xenofobia, dell’autoritarismo, della guerra. Guerra che mai come in questo momento può spingersi fino al conflitto atomico ormai esplicitamente evocato come possibile anche se estrema opzione. E’ la conseguenza preoccupante della crisi delle politiche di controllo e di limitazione degli armamenti che furono diretta conseguenza della strategia della deterrenza, nata con la scelta americana di utilizzare le armi nucleari su Hiroshima e Nagasaki. E’ arrivato da qualche giorno nelle sale cinematografiche un bellissimo film storico sull’inventore della bomba atomica, Robert Oppenheimer, che invito tutti a vedere perché fa riflettere molto su ciò che l’avvento di questa straordinaria e spaventosa tecnologia ha rappresentato e ha cambiato nella nostra storia della seconda metà del secolo scorso.
Oggi questi mostri, che si ripresentano sempre nei delicati tornanti della storia, trovano terreno fertile nello smarrimento delle comunità internazionali – confuse, spaventate e annichilite da sfide epocali, a partire dai cambiamenti climatici, dalle grandi migrazioni, dal progresso tecnologico che mettono in discussione tutte le certezze che credevamo di aver assicurato per sempre al nostro futuro. Si tratta di sfide rispetto alle quali la politica internazionale appare impotente perché hanno portato a quella che uno studioso ha chiamato “l’unificazione planetaria dei destini della specie” a fronte, però, di una frammentazione politica e sociale giunta a livelli mai conosciuti in altre epoche, come dimostra la rottura che per la prima volta si è prodotta all’interno del G20 in corso a Nuova Delhi. Una frammentazione che è causa di un senso di solitudine dell’individuo, che a sua volta provoca un senso di paura, di angoscia, di smarrimento, di inquietudine in ciascuno di noi.
E’ un contesto politico ed economico certo diverso da quello che portò ai fatti che oggi stiamo celebrando ma che presenta nelle sue cause di fondo e in alcune dinamiche sociali conseguenti, analogie che aiutano a capire sia gli accadimenti di allora che i rischi gravi che sono oggi davanti a noi.
Ricordare gli avvenimenti di quella mattina e le cause che li determinarono è fondamentale per coglierne e attualizzarne i preziosi insegnamenti che ne derivano. Si tratta di fatti che abbiamo sentito tante volte ma che è utile continuare ripetere a noi stessi, per rileggerli con la luce del tempo che passa, e soprattutto ai giovani che li conoscono poco o, in qualche caso, per niente, perché il tempo può cancellarli o, al contrario, renderli sempre più chiari e pregnanti, luce preziosa sul cammino futuro.
Io voglio qui ricordarli attraverso le parole testuali di chi quella giornata l’ha vissuta e ne ha lasciato un ricordo scritto. Innanzitutto quelle del compianto professor Rosolino Chillemi che pubblicò nel trentesimo anniversario un opuscolo : “Capua nel 1943”: «I cittadini, in grande maggioranza”, scrive Chillemi, “erano ormai sfollati nelle campagne e nei paesi vicini per sfuggire ai continui attacchi aerei notturni e diurni. Quel giorno, però, il primo dopo l’armistizio, in un clima di incertezza e di speranza moltissimi abbandonarono ogni prudenza e ritornarono a Capua. Li spingeva il desiderio della propria casa, di riabbracciare un parente, di incontrare un amico. Li pressava il bisogno di ritirare i viveri della tessera annonaria, la paga non percepita, di fare qualche acquisto. Era una giornata chiara, settembrina, tutta palpiti di luce e profumata di frutti. La gente arrivava a piedi, in bicicletta su altri mezzi occasionali, e si vedeva un intrecciarsi di domande, di abbracci, di incontri festosi e commossi. Ad un tratto – erano le nove e pochi minuti – si sentì un rombo lontano che si avvicinava rapidamente, pesante, lasciando quelli che lo avvertirono perplessi e titubanti. Non si sapeva chi fossero, quegli aerei lassù, né perché venissero, poi si capì che erano alleati, quindi amici, e nessuno pensò a scappare, a nascondersi, a ripararsi. La gente era ancora là che guardava quando un uragano di bombe si abbatté su Capua indifesa. In pochi minuti rovinò o fu danneggiata gran parte della città, tutta una storia di secoli, e centinaia di vittime restarono sepolte sotto le pietre e le travi. Pochi minuti di fragore e di schianti, poi nulla. Un gran fumo, un polverone accecante si levò sulla città. Qua e là bagliori di incendio e grida di terrore e di aiuto. Alcuni fuggivano, altri sostavano inebetiti e tremanti sotto un androne, qualcuno correva verso casa sperando di trovare vivi i suoi familiari, un altro cercava con la forza della abnegazione di soccorrere uno sventurato di cui sentiva la voce implorare tra le macerie».
C’è poi la testimonianza di Mena Rendina, che osservò dal borgo di Sant’Angelo in Formis, dove era sfollata con la famiglia, lo spettacolo terrificante degli aerei che, arrivati sul centro storico, si abbassavano e sganciavano grappoli di bombe. 71 fortezze volanti B 17 del 97° e del 99° storno americano e 172 tonnellate di bombe. Una stima sommaria parla di 1062 caduti, anche se i corpi recuperati e identificati furono 425. Furono colpiti il Duomo, il Museo, l’antico ponte romano, il Castello di Carlo V, numerose chiese e palazzi. Danneggiato circa il 75% del patrimonio immobiliare e culturale.
Drammatici gli episodi raccontati da Carlo De Vivo che descrive le conseguenze sulle persone: la morte del pretore Giuseppe Ferorelli, dell’avvocato Gaetano Treppiccione e della bambina Vincenzina Carbone, nella Pretura colpita dalle bombe. La tragedia della famiglia del sagrestano Bartolomeo Ricciardi, morto tra le macerie della Cattedrale, a breve distanza del luogo dove trovarono la morte i suoi due figli Rosa e Mario ed i figli di quest’ultimo: Andrea, Giuseppe e Rosa, il più grande dei quali aveva cinque anni. Il ritrovamento del corpo dell’infermiere Francesco Paolo Casale rimasto sotto le macerie di un’abitazione proprio nei pressi di questo monumento ai caduti […] la morte di circa trecento soldati, sorpresi dal bombardamento dinanzi alla caserma dei carabinieri ed uccisi unitamente ai carabinieri […] il ricordo del racconto del vigile Amleto Aldegheri, il quale […] si era prodigato a far seppellire nella villa comunale di Capua centinaia di caduti […] e gli confidava che, appena arrivate, le truppe alleate, con mezzi imponenti, si premurarono di gettare sul Volturno ponti provvisori […] e per far questo con le ruspe (era la prima volta che le vedevamo) raccoglievano le macerie delle case e di altri edifici e le gettavano a fiume, disperdendo per sempre I resti di alcune vittime del bombardamento.
Potete poi leggere alcune testimonianze inedite raccolte Da Franco Fiero nel numero speciale sull’Ottantesimo di Block Notes, oggi in distribuzione. Il giornale che stringeva tra le mani giovedì scorso quando la morte lo ha colto improvvisamente, in un attimo. Un lavoro a cui Franco, protagonista della vicenda politica e culturale di Capua degli ultimi settant’anni, che non ha mai fatto mancare il suo contributo a tutti gli eventi, le manifestazioni significative della città, teneva in modo particolare anche perché all’età di quattro anni aveva perso il padre, sottufficiale dell’Aeronautica, caduto sotto quelle bombe mentre prestava servizio nell’Aeroporto Salomone.
Il bombardamento fu solo l’inizio di un calvario che continuò nel corso dell’occupazione descritto sempre da Carlo De Vivo in diversi articoli apparsi sul giornale «Il Crogiolo» e poi raccolti nel volume “Capua nella tempesta”: primi scontri avvenuti subito dopo il bombardamento del 9 settembre con Il reparto nazista, che abbandonò la città distrutta e si schierò sulla riva destra del Volturno ma che quotidianamente attraversavano il fiume, per procedere ai rastrellamenti degli uomini, ai saccheggi nelle caserme e nelle abitazioni abbandonate. Molte persone furono fucilate. È quello che accadde a Leonardo Zaccariello, Francesco Zarrillo, Biagio Di Rienzo, Carmine De Maio, Pasquale Palazzo, Salvatore Buonaugura, Michele Di Palma e quattro militari italiani ignoti, a Gabriele Boccia, Giuseppe De Gennaro, Ottavio Rigoni, Pasquale Taddeo, Antimo Iovanelli, Cipriano Diana e Mario Diana (di soli 12 anni), Luigi Polito e Anna Zuppa, aii fratelli Antimo ed Emilio Paternuosto, che si rifiutarono di seguire i tedeschi, a Mariano Lombardi, cognato del generale Umberto Nobile, abbattuto a colpi di mitra perché, zoppicante, rispondeva troppo lentamente all’intimazione ad uscire dalle grotte di Santa Caterina, dove si era rifugiato con altre persone scampate al bombardamento. In un’altra incursione fu fucilato Nicola Di Benedetto per il rifiuto opposto al sequestro del suo bestiame. Fu il bisogno di difendersi da queste atrocità a far nascere i primi gruppi organizzati di militari e civili e a portare alla liberazione della citta il 5 e 6 ottobre del 1943. Ricordiamo anche questo. Quest’anno celebriamo l’ottantesimo anniversario non solo del bombardamento ma anche della liberazione della città, oggi medaglia d’oro al valor civile, ad opera di militari e di cittadini che trovarono la forza e il coraggio di ribellarsi e di reagire, a partire dal giovanissimo Carlo Santagata, nostra medaglia d’oro della Resistenza.
Ecco anche quelli tra noi che hanno ascoltato tante volte questi fatti oggi li ripercorrono nella propria mente in modo nuovo, con maggiore consapevolezza dei drammi umani effettivamente vissuti allora dai cittadini, dalle nostre famiglie, perché in questo nostro tempo la guerra è arrivata più vicino a noi attraverso quello che sta avvenendo con l’invasione Russa dell’Ucraina. La guerra da un anno arriva ci mostra ogni giorno città e persone colpite da bombardamenti, stupri di donne, di mamme, di sorelle, a volte di bambini e di bambine, eccidi di massa di persone innocenti seppellite in fosse comuni. Persone nelle quali ci rispecchiamo perché si tratta di europee e di europei come noi, perché le loro sofferenze ci arrivano non solo dallo schermo televisivo ma dai racconti dei loro parenti che ormai da anni lavorano e vivono al nostro fianco, nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre città. Abbiamo tutti una più chiara percezione di ciò che allora, in quella mattina del 9 settembre e poi nel successivo autunno di crudele occupazione nazista, è avvenuto ai nostri parenti, ai nostri concittadini. E questi racconti sentiti tante volte ora assumono una dimensione diversa perché tutto ci appare più vicino a noi, più reale, più crudo, più bestiale, più inumano, più orrendo.
E allora ripensando all’enorme distruzione di beni materiali e immateriali accumulati in secoli di storia, a quella strage di donne e di uomini, di anziani e di giovani, di bambini, di cittadini e di soldati, provocata quel bombardamento di 80 anni fa, non possiamo non chiederci nel modo più schietto: ma per distruggere due ponti ed evitare la ritirata dei nazisti finalizzata alla costruzione di una linea difensiva a Montecassino era proprio necessario tutto questo? Davvero non c’era altro modo? Sappiamo le colpe dei nostri governanti di allora. Ma ci basta?
Certo bisogna avere grande riconoscenza nei confronti degli alleati per il sangue versato per la nostra liberazione. Ma questo non deve indurci a tacere sui comportamenti inaccettabili che americani e inglesi hanno avuto nel nostro Paese. Comportamenti ingiustificabili come riconosciuto anche da Norman Lewis, scrittore britannico noto per i suoi resoconti di guerra, ufficiale alleato al seguito americano che, descrivendo un bombardamento tedesco su Napoli il 15 marzo del 1944, e raccontando le scene strazianti «di panico e folle terrorizzate», così commenta: «I tedeschi, con questi bombardamenti indiscriminati, uccidono solo i poveracci – come abbiamo fatto anche noi, del resto».
Lungi da me con questa citazione ogni accostamento tra i comportamenti degli alleati e quelli dei nazisti. E non solo perché gli americani hanno dato anche il loro sangue per liberarci da una dittatura e da un regime autoritario folle e criminale. A nessuno può sfuggire che oltre alle barbarie delle guerre, che in genere spingono tutte le parti in causa a ricorrere a metodi inaccettabili, dietro i crimini nazisti e fascisti c’era qualcosa in più. C’era una ideologia aberrante, l’unica che è giunta a teorizzare, programmare e attuare il genocidio di un popolo in nome della superiorità di una razza. Ciò che mi spinge a porre senza infingimenti o timidezze legate a convinzioni politiche profonde, non in discussione, sulle responsabilità di quegli eventi, quell’interrogativo – al quale io ovviamente dò una risposta negativa: no non era necessario – è ricavare da quella vicenda e dalla ricerca del perché di un comportamento ingiustificabile, insegnamenti su che cosa è la guerra in quanto tale – qualsiasi guerra in qualsiasi spazio o tempo – senza concedere sconti a niente e a nessuno. Perché è una riflessione utile per capire su quali presupposti è oggi possibile ricostruire una cultura della pace che l’attualità ci conferma ha segnato troppi passi indietro da alcuni decenni a questa parte. Una vera e propria regressione che sta cancellando quanto di positivo è stato costruito proprio dalla consapevolezza delle tragedie vissute nel corso dell’ultima guerra. Ce lo dimostra il fatto che la comunità internazionale non sta facendo tutto ciò che è necessario per far tacere le armi e affermare una soluzione diplomatica del conflitto in atto, mentre Papa Francesco rimane l’unica voce a continuare ad insistere sulla esigenza di trovare una soluzione diplomatica.
Oggi possiamo dire, ricordando il bombardamento di Capua e quello che vediamo in Ucraina, che non esistono guerre giuste e guerre sbagliate. Che se è necessario dare la possibilità di difesa a popoli che subiscono una aggressione non ci si può affidare salo alle armi per risolvere le ragioni dei conflitti. Che è sempre prioritaria una strategia di pace. I fatti di ieri e di oggi dimostrano che la guerra è solo distruttiva: distrugge beni materiali, accresce la violenza degli uomini sulle donne; viola le regole del diritto internazionale, uccide più civili che militari; interrompe i processi di istruzione dei giovani, e quindi indebolisce la democrazia che richiede capacità e autonomia di giudizio. La guerra non risolve i problemi ma li aggrava: dalla fame nel mondo, alle diseguaglianze, alla crisi alimentare, alla crisi energetica, ai cambiamenti climatici, responsabili della crescita di fenomeni estremi, dalla siccità, agli allagamenti agli incendi. La guerra produce sempre una escalation militare che nell’era atomica rappresenta un rischio di proporzioni catastrofiche.
E’ vero tutti vogliamo la pace ma se la guerra è ancora oggi lo strumento ordinario della politica internazionale è perché la pace non basta volerla. E’ una conquista da edificare ogni giorno. E per farlo serve un pensiero adeguato ad ogni tempo: una visone di società alternativa a quella fondata sulla logica del profitto, una visione che metta al centro la cura delle persone, l’universalizzazione dei diritti, la fine delle diseguaglianze sociali e territoriali, il rispetto delle minoranze, delle diversità, la costruzione di organismi internazionali autonomi che siano effettivamente in grado di esercitare una funzione di garanzia per tutti. Serve un pensiero che faccia emergere la cooperazione internazionale sulle tentazioni unilaterali. Serve dunque la politica, un’idea di governo del mondo che sia frutto di un confronto ed una elaborazione collettiva e condivisa.
Ad 80 anni da quel terribile bombardamento purtroppo bisogna riconoscere che le lezioni della storia non sono ancora bastate e che il rischio di rivedere quelle tragedie è oggi giunto a livelli molto alti.
Ci rimane la certezza, che trova conferma negli sviluppi della situazione internazionale, dell’attualità, della validità, della lungimiranza della nostra Costituzione nata dalla resistenza e dal patto che ha legato le forze democratiche e antifasciste. La nostra Costituzione repubblicana, basata sul ripudio della guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali, e, come ha affermato il presidente Mattarella al meeting di Rimini, sul rispetto delle diversità perché “le identità plurali sono il valore della nostra patria, del nostro straordinario popolo, frutto dell’incontro di più etnie, consuetudini, esperienze, religioni”. Facciamo nostre le parole del presidente della Repubblica che ha ricordato a tutti gli italiani come “E’ proprio nei momenti di confusione o di transizione, che le Costituzioni adempiono la più vera loro funzione: cioè quella di essere, per tutti, punto di riferimento e di chiarimento”.
Ecco perché oggi, nel ricordo dei suoi lutti e delle sue sofferenze, degli atti di eroismo dei suoi militari e dei suoi cittadini, davanti al monumento dei suoi caduti per la libertà, Capua riafferma che senza pace non può esserci futuro e che occorre stringersi intorno ai valori nati dalla Resistenza che trovano nella carta costituzionale la più alta sintesi della parte migliore della storia della nostra Repubblica.
W la Costituzione italiana w la pace e la cooperazione tra i popoli, viva l’Eur opa unita che vogliamo costruire







