Quirinale: perché è decisiva la volontà di Draghi

Ho già scritto nei giorni scorsi sul perché il passaggio dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica rappresenta un momento cruciale per un Paese che ha evitato per un soffio di essere travolto da una crisi politica acutissima – intervenuta nel pieno di una emergenza sanitaria ed economica senza precedenti – solo grazie ad un fragile equilibrio politico miracolosamente realizzato dalla lungimiranza  di Mattarella e dalla disponibilità di una personalità di grande credibilità internazionale come Mario Draghi. Non ci ritorno. Voglio però segnalare che, al di là di quello che dicono e pensano le forze politiche e i rispettivi gruppi parlamentari – chiamati ad assumersi la responsabilità di una decisione destinata a pesare per lungo tempo sui destini del Paese – conta molto il ruolo che intendono giocare i due principali protagonisti del nuovo “miracolo italiano”.  L’ideale sarebbe confermare il “tandem” Mattarella Draghi ma, come è ormai chiaro, il primo non è disponibile. È dunque fondamentale  l’orientamento di Mario Draghi, nel senso di ciò che è  veramente disponibile a fare per il Paese e non di quale delle due funzioni istituzionali corrisponde di più alle sue ambizioni personali. Infatti il rischio di veder saltare il fragile equilibrio che regge l’Italia è molto alto sia nel caso Draghi rimaga presidente del Consiglio con  un presidente della Repubblica scelto attraverso manovre di parte senza un accordo politico vero tra le principali forze che garantiscono la larga base parlamentare del suo governo; sia nel caso venga eletto presidente della Repubblica in assenza di una figura di presidente del consiglio capace di tenere insieme una maggioranza anomala. Questa coalizione di governo, infatti, è politicamente anomala non per la  figura del presidente del consiglio – che ha dimostrato di avere progetto, visione e qualità politiche indiscutibili – ma per l’ambiguità delle ragioni che hanno motivato il consenso espresso dalla eterogenea maggioranza. Il governo Draghi è nato per evitare elezioni anticipate in un momento drammatico del Paese. Ma non tutte le forze che lo hanno sostenuto lo hanno fatto condividendo le stesse motivazioni nel tenere lontano il tempo  delle urne. Draghi ha chiarito fin da subito, nei suoi discorsi di investitura alla Camera e al Senato, che l’obiettivo del governo era quello di “combattere la pandemia e contrastare la crisi economica” … “Nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione Europea … Sostenere il governo significa condividere … la prospettiva di una Unione Europea sempre più integrata che approderà ad un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”. Sono obiettivi in realtà non condivisi da tutte le forze della sua maggioranza e non a caso in questi mesi su lotta alla pandemia e rapporti con l’Europa sono emersi seri contrasti fin qui risolti  grazie all’autorevolezza e alla credibilità del presidente del Consiglio. Ma è evidente che Salvini sta con un piede dentro e l’altro fuori dal governo perché c è un pezzo della lega che non lo segue più sul terreno dell’antieuropeismo e sa che mollare Draghi significherebbe andare incontro ad una scissione. In Forza Italia c è un pezzo che, pur lontano dalle posizioni sovraniste di Salvini e di Meloni, non vuole però compromettere definitivamente la ricomposizione della coalizione di centrodestra per evidenti ragioni elettorali. Se a ciò aggiungiamo che gli obiettivi affidati al governo Draghi non si esauriranno con il 2023, l’anno delle elezioni politiche, ma sia per la lotta alla pandemia (i prossimi mesi saranno terribili ed è ormai chiaro che la battaglia durerà ancora alcuni anni) che per la costruzione europea (attuazione del Recovery Plan e nuovo Patto di stabilità sono passaggi decisivi) serve una maggioranza in grado di governare in questa ed anche nella prossima legislatura. Morale della favola FI e Salvini non possono votare un presidente della Repubblica del tutto sgradito alla Meloni o per il centrodestra sarebbe la fine. Per questo Berlusconi al Quirinale toglierebbe loro le castagne dal fuoco. Ma è altrettanto chiaro che il centrosinistra non può consentire questa soluzione, pena conseguenze gravi per la tenuta del governo. C’è, dunque, una sola possibilità di sminare il campo: una operazione politica capace di aggregare sia per l’elezione del presidente della Repubblica che per il riassetto della coalizione di governo una maggioranza trasversale ma non più politicamente anomala. E per questo serve una intesa politica vera tra le forze autenticamente europeiste. Una intesa politica vera in grado di garantire un governo europeista oltre il 2023. Dunque garantire un governo ora ed una alleanza elettorale capace di vincere le prossime elezioni politiche. Una impresa difficilissima perché passa attraverso una spaccatura definitiva nella lega e in Forza Italia e un chiarimento non banale nel campo largo di cui parla Letta, al momento non privo di divisioni e di incertezze. L’unico in grado almeno di tentarla, per la sua forza nel Paese e il suo prestigio internazionale, è Mario Draghi. Ma vuole Mario Draghi spingere il suo ruolo politico fino a questo punto? Certo non è credibile che una personalità del suo livello non fosse consapevole, già nel momento della sua dichiarazione di disponibilità, della fragilità dell’equilibrio chiamato a garantire la sua navigazione. Cosi come sono convinto che Mattarella sia ben consapevole di come la sua indisponibilità ad un secondo mandato complichi terribilmente la situazione. Forse la sua determinazione vuole mettere subito le forze europeiste – delle due opposte coalizioni politiche che sostengono il governo – di fronte alla necessità di una fase di collaborazione che superi la scadenza elettorale del 2023. Ho già scritto sul perché sarà necessario del tempo per ricostruire coalizioni di centrosinistra e di centrodestra minimamente omogenee per essere credibili come forze di governo. Non ci ritorno neppure su questo. Ma non ho dubbi sul fatto che in questo  passaggio la volontà di Draghi sia decisiva per un tentativo comunque estremamente complicato. Un tentativo che può fare leva sulla paura di molti parlamentari di uno scioglimento anticipato e sulla palese certezza che un fallimento sarebbe una sciagura per il Paese.

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