La pandemia, la crisi politica e la partita del Quirinale

Si sta per concludere il secondo anno dominato dalla pandemia di Covid ma l’unica certezza acclarata è che, nella migliore delle ipotesi, ci aspettano altri due anni difficili per uscire dalla fase più acuta dell’emergenza sanitaria. La straordinaria risposta che la scienza ha saputo dare – realizzando il miracolo mai visto prima di un vaccino sicuro e disponibile nel giro di pochi mesi – ha, infatti, evitato una catastrofe ben più ampia e ben più drammatica di quella che stiamo vivendo oggi. Lo scorso anno, a parità del numero di contagi, avevamo un numero di morti moltiplicato per sette. Tuttavia la inquietante capacità di mutazione di questo virus, la difficoltà a garantire un adeguato accesso ai vaccini nei paesi più poveri e il sorprendente livello di follia, o se volete di ignoranza impastata di populismo, che registriamo anche nel ricco Occidente, rendono lunga e complicata la via per uscire fuori da questa fase allucinante. Purtroppo le ragioni che alimentano la crisi sanitaria sono le stesse che hanno acuito da trent’anni a questa parte la crisi della politica e della democrazia rappresentativa: la crescita delle diseguaglianze sociali, tornate ai più alti livelli conosciuti nella storia umana, e la contraddizione tra lo sviluppo e la tutela degli equilibri ambientali, stante l’attuale modello dei consumi e degli stili di vita. La pandemia ha cambiato radicalmente la nostra vita ma ha anche accelerato processi di cambiamento sul piano economico e politico che marciavano pericolosamente lenti rispetto alle esigenze imposte dalla fase storica che attraversiamo: ha aiutato a ridimensionare l’ondata populista e nazionalista indotta dalla crisi sistemica di questo inizio del nuovo secolo – facendo riemergere l’importanza decisiva del ritorno del primato della mano pubblica sulle spinte individualiste e liberiste di nuovo assurte a unico motore del cammino umano grazie ad una globalizzazione senza regole; ha prodotto una accelerazione degli investimenti pubblici e privati nel campo della transizione verde e digitale; ha imposto all’ordine del giorno il tema di un nuovo ordine internazionale, che tuttavia rimane ancora impresa ardua ed estremamente complessa. Questo cambiamento ha fatto molto bene anche all’Italia che nel 2018 aveva imboccato la pericolosa strada del populismo qualunquista e nazionalista dal quale era uscita a fatica, con il secondo governo Conte, che – pur avendo conseguito il risultato di ricucire l’indispensabile e per noi vitale rapporto con l’Europa – era sostenuto da una maggioranza resa fragile dalla fase di crisi che l’esperienza del governo con la lega e il duro impatto con le responsabilità di governo aveva prodotto nel partito di maggioranza relativa. I cinque stelle hanno visto ridimensionare nettamente la loro forza e sono ancora oggi impegnati in un disperato tentativo di salvare qualcosa di una avventura che ha conosciuto un rapido successo seguito da una altrettanto rapida disillusione e conseguente frammentazione. LItalia si è così trovata in piena pandemia senza una coalizione politica in grado di prendere in mano la situazione, dal momento che lo stesso centrodestra, egemonizzato dalla componente nazionalista, non poteva oggettivamente rappresentare una alternativa di governo. Se è stato evitato il definitivo fallimento del nostro Paese è grazie alla lungimiranza e alla credibilità del presidente Mattarella e alla disponibilità di una figura come quella di Draghi che, oltre ad essere un tecnico di grande levatura e credibilità internazionale, ha qualità politiche indiscutibili e la visione giusta per garantire una navigazione in linea con l’orientamento progressista ed europeista necessario per affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti. Il riconoscimento arrivato in questi giorni dall’Economist, che ha incoronato l’Italia Paese dell’anno 2021, la dice lunga su quanto sia stata produttiva l’operazione promossa da Mattarella. Il pericolo ovviamente non è del tutto scongiurato e non solo perché per salvarci bisogna gestire bene i fondi del Recovery Plan nei prossimi 5 anni ma soprattutto per il momento delicato di costruzione di un nuovo e vero stato europeo, senza il quale non solo noi ma l’intero continente non ha prospettive nel contesto di un mondo che può uscire dal caos solo attraverso la cooperazione tra grandi Stati di dimensioni continentali. Il Recovery Plan è stato un passaggio importante in quella direzione ma del tutto insufficiente. Rimangono tutte da costruire la Difesa comune, la riforma del processo decisionale, l’armonizzazione fiscale, la condivisione del debito pubblico. Questioni che richiedono una revisione profonda del patto di stabilità su cui è ormai aperto il dibattito. In questo quadro la fine del settennato di Mattarella e l’elezione del nuovo presidente della Repubblica determinano una incertezza che pesa come un macigno sull’Italia e sulla stessa Europa. L’equilibrio miracoloso che sta assicurando all’Italia un governo in grado di reggere in questa fase delicatissima può saltare. La crisi delle tradizionali coalizioni di centrosinistra e di centrodestra è lungi dall’essere superata. Se il passaggio del Quirinale dovesse determinare una alterazione di questo equilibrio sarebbero guai per l’Italia, che precipiterebbe in una crisi istituzionale profonda mentre ancora si combatte contro la pandemia e la precarietà economica e sociale. Ma guai anche per la costruzione europea che sarebbe privata dell’asse tra Italia e Francia indispensabile per convincere la Germania ad una revisione radicale del patto di stabilità. Spostare Draghi al Quirinale esporrebbe il Paese al rischio di elezioni anticipate senza aver costruito una ipotesi in grado di garantire una prospettiva politica affidabile. Ma tenere Draghi al governo senza riuscire ad eleggere un presidente della Repubblica condiviso dalle grandi forze che assicurano la larga base parlamentare di maggioranza finirebbe per alterare il sottile equilibrio su cui attualmente regge la governabilità del Paese. La partita è appena cominciata. Il suo esito sarà decisivo per il nostro futuro.

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