Sul clima Greta non basta. Serve una mobilitazione adeguata dell’opinione pubblica globale.

Dopo il G20 di fine ottobre e la successiva conferenza ONU sul clima (Cop 26) conclusa nella giornata di ieri si registrano commenti contrastanti. C’è chi parla di risultato storico e chi di fallimento totale. Una contraddizione forte ma comprensibile se si considerano i diversi punti di vista dai quali si parte per esprimere un giudizio fondato. Non c è dubbio che se si giudicano le conclusioni della Cop26 considerando la situazione di partenza – rappresentata dalla conclusione della precedente conferenza ONU tenutasi nel 2019 in Spagna (Cop25) – i passi in avanti compiuti a Glasgow sono incontestabili. Due anni fa gli Stati Uniti non riconoscevano gli accordi di Parigi, dai quali erano usciti dopo l’elezione di Trump (che aveva anche ritirato la decisione assunta da Obama sullo stop al carbone). A Glasgow, invece, tutti i 200 paesi partecipanti, Stati Uniti compresi, hanno ribadito sia l’obiettivo di contenere l’aumento medio del riscaldamento globale entro 1,5 gradi per la fine del secolo, sia l’esigenza di una graduale riduzione dell’uso del carbone (principale fonte della produzione di CO2), a partire da Cina ed India, il cui fabbisogno energetico dipende in maniera preponderante proprio da questo combustibile fossile. Se però si valutano gli impegni assunti dalla risoluzione finale della Coop 26 con il metro dei cambiamenti concreti che devono essere  necessariamente realizzati entro i tempi utili per raggiungere l’obiettivo concordato – che è indispensabile per evitare eventi catastrofici dai quali sarebbe impossibile tornare indietro alla luce delle attuali conoscenze scientifiche – è altrettanto evidente che c è ancora tanta strada da fare. Il nuovo  rapporto del Programma delle Nazioni Unite, posto a base della conferenza di Glasgow, afferma senza mezzi termini che – considerando gli impegni comunicati prima della Cop26 dalle singole nazioni – la temperatura media della terra salirà di 2,7 gradi centigradi entro il 2100. I passi in avanti che pure sono stati registrati dal comunicato finale della Cop 26, non sono tali da prefigurare la possibilità di una revisione così netta di questa previsione catastrofica formulata alla vigilia della Conferenza. Anche se nel dibattito tutti si sono detti convinti della necessità di arrivare all’abbandono del carbone e all’azzeramento delle emissioni, in realtà non c’è accordo sui tempi entro cui realizzare questo obiettivo. In particolare l’India non è disponibile ad arrivare all’azzeramento delle emissioni prima del 2070. La stessa Cina che pure ha siglato a sorpresa un patto bilaterale con gli USA sul clima, non ritiene di poterlo fare prima del 2060. E si tratta di due nazioni responsabili di una percentuale significativa delle attuali emissioni. Ma i tempi in questa materia non sono neutri, sono anzi decisivi. Il mondo scientifico è concorde nell’individuare il prossimo decennio come il termine ultimo entro cui bisogna produrre i cambiamenti fondamentali per evitare la catastrofe. Cambiamenti radicali che richiedono la mobilitazione di grandi risorse, di gran lunga superiori a quelle fin qui messe in campo, nonostante il varo, intervenuto soprattutto in Occidente, di programmi di sviluppo di una portata come non si vedeva dai tempi immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. È evidente che per sostituire i combustibili fossili con fonti di energia rinnovabile, arrivare al rinnovamento termico di tutti gli edifici, garantire una completa mobilità verde con il definitivo abbandono di benzina e diesel, realizzare modelli di produzione industriale ed agricola meno energivori nel giro di un decennio, occorrono programmi di investimento ancor più coraggiosi. Se guardiamo solo all’Europa, ad esempio, è difficile pensare che il PNRR – che pure rappresenta il più imponente investimento comune di sempre – possa bastare. Tutti sanno che – prima della sua scadenza prevista per il 2026 – sarà necessaria una rivoluzione per niente scontata delle regole del vecchio patto di stabilità – varato a Maastricht ( e per ora solo sospeso) – in modo da rendere permanente il ricorso ad investimenti comunitari di quella portata. Altrimenti con il tetto del 3 per cento come limite massimo nel rapporto tra deficit e PIL, l’Europa può scordarsi di mantenere gli impegni assunti sul clima. Non bisogna poi dimenticare che non basterebbe incrementare in modo sostanziale gli attuali investimenti pubblici in Occidente e nelle maggiori economie del Mondo senza affrontare contemporaneamente altri due obiettivi fondamentali per rendere credibile quello ambizioso dell’abbandono delle fonti fossili. Il primo riguarda la risoluzione del problema degli attivi finanziari delle banche legati alle energie fossili (alcune stime parlano migliaia di miliardi). In sostanza il valore economico  della grande quantità di fonti fossili che dovranno rimanere sotto terra per dare credibilità alla lotta contro i cambiamenti climatici è già presente nei bilanci delle grandi società del settore e di conseguenza già stimato nella quotazione di azioni e obbligazioni del comparto. Senza un accordo internazionale che consenta alle banche centrali di riacquistare questi attivi finanziari legati alle fonti fossili, formalizzare la decisione di un loro abbandono definitivo, in tempi compatibili con il raggiungimento dell’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1, 5 gradi, significherebbe provocare una crisi dei mercati finanziari di portata non molto lontana da quella prodotta dalla bolla dei mutui subprime del 2007/2008. Il secondo obiettivo riguarda le risorse aggiuntive (quelle garantite a Glasgow sono estremamente limitate) che i paesi più ricchi dovranno mettere in campo per assicurare gli aiuti necessari ai paesi più deboli per metterli in condizione di affrontare i danni già causati dai cambiamenti climatici in atto, ormai irreversibili. Parliamo di piccole isole e diversi Paesi africani e del Sud Est Asiatico. Insomma, si tratta di  promuovere cambiamenti di tale portata nelle politiche economiche e monetarie a livello internazionale e di intaccare interessi di tale rilievo da fare ritenere assolutamente irrealistico riuscire a vincere la battaglia per il clima prescindendo da una grande consapevolezza ed una fortissima mobilitazione dell’opinione pubblica globale. Certo non mancano le motivazioni  per chiedere questa svolta necessaria nel senso comune e nella disponibilità alla mobilitazione dei popoli, se consideriamo come in gioco sia davvero la stessa sopravvivenza del genere umano. Tuttavia è davvero difficile non essere preoccupati nel constatare che in tutto il mondo i movimenti no vax e le proteste contro le misure necessarie per combattere la pandemia di Covid 19, dalla quale non siamo ancora usciti, fanno molto più rumore delle manifestazioni e delle proteste che pure cominciamo finalmente a vedere per la salvezza del pianeta. Insomma, c è ancora molta strada da fare non solo da parte dei governi ma anche da parte della società globale. Greta non può bastare. Come si può organizzare e fare pesare una opinione pubblica globale in tempi di frammentazione sociale e di crisi dei corpi intermedi? È una domanda cui bisogna provare a dare una risposta con estrema urgenza. Perché se non ci fosse risposta la guerra ai cambiamenti climatici andrebbe considerata già perduta.

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