Stipendi e salari italiani più indietro di 30 anni fa. La sinistra riparta da qui

Il numero di oggi di Affari & Finanza di Repubblica riporta una ricerca dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo) che la dice lunga sulle ragioni del basso livello della crescita italiana rispetto alla media europea. I dati parlano chiaro: “Tra il 1990 e il 2020, come mostrano le statistiche elaborate a parità di potere d’acquisto dall’Ocse, i salari medi in Italia sono diminuiti del 2,9 per cento, mentre in Francia sono aumentati del 31,1, in Germania del 33,7 e negli Stati Uniti 47,7 per cento”. Con questi numeri dei salari non possiamo certo meravigliarci del seguito della ricerca OCSE: “il Pil italiano per ogni persona occupata era pari nel 2020 a circa 85 mila dollari, poco più degli 83 mila del 1990… In Germania il Pil per persona occupata è passato da 71 mila a 88 mila dollari, in Francia da 78 a 95 mila, negli Stati Uniti da 80 a 128 mila.” Qualcuno obietterà: ma se i salari italiani sono rimasti al palo è a causa del basso livello della produttività nel nostro Paese. E la bassa produttività è a sua volta legata ai ritardi sul piano dell’innovazione, delle infrastrutture, all’inefficienza della pubblica amministrazione e della giustizia civile, fattori che nella migliore delle ipotesi allungano i tempi degli investimenti e nella peggiore li scoraggiano. Anche questo è vero. Tuttavia è sempre difficile dire se è nato prima l’uovo o la gallina. Aver indebolito il potere del sindacato e dei lavoratori certo non ha incoraggiato gli investimenti e neppure una politica di riforme strutturali. È legittimo, infatti, pensare che aver tenuto basso il livello di stipendi e salari non abbia certo incoraggiato né gli investimenti né le riforme ma anzi abbia contribuito a praticare scorciatoie che poi si sono rivelate illusorie. Certo la globalizzazione senza regole ha contribuito a limitare il potere del mondo del lavoro nei confronti del capitale in tutto l’Occidente. Ma questo non vale solo per noi. Si può dire lo stesso anche per Germania e Francia. Eppure in quei Paesi – nonostante il peso esercitato dall’aumento delle diseguaglianze legato al fattore globalizzazione – salari e stipendi sono riusciti a difendersi meglio. Se la sinistra europea, quando aveva funzioni di governo nella stragrande maggioranza dei Paesi membri della UE, ha avuto la responsabilità di non aver capito che con la globalizzazione bisognava accelerare la costruzione di un vero Stato di dimensioni Europee (necessario per difendere i più deboli dalla prepotenza delle grandi multinazionali), quella italiana ha avuto la responsabilità aggiuntiva di non aver saputo tutelare al meglio il lavoro italiano. Perciò, per uscire da una condizione di estrema irrilevanza, la sinistra deve riconquistare credibilità innanzitutto sul terreno della sua capacità di rappresentare gli interessi del lavoro. Capacità che si misura in primo luogo con la crescita delle retribuzioni. Questo non significa precipitare in una deriva estremista che prescinda dagli interessi generali del Paese. Richiede invece di saper elaborare e praticare una politica di riforme in grado di elevare sia il livello di produttività dell’economia italiana sia quello di salari e stipendi. Il Recovery Plan è una occasione importante per realizzare questa svolta, perché mette in campo sia le risorse necessarie per modernizzare il Paese – attraverso investimenti in tecnologie e infrastrutture – sia la necessità di realizzare quelle riforme che l’Europa impone per garantire l’impegno ad erogare l’ingente piano di investimenti definito. Tocca soprattutto alla sinistra praticare una politica riformista che ponga tra le tante giuste priorità anche quella di un recupero del divario tra il livello dei nostri salari e stipendi e quello degli altri paesi europei.

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