La politica italiana dopo Draghi

Che la scelta di Draghi alla presidenza del Consiglio non rappresentasse solo la presa d’atto del punto estremo raggiunto dalla crisi della politica in Italia ma anche l’inizio di un cambiamento radicale del quadro politico italiano lo si era capito subito. Draghi non è solo un tecnico e la situazione internazionale è da tempo tale da non lasciare spazio alcuno a governi tecnici o di pura tregua. Lo scontro tra populismi e rigurgiti nazionalisti da un lato e nuovo ordine internazionale – segnato da un ritorno al primato delle politiche pubbliche dall’altro – non ammette neutralità. Le notizie che giungono dai vertici dell’esercito degli Stati Uniti sui pericoli che il mondo ha attraversato, nel periodo di passaggio di consegne tra Trump e Biden, la dice lunga sulla delicatezza della fase. La cifra della posta in gioco è inoltre resa evidente dalla portata inaudita delle sfide inedite e terribili che stanno davanti all’umanità, a partire da quella dei cambiamenti climatici, che richiedono scelte radicali e urgenti se si vuole evitare la catastrofe. I primi mesi del governo Draghi dimostrano che aveva visto giusto chi ha sostenuto, fin dal primo momento, che il suo governo avrebbe lavorato con determinazione e coerenza non solo per tenere l’Italia saldamente in Europa ma per farne uno dei pilastri della costruzione della nuova Europa, che sta ormai prendendo forma attraverso il rilancio della sua integrazione politica come condizione irrinunciabile per assurgere ad un ruolo di vera potenza globale, in grado di partecipare con USA e  Cina alla riconfigurazione della globalizzazione dopo il fallimento della sua versione neoliberista. La conferma viene intanto dal concreto avvio del più grande piano di investimenti pubblici comuni dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, incentrato sulla transizione energetica, che vede l’Italia tra i principali beneficiari e protagonisti. Ma anche  dalla proposta avanzata oggi dalla presidente della Commissione Europea  Ursula von der Leyen per la costituzione di un primo nucleo di esercito europeo per la difesa comune (proposta certamente accelerata dagli sviluppi della situazione in Afghanistan che segnano la fine dell’unilateralismo americano e l’avvio della ricerca di una nuova strategia multilaterale per la composizione delle controversie internazionali e la lotta al terrorismo). Sono sviluppi che stanno mettendo in discussione l’attuale quadro delle alleanze politiche. Le contraddizioni sono già esplose nel centrodestra. Fratelli d’Italia, con la scelta di collocarsi all’opposizione, ha finito per catalizzare l’opinione pubblica sedotta dalle sirene del populismo e del nazionalismo e sottrarre consensi alla lega (che i sondaggi danno oggi intorno al 20 per cento, dopo aver toccato prima dell avvenuto del governo Draghi il 34 per cento). Il tentativo di Salvini di stare con un piede dentro ed un piede fuori dal governo è miseramente fallito. Il ministro Giorgetti che annuncia l’estensione del Green pass al mondo del lavoro è la smentita più clamorosa delle posizioni che il segretario della lega è andato gridando in ogni dove. Ormai nella lega le contraddizioni sono destinate ad esplodere e se le elezioni amministrative confermeranno quello che i sondaggi segnalano ( e cioè che il centrodestra pur essendo maggioritario sulla carta è destinato a perdere ovunque per aver scelto nelle città candidati alla carica di sindaco troppo allineati al profilo di un populismo ormai in caduta) per Salvini sarà l’inizio della fine. Già fioccano richieste di congresso. Ma i problemi non mancano in un centrosinistra diviso dove ognuno cerca di salvare se stesso anziché provare a promuovere un confronto lucido e stringente sul piano programmatico all’altezza dei tempi e in grado di essere il vero collante di una coalizione politica. In Europa il rilancio del ruolo dell’intervento pubblico in economia, accelerato dagli effetti della pandemia, sta ridando fiato alla socialdemocrazia. Lo dimostra l’esito delle elezioni in Norvegia. La dicono i sondaggi sull’imminente voto in Germania. Ma non basta dirsi di sinistra e riformisti per essere credibili. Serve un pensiero politico nuovo capace di dare risposte ai problemi del XXI secolo. Un terreno su cui in Europa e soprattutto in Italia c è ancora molto da fare. Fino a che ci sarà Draghi il vuoto della politica italiana sarà in parte coperto. Ma al dopo bisogna pensare già ora. Quel che è certo è che le vecchie alleanze sono saltate e la situazione politica è in grande movimento. È proprio il caso di ripetere un vecchio detto: chi ha più filo tessera’.

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