Agorà democratiche poco credibili se fuori da un processo di vera riforma del PD

A settembre prendono il via le “Agorà democratiche”, lo strumento proposto dal nuovo segretario del PD per aprire il partito alla società e ridare slancio alla costruzione di un centrosinistra capace di isolare i populisti e sfidare la destra nelle prossime elezioni politiche. L’intenzione è lodevole ma purtroppo poco credibile dopo il fallimento del tentativo di Nicola Zingaretti di “rivoluzionare” un partito ormai ridotto ad un assemblaggio di comitati elettorali. Letta ha riconosciuto, fin dal discorso di insediamento, che così com’è il PD non ha prospettive ma non ha mai detto per quali ragioni Zingaretti non è riuscito a realizzare il cambiamento promesso – su cui ottenne un largo consenso nelle primarie – e non ha neppure chiarito cosa intende fare per riuscire lì dove il suo predecessore ha fallito. In questo contesto promuovere uno strumento di dialogo con la società, fuori da un processo formale di riorganizzazione della struttura del partito e di ridefinizione della linea politica e del programma, non servirà a tirare fuori il PD dallo stato di crisi profonda nel quale è ripiombato. La tenuta dell’Europa di fronte alla pandemia e ai suoi effetti devastanti sull’economia e sulla società – e il conseguente riflusso dell’ondata populista – hanno tolto al PD quella rendita di posizione di cui ha goduto, dopo la dura sconfitta subita nelle politiche del 2018, per aver rappresentato nei fatti, fino all’avvento del governo Draghi, l’unico baluardo su cui poter contare per tentare di evitare una rovinosa deriva nazionalista dell’Italia. Con la svolta del Recovery Plan la situazione politica è cambiata. Oggi è impensabile per chiunque fare a meno dell’Europa. La pandemia ha reso evidente ciò che in realtà già la crisi del 2008 aveva segnalato. Se la globalizzazione neoliberista non è più sostenibile né sul piano sociale né su quello ambientale, il rilancio dell’integrazione politica dell’Europa è l’unico orizzonte possibile per poter contare nel processo in atto di riconfigurazione della globalizzazione su basi nuove, fondate sul rilancio del ruolo della mano pubblica e sulla cooperazione internazionale come scelte obbligate per affrontare la grande sfida che è di fronte all’umanità: un nuovo modello di sviluppo economicamente e ecologicamente sostenibile  in grado di evitare un esito catastrofico della vicenda umana e garantire un un futuro di pace e di benessere alla comunità globale. Oggi nessuna delle coalizioni tradizionali del sistema politico italiano è in condizione di garantire questa prospettiva altrimenti non avremmo Draghi al governo. Il quadro delle alleanze politiche che si è delineato per la prossima importante tornata amministrativa di autunno dimostra che un processo di rigenerazione della politica italiana non è dietro l’angolo e che di Draghi l’Italia avrà bisogno ancora per molto tempo. Da un lato c è un centrodestra che cerca di tenere insieme europeismo ed antieuropeismo pur di provare a vincere nelle città, senza però poter rappresentare una prospettiva di governo per il Paese. Dall’altro un centro sinistra profondamente diviso con le sue forze tradizionali frammentate e deboli sia sul piano elettorale che sul piano politico, perché sommatoria di partiti personali preoccupati più della loro sopravvivenza che non della necessità di costruire una alternativa di governo e un movimento 5 stelle fortemente ridimensionato e ancora incerto sul cammino necessario per divenire una credibile forza di governo. Non è forse questa l’immagine che arriva non da realtà marginali ma da grandi aree metropolitane come Roma, Milano, Napoli chiamate a rinnovare Sindaci e consigli comunali?  Se davvero il PD vuole proporsi come l’architrave di una nuova alleanza in grado di fare svolgere all’Italia un ruolo cruciale per la costruzione di una nuova Europa, ha una sola via davanti a sé: convocare quel congresso che Zingaretti ha più volte annunciato e mai realizzato. Un congresso che sciolga le correnti fondate su basi personalistiche e riarticoli su basi politiche e programmatiche la struttura del partito. Un congresso davvero aperto alle competenze e alle forze progressive della società, da coinvolgere nella definizione di un coerente progetto politico europeista e riformista che rappresenti la vera discriminante su cui costruire una alleanza di governo. Non è questo il tempo dei segnali di fumo cui fin qui si è limitato Letta. Qui ed ora servono chiarezza, concretezza, coerenza tra parole e fatti. C’è poco tempo per evitare di rendere irreversibile la crisi del PD.

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