È solo il governo possibile per uscire dall’emergenza

Chi ha creduto che con Draghi nascesse il “governo dei migliori” è rimasto sicuramente deluso. Ma non era questo il compito affidatogli dal Presidente della Repubblica. Compito che il nuovo Premier ha assolto con l’abilità, l’equilibrio e la diligenza che tutti gli riconoscono. Draghi ha formato il “governo possibile” nella situazione data per provare a portare fuori l’Italia dall’emergenza drammatica che attraversa. Una emergenza sanitaria ed economica ma anche politica dal momento che il parlamento non era più in condizione di esprimere una maggioranza politica. A quel punto Mattarella ha parlato come il buon padre di famiglia che vede la sua casa avviata verso la rovina e ha fatto appello al senso di responsabilità di tutti. Non poteva nascere dunque il governo dei migliori e neppure un governo solo istituzionale ma il governo possibile in un Parlamento che ha le caratteristiche che conosciamo, perché figlio di un momento di sbandamento del corpo elettorale impaurito e scioccato dalla portata inaudita della crisi sistemica che l’Occidente sta vivendo da oltre un decennio. Ed ecco venir fuori un governo composto da tecnici e politici. Tecnici di valore inseriti nei punti decisivi per portare a termine la sua missione e parlamentari espressione dei partiti che compongono il perimetro della più larga base parlamentare possibile necessaria affinché un governo possa nascere e soprattutto durare il tempo necessario per raggiungere l’obiettivo di evitare che il Paese precipiti in un baratro senza fondo. La garanzia della riuscita di questa impresa si chiama Mario Draghi punto e basta. Il resto ha una importanza minore. Ma se il punto di equilibrio e di garanzia è un tecnico di valore internazionale la missione è tutta politica. Ecco perché non bastava dare un profilo solo istituzionale al nuovo governo. Quello può andar bene per gestire una fase di passaggio nella quale garantire il disbrigo dell’ordinaria amministrazione non certo per affrontare la più grave crisi dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il presidente della Repubblica ha detto senza mezzi termini che l’Italia ha una sola via per provare a salvarsi: rimanere ancorata fermamente alla nuova Europa che sta nascendo con la svolta arrivata nel pieno di una tragedia. Questa svolta si chiama Recovery Plan ed è il più imponente investimento pubblico che sia mai stato varato in Europa. Un piano che non è finalizzato solo a rialzare le macerie prodotte dalla crisi e dalla pandemia ma anche a promuovere contemporaneamente un nuovo modello di sviluppo che sia compatibile con la sopravvivenza del paese e sia socialmente sostenibile. Il perimetro parlamentare, infatti, comprende tutte forze che, pur essendo portatrici di visioni e valori alternativi, riconoscono l’Europa come unica prospettiva di salvezza. A chi si meraviglia ricordo che nel pieno dell’ultima guerra mondiale in Italia si formò un governo che andava dalla Corona (che nel ’21 aveva consegnato il Paese al fascismo) ai comunisti (che di quel regime dittatoriale erano stati gli oppositori più determinati) con l’obiettivo di cacciare i tedeschi e di chiudere con la brutta e troppo lunga parentesi mussoliniana. Dopo il referendum tra monarchia e Repubblica si costituì un nuovo governo di unità nazionale protagonista della Costituzione repubblicana che doveva dare la nuova casa democratica costruita sulla roccia a tutti gli italiani. Anche oggi per uscire dall’emergenza bisogna costruire una nuova casa che, per essere in condizione di affrontare le tempeste del mondo di oggi, deve necessariamente avere una dimensione continentale. Quando si uscirà dall’emergenza le coalizioni politiche, espressione di diverse sensibilità e valori, torneranno a dividersi nel rispetto delle regole utili per convivere nella nuova casa. La novità sul piano politico è che molte delle forze che contestavano il sistema – ed anche la necessità stessa di costruire la nuova casa europea – oggi partecipano all’impresa di Draghi. Quella della lega è la svolta più sorprendente ma va salutata come un fatto positivo. È evidente che con la nascita di questo governo si apre una fase nuova nella quale assisteremo ad un processo di scomposizione e di ricomposizione delle forze in campo. Un processo che per ora interessa in modo palese i 5 stelle e la lega ma pian pianino attraverserà tutte le forze e gli schieramenti politici. Per il futuro dell’Italia è bene che questo processo non si fermi al palazzo ma investa la società. In democrazia lo scettro lo hanno gli elettori ed è impossibile una netta separazione tra politica e società. I limiti e i difetti del palazzo coincidono con quelli dei materiali e delle maestranze che lo costruiscono ma anche con quelli dei committenti. Se ci troviamo in questa emergenza la colpa non è certo solo della politica che pure ha rinunciato ad essere espressione di interessi sociali ben definiti e si limita ad inseguire gli umori e le paure del momento per continuare a galleggiare. Abbiamo bisogno tutti di ritrovare il senso della comunità. Riconoscerlo è la prima condizione per uscire dal pantano nel quale siamo finiti per responsabilità collettive.

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