Crisi, pandemia e nuova globalizzazione

Quando troppe nubi oscurano l’orizzonte più vicino, occorre provare a guardare in profondità per poter scorgere quelle forze sotterranee potenti che alimentano i trend di lungo periodo ed immaginare cosa c’è oltre. Più la realtà è costellata da incertezze, più è necessario – per evitare di imboccare strade sbagliate – individuare i primi segnali dei cambiamenti economici, sociali e politici destinati a plasmare il futuro. L’orizzonte di breve è oscurato dall’aggravarsi di un evento straordinario come la pandemia da Covid 19, piombata nel pieno di una delle più gravi crisi al tempo stesso economica sociale e politica della storia. Da più parti si sottolinea la portata storica di questa pandemia, perciò destinata a segnare uno spartiacque tra un prima e un dopo che sarà necessariamente diverso. È una metafora calzante a condizione di chiarirne bene il senso. La pandemia non ha generato nuove tendenze ma ne ha indebolito alcune e accelerato delle altre scaturite da precedenti diversi fenomeni. Se passiamo rapidamente in rassegna gli ultimi decenni ritroviamo altri accadimenti della stessa portata: l’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001, lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti del 2007 – che accese la miccia alla Grande Recessione dell’Occidente a cavallo degli anni 2008/2009, la crisi del debito sovrano in Europa del 2011, il referendum sulla Brexit del 2016. Ciascuno di questi traumi ha prodotto delle rotture con la fase precedente, ha messo in moto e/o accelerato dei trend. La verità è che non si tratta di vicende separate. La grande emergenza terrorismo di matrice islamica, la crisi finanziaria, la grande recessione economica, la crisi ambientale – prodotta dal susseguirsi di eventi naturali estremi – e la crisi sanitaria nata dalla pandemia di Covid 19, sono tutti aspetti di una unica più grande crisi sistemica dell’Occidente destinata a segnare uno spartiacque tra due cicli storici: quello neoliberista – che ha segnato gli ultimi trent’anni, alimentando un modello di sviluppo insostenibile sul piano sociale ed ambientale – ed il nuovo ciclo storico che sorgerà sulla base dei processi politici, economici, culturali e sociali indotti dalla fine devastante del ciclo precedente. La crisi sistemica riguarda, dunque, l’ Occidente ma, per il peso che esso ha esercitato fin qui, ha investito il Mondo intero. Essa ha prodotto danni e sofferenze inaudite ma ha messo in moto al tempo stesso dinamiche, tendenze, alcune anche contrastanti, dai cui sviluppi dipenderanno i caratteri del nuovo ciclo storico. Fino a qualche hanno fa sembrava stesse prevalendo la tendenza ad un ritorno verso chiusure nazionaliste e protezionistiche, alimentate dal malessere del mondo del lavoro e dei ceti medi delle società occidentali, che attribuivano il peggioramento della loro condizione di vita e delle prospettive future più che all’affermarsi del primato del mercato, dell’economia e della finanza, al processo di globalizzazione in quanto tale. La vittoria del si al referendum sulla Brexit e la successiva vittoria di Trump alle presidenziali USA del 2016, le elezioni politiche in Italia del 2018 hanno svelato quanto fosse concreta e pericolosa quella prospettiva. Poi il risultato delle elezioni per il parlamento europeo nel 2019 ha posto un argine a questa ondata cosiddetta sovranista, aprendo prospettive diverse anche in Italia. L’arrivo della pandemia ha poi messo a nudo l’illusorietà della soluzione nazionalista, dimostrato plasticamente – e forse definitivamente – alla parte maggioritaria dell’opinione pubblica, che per affrontare le grandi sfide del nostro tempo – da quella della crescita delle diseguaglianze sociali a quella ambientale – sono fondamentali una forte collaborazione internazionale e un nuovo ordine globale. Se non fosse arrivato questo flagello lo scontro tra nazionalismo e nuova globalizzazione apparirebbe oggi ai nostri occhi molto più duro e incerto. In definitiva la pandemia ha favorito e accelerato alcune tendenze già in atto da tempo lungo tre direzioni cruciali: 1 – sul piano politico ha imposto una saldatura tra una politica monetaria, già diventata fortemente espansiva dopo la recessione del 2009, e politiche fiscali, in precedenza limitate ai salvataggi bancari imposti dalla bancarotta del sistema finanziario, divenute finalmente di portata senza precedenti (Si calcola che siano state impegnate a tal fine risorse pari a 12 trilioni di dollari su scala globale). È il segno del tramonto di una ideologia che sembrava non avere più rivali – quella fondata sul primato del mercato – e del ritorno ad un ruolo forte della Stato nel governo del ciclo economico. Difficile dire se questo ruolo potrà spingersi fino ai livelli prospettati dalla teoria monetaria moderna ma un riequilibrio a favore del ruolo del pubblico è in atto. 2 – sul piano economico ha fornito una spinta fenomenale verso una nuova fase della rivoluzione tecnologica (digitale, intelligenza artificiale, smart working, telemedicina, sviluppo dell’e-commerce, robot in sostituzione della manodopera a basso costo all’estero), una accelerazione della transizione energetica (decarbonizzazione, energie rinnovabili, auto elettrica, ecc), un maggiore peso dell’economia sostenibile come conseguenza dei nuovi indirizzi delle politiche fiscali dei governi e di una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti di investimenti finalizzati alla sostenibilità ambientale e sociale. 3- sul piano geopolitico ha sancito definitivamente lo spostamento del centro dello sviluppo globale in l’Asia. La Cina e Taiwan sono gli unici paesi ad aver chiuso il 2020 con il segno più davanti al PIL. La Cina sarà inoltre il primo paese a recuperare i livelli di crescita pre – pandemia, mentre gli USA ci arriveranno solo alla fine del 2021 e l’Europa, forse, nel corso del 2022 ( con l’Italia che si conferma fanalino di coda). E così, dopo aver raggiunto il traguardo di rappresentare circa il 20 per cento del PIL globale, la Cina può ora ambire anche al sorpasso sugli USA ancor prima del preventivato 2030, mentre segna un incremento degli investimenti esteri che, invece, crollano negli USA e ancora più in Europa. Un salto enorme oggi possibile anche nel campo degli investimenti finanziari, con le grandi case internazionali che da tempo hanno cominciato a sovrappesare i titoli dei Paesi dell’Estremo Oriente nei propri attivi finanziari, richiamate dalla crescita impetuosa del ceto medio benestante e dalle aspettative di ulteriore sviluppo suscitate dal recente accordo commerciale Regional Comprehensive Economic Partnership tra i 10 paesi dell’ASEAN più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda (il blocco commerciale più grande al Mondo) destinato a fare crescere il peso dell’area sull’economia globale. Insomma, la grande crisi di questi primi decenni del XXI secolo, anche a causa dell’accelerazione impressa dalla pandemia, ha indebolito populismi, nazionalismi e spinte alla deglobalizzazione e sta plasmando una nuova globalizzazione fondata non più sul primato del mercato ma sul ruolo trainante dei grandi Stati Continentali, su una regionalizzazione delle catene di produzione nel campo dei beni fondamentali per la salute e la sicurezza nazionale e delle forniture del sistema pubblico. Una globalizzazione trainata dalla competizione – non solo e non tanto sul piano commerciale ma soprattutto su quello tecnologico – tra le economie di Cina e USA, detentrici dei dati che rappresentano il petrolio del futuro sistema economico dominato dalle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale. Un quadro nel quale l’Europa può evitare la sua marginalizzazione solo se il Recovery Plan diventa l’inizio di un rapido processo di integrazione politica che la renda una vera potenza globale. Se le dinamiche di breve termine sono incerte la prospettiva di lungo termine comincia a delinearsi. Certo la strada è ancora lunga, accidentata, piena di ostacoli ma il percorso è tracciato.

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