“Vediamo questo dove vuole arrivare”

Certamente molti di voi ricorderanno Totò, abilmente “spalleggiato” da Mario Castellani, nella famosa scenetta di “Pasquale”. A farmela ricordare in questi giorni l’ennesima “piratesca” aggressione di Renzi ai fragili equilibri politici italiani. È ormai probabile che si vada nel giro di pochi giorni ad una nuova crisi di governo “al buio”, provocata proprio dal “rottamatore”, che poco più di un anno fa aveva sponsorizzato per primo la nascita del secondo governo Conte, fondato sull’alleanza tra centrosinistra e cinque stelle. Una sponsorizzazione fin troppo frettolosa che certamente aiutò i cinque stelle ad uscire dall’angolo in cui si erano cacciati in seguito all’improvvida alleanza con la lega. Dopo un anno di governo giallonero – sottomesso alla politica demagogica della nuova destra salviniana – il partito di Grillo si ritrovava dimezzato sul piano elettorale e in una situazione politica sull’orlo delle elezioni anticipate. Probabilmente, anche senza la spinta renziana, il Conte bis sarebbe nato lo stesso perché in quel momento non esistevano altre alternative. Le elezioni anticipate erano in molti, a partire dai 5 stelle, a non volerle per ovvie ragioni. Era, inoltre, necessario un governo in grado di recuperare un rapporto con l’Europa, uscita rafforzata dalla tenuta dell’asse Franco Tedesco nelle elezioni per il parlamento europeo, che avevano rappresentato un argine all’ondata populista. Anche Matteo Renzi politicamente si ritrovava in un angolo, fortemente indebolito dal sostanziale fallimento della scissione che aveva dato vita ad “Italia Viva”. Una scelta, quella, dettata dal disperato bisogno di rientrare da protagonista nel gioco politico e di evitare un voto che con molta probabilità avrebbe segnato la definitiva uscita del suo movimento dal parlamento. Una scelta che ai cinque stelle fu utilissima per condurre da posizioni di forza la trattativa con il PD sulla formazione del nuovo governo. Oggi possiamo dire che, tutto sommato, quel governo non è stato un male per l’Italia. Se del governo Conte sono evidenti i limiti, sono al tempo stesso innegabili anche i benefici per il Paese. Basta immaginare cosa avrebbe comportato per l’Italia affrontare il drammatico passaggio della pandemia – e dei suoi effetti devastanti sull’economia – con un governo che l’Europa giudicava inaffidabile. In presenza di un parlamento che – per colpa del fallimento delle forze politiche tradizionali e dello sbandamento dell’elettorato – esprimeva ed esprime ancora un altissimo tasso di populismo, questo governo, pur con tutte le sue fragilità, ha indubbiamente rappresentato il male minore. Certo il nuovo quadro politico non è servito a tirare Renzi e il suo nuovo partito fuori da una condizione di marginalità politica ed elettorale. È questa la ragione dell’attuale braccio di ferro con Conte? Difficile pensare il contrario. Se il suo obiettivo fosse stato quello di aggiustare contenuti e procedure del Recovery Plan sarebbe bastato promuovere una discussione serrata nella maggioranza. Su molti punti Renzi avrebbe di certo trovato ascolto da parte di molti partners di governo, a partire dal PD. Ma ormai è chiaro che il suo vero obiettivo è un altro: disarcionare Conte, che gode di un discreto consenso nel Paese e può occupare quella posizione centrale nel sistema politico alla quale ambisce anche Renzi senza avere, però, i numeri necessari. Ma ammesso che il tentativo riesca quali benefici potrebbero derivarne al Paese e allo stesso partito di Italia Viva? Una crisi al buio – perché è evidente che oggi di questo si tratterebbe – appare una follia con l’Italia e il mondo intero ancora nel mezzo di una pandemia pericolosissima per la salute pubblica e per l’economia. Ancora più folle è pensare di provocarla proprio sul tema dell’occasione irripetibile che la svolta europea ha affidato all’Italia, assegnandole una quantità di risorse mai vista e certamente adeguata, se ben spesa, per operare sia il vitale processo di riconversione ecologica dell’economia, sia una politica fiscale volta a suscitare una crescita sostenuta su cui l’Italia accusa un ritardo più che ventennale. Gli elettori difficilmente potrebbero perdonare chi si rendesse responsabile di un così grave ed enorme danno alla collettività. Ma anche dal punto di vista della pura manovra politica c è da chiedersi: perché correre un simile rischio in mancanza di credibili alternative ad uno sbocco elettorale anticipato? Condizioni politiche per un governo tecnico di scopo non ci sono. In parlamento l’opposizione è largamente nelle mani di una destra nazionalista con cui è impossibile praticare una politica europeista, a meno di improbabili rivolgimenti politici nella lega di Salvini. Per giunta andare al voto oggi significherebbe consegnare definitivamente il partito di Berlusconi – cui Renzi guarda per costruire una sua forza di centro – all’alleanza con Meloni e Salvini che, per quanto indeboliti dalla svolta dell’Europa e dalla battuta d’arresto subita dal populismo nel mondo dopo la pandemia, mantengono una forza elettorale consistente, che, in caso di voto anticipato, assegna grandi probabilità di vittoria ad un centro – destra capace di presentarsi unito. Elezioni subito significherebbe, inoltre, rendere obbligata una alleanza elettorale PD – Leu e cinque stelle, come unica possibilità per tentare, sia pure disperatamente, di tenere testa al centrodestra. A Renzi non resterebbe che correre da solo con l’unico altrettanto disperato tentativo di salvare una minima rappresentanza nel futuro parlamento. Troppo poco per portarsi dietro perfino tutte le sue attuali già esigue truppe. In questo quadro è davvero difficile capire cosa ha davvero in testa Matteo Renzi. Il personaggio a me non è mai piaciuto fin da quando si fece strada con la parola d’ordine della “rottamazione” che in politica è quanto di più sbagliato possa esserci. Il passato non si rottama ma si rilegge criticamente per individuare la strada nuova e giusta da percorrere. Lui la scelse per approfittare del malcontento popolare nei confronti dei vecchi partiti e strumentalizzarlo ai fini di conquistare il potere di comando. In questo fu a suo modo un populista sia pure in versione light. Ma quando ci si muove armati solo di furbizia, senza avere un progetto politico fondato su una solida base culturale, non si và molto lontano. La sua fu una ascesa veloce. Portò il PD al suo massimo nelle elezioni europee del 2015 per bruciare poi tutto il non trascurabile consenso conquistato con la stessa rapidità nelle elezioni politiche del 2018. È la parabola scontata di chi pensa sia possibile poter sopravvivere in politica basandosi solo sulla tattica. La scissione e la nascita di Italia Viva sono state il nuovo frutto amaro della medesima ispirazione. Provare a rialzarsi dopo la botta usando le stesse armi che ne avevano provocato la caduta. Ma se sbagliare è umano e consente di porre rimedio agli errori, perseverare è diabolico e può risultare fatale. Ecco perché Conte, che non è l’Italia, di fronte agli schiaffi di Renzi può reagire come Totò: “vediamo questo dove vuole arrivare”.

Un commento

  1. ineceppibile come al solito. Resta il fatto che le rimostranze di Renzi, benchè strumentali, sono a mio parere per lo più condivisibili.

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