Il libro della “teoria monetaria moderna” che vuole rivoluzionare la teoria economica dominante

Da novembre è nelle librerie “Il mito del deficit”, il nuovo libro di Stephanie Kelton – docente di Economia e Politica presso la State University di New York – definita la “rockstar” dell’economia progressista, inclusa tra i pensatori più influenti al mondo da “Bloomberg Businessweek”, Politico” e “Prospect Magazine” e consulente economico di Joe Biden e Bernie Sanders. Il libro è scritto in modo tale da risultare comprensibile a tutti, anche se si pone l’obiettivo ambizioso di ribaltare la teoria economica dominante che ha prodotto negli ultimi decenni politiche di austerità e sofferenze inaudite quanto inutili. Lo fa utilizzando “le lenti” della teoria monetaria moderna (Modern Monetary Theory – MMT) di cui è una delle divulgatrici più note al mondo. Il principio fondamentale di questa teoria è molto semplice. Uno stato che esercita la sua sovranità monetaria, che emette una moneta fiduciaria senza avere necessità di indebitarsi in moneta estera, non ha limiti finanziari di spesa. Non ha neppure bisogno di ricorrere alle tasse o a prestiti obbligazionari per finanziare i suoi programmi. Magari tasse e obbligazioni sono utili per raggiungere altri obiettivi di redistribuzione della ricchezza e di controllo dei tassi di interesse. Ciò non vuol dire, tuttavia, che si possa spendere all’infinito perché ci sono altri limiti che la spesa pubblica deve rispettare. Limiti, però, che non riguardano l’entità dei deficit e l’equilibrio dei bilanci degli Stati ma la capacità delle nostre economie di assorbire la spesa pubblica aggiuntiva. Se dopo il 1971 – con la fine del sistema monetario di Bretton Woods, fondato sulla convertibilità del dollaro in oro – gli Stati, in quanto emittenti di valuta, possono creare dal nulla tutto il denaro che vogliono e la loro capacità di spesa è divenuta teoricamente infinita non lo è la capacità dell’economia. Ogni economia ha un proprio limite di velocità interno per cui “ogni volta che un’economia raggiunge il suo pieno potenziale occupazionale, qualsiasi spesa aggiuntiva … comporta il rischio di inflazione”, che è un problema per tutti, in particolare per i più deboli. Inflazione che non a caso la MMT pone al centro del dibattito sui limiti di spesa. Siccome in tempi di crisi e di stagnazione secolare, come quelli che stiamo attraversando, il potenziale occupazionale e produttivo è però strutturalmente sottoutilizzato vi sono ampi margini di spesa pubblica, di politica fiscale. Ed ecco che a dispetto del nome la MMT punta a declassare la politica monetaria (nella forma che oggi conosciamo) e ad “elevare la politica fiscale a strumento primario di stabilizzazione macroeconomica”. Quindi tutto il deficit pubblico che si accumula per modernizzare il sistema infrastrutturale, ridurre le diseguaglianze, promuovere la piena occupazione – attraverso un piano di “lavoro garantito” – porre il sistema sanitario nelle migliori condizioni di salvaguardare la salute pubblica, sostenere la transizione a un modello di produzione energetica sostenibile e a zero emissioni di carbonio, non rappresenta un problema ma una risorsa che può promuovere il potenziale inespresso delle nostre economie e indirizzarlo verso il benessere di tutti. Fondamentale non è pertanto l’equilibrio di bilancio ma la “nostra capacità produttiva reale”. Il limite che è giusto porre al deficit “sta solo nella capacità della nostra economia di assorbire la spesa addizionale senza provocare un aumento dell’inflazione”. Tuttavia per la Kelton la MMT non è la panacea di tutti i mali, ma “una descrizione realistica di come funziona una moderna moneta finanziaria”, un metodo per “distinguere i limiti reali dai limiti autoimposti”, per passare da un “approccio ossessionato dai limiti di bilancio ad un approccio nuovo che metta al primo posto gli obiettivi”, una teoria che può fornire “un’ampia cassetta degli attrezzi affinché tutti i paesi inizino a immaginare in che modo possono prendersi cura delle loro popolazioni”. La Kelton parla innanzitutto del suo Paese e cioè degli Stati Uniti d’America, che hanno disponibilità enormi di risorse materiali e di tecnologie avanzate e una moneta forte che è il riferimento fondamentale per gli scambi commerciali internazionali, ma anche di Paesi come il Giappone, l’Australia e tutti quelli che hanno una effettiva sovranità monetaria. Pone invece un problema all’Europa, perché gli stati dell’Eurozona hanno rinunciato alla loro sovranità monetaria. Non sono più paesi emittenti moneta ma semplici utilizzatori di valuta e sono perciò come gli Stati regionali degli Usa. Sono utilizzatori di moneta al pari degli enti locali. Per loro i limiti di bilancio contano e come. Hanno scelto una moneta che non controllano, che può essere emessa solo dalla Banca Centrale Europea. Una Banca Centrale effettivamente indipendente non avendo alle spalle un vero stato federale. La capacità di spesa di Paesi come l’Italia, la Francia, la Germania, è davvero dipendente dalle entrate fiscali e dall’indebitamento. “Questo pone gli Stati membri della zona euro nella stessa condizione di quelle economie emergenti che sono costrette a contrarre prestiti in valuta estera”. Certo la BCE è intervenuta dopo la crisi del 2008, anche se con ritardo – e più prontamente dopo la pandemia – con acquisti di titoli sul mercato secondario che hanno ridotto la spesa per interessi e reso sostenibili i debiti degli Stati membri. Ma è evidente che l’Europa ha un problema in più rispetto ad altri Stati che possono esercitare la loro sovranità monetaria, come dimostra lo stesso ritardo che ha accumulato rispetto ad altre grandi economie, sia sul piano delle nuove tecnologie, sia su quello del recupero dei livelli di crescita pre crisi. Attenzione però, questo non porta l’autrice a schierarsi con chi sostiene il ritorno alle vecchie sovranità nazionali. È evidente che oggi la competizione è tra grandi imperi continentali e pensare di ritornare alle vecchie sovranità nazionali rappresenta un problema enorme. Piuttosto all’Europa “serve una rivoluzione di lungo termine nell’assetto istituzionale dell’Eurozona”. D’altronde il Recovery Fund è stato salutato con entusiasmo da molti di noi proprio perché per la prima volta in Europa si accetta il principio della mutualizzazione del debito e può rappresentare un primo passo verso un effettiva integrazione politica. “Il mito del deficit” è, insomma, un libro di grande interesse ed attualità che speriamo possa contribuire a portare anche nelle stanze della nostra politica – completamente assorbita dall’ordinaria amministrazione e priva del respiro necessario alla fase – un dibattito in grado di elevare il livello della riflessione e del confronto, restituendole la funzione che le spetta e quel primato da riconquistare per ricostruire un sistema economico in grado di funzionare a beneficio delle persone e non solo del profitto.

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