Istituzioni politica e società al tempo del nuovo coronavirus

L’informazione è ormai monopolizzata dalle notizie sull’epidemia del COVID – 19. Quasi non si parla di altro da settimane. L’opinione pubblica, sempre più preoccupata, segue in maniera quasi maniacale, minuto per minuto, l’evolversi della situazione. Eppure la confusione sotto il cielo è alle stelle. Siamo al tempo dei social e tutti scrivono di tutto. Se ne leggono e se ne sentono di tutti i colori. Ma se il massimo dell’informazione va a braccetto con il massimo della confusione qualche serio problema c’è e bisogna sforzarsi di individuarlo. Facendo attenzione, però, a non concentrarsi sui difetti del sistema dell’informazione, che pure ha le sue responsabilità nel determinare il clima di isterismo collettivo che respiriamo in questi giorni. Mai come in questo caso un detto popolare è calzante nell’individuare la madre di tutta la babele in atto: “il pesce puzza dalla testa”. Mi riferisco ovviamente alla responsabilità e alla crisi delle istituzioni e della politica. Per contrastare una epidemia c’entrano poco destra e sinistra che pure sono concetti validissimi per comprendere i fattori che la determinano e ne rendono complicato il contrasto. Ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano. Qui ed ora serve fare le scelte giuste per contenere e poi sconfiggere l’epidemia di COVID – 19. In questo caso contano soprattutto le opinioni degli esperti. In una parola la scienza. Ogni decreto legge ed ogni provvedimento delle autorità politiche dovrebbe attuare in modo rigoroso le indicazioni delle organizzazioni che la rappresentano e quindi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Istituto Nazionale della Sanità. Inoltre tra i diversi livelli dello Stato e i diversi schieramenti politici servirebbe la massima collaborazione istituzionale. Purtroppo sta accadendo esattamente il contrario. L’opinione degli esperti è univoca. Tutti affermano che per vincere questa battaglia è essenziale una linea unitaria nell’adottare misure rigorose e proporzionate. Se è necessario dotare di determinati servizi e linee guida gli ospedali bisogna garantirlo dappertutto. Se servono determinate misure restrittive, in presenza di un certo stadio della diffusione del virus, bisogna attuarle ovunque la situazione lo richieda. Cosa osserviamo invece quotidianamente? In un comune si vieta il carnevale, pur non trovandosi nella “zona rossa”, in un altro no. Anche lì dove si vietano certe manifestazioni, con la motivazione che bisogna evitare assembramenti, si può, però, tranquillamente andare a teatro, nei bar, nei ristoranti, o prendere di assalto i supermercati (Attenzione io non credo che sia solo colpa dei sindaci che, spesso, si trovano in presenza di norme pilatesche che scaricano su di loro responsabilità delicate). Il governo decide che in certe regioni non è necessario chiudere le scuole ma i presidenti delle stesse regioni decidono diversamente. La realtà, cioè, è che la logica che guida il sistema non risponde alla necessità di attuare misure necessarie per contrastare la diffusione del virus ma a quella di cavalcare la paura e accarezzare le spinte, a volte irrazionali, che provengono da certi settori dell’opinione pubblica. Conta più il consenso che certe decisioni procurano a chi le assume che non la loro efficacia rispetto all’obiettivo di tutelare l’interesse pubblico. Il caso della chiusura delle scuole, anche dove non è necessario (ma anzi può essere addirittura controindicato), per procedere a sanificazioni che tutti sappiamo essere inutili in certi casi, è emblematico di questa deriva della nostro sistema Paese. Come siamo giunti al punto da doverci trovare nei momenti più delicati a vivere situazioni kafkiane? La domanda imporrebbe una riflessione più ampia sulla crisi degli stati nazione e sulla esigenza di ritrovare una nuova sovranità sovranazionale. Ma rimaniamo all’Italia. Noi stiamo certamente pagando la frammentazione delle competenze tra i troppi livelli istituzionali prodotta dalla riforma costituzionale del titolo V della Costituzione. Intendiamoci quella riforma è stata ispirata da un principio giusto: il principio della sussidiarietà, che consiste nel far svolgere le funzioni pubbliche al livello istituzionale più vicino ai cittadini, lasciandole nella competenza del livello superiore solo quando questo sia in grado di svolgerle meglio di quello di livello immediatamente inferiore. Cosa c’è di più democratico e di più giusto? Tuttavia se si mettono tutte le istituzioni sullo stesso piano e non si definiscono norme chiare e stringenti sul piano dell’applicazione di quel principio, il risultato è il caos. Quello che stiamo vedendo proprio ora. In un momento, cioè, nel quale, è necessario – per tutelare un bene fondamentale come quello della salute di ciascuno di noi – il massimo di coordinamento in grado di garantire omogeneità delle misure e rigore nella loro attuazione. Ma paghiamo anche un altra frammentazione: quella della politica. La fine dei partiti forti e organizzati ha, infatti, lasciato il campo a spinte localistiche e individualiste, che hanno reso la politica schiava della ricerca permanente del consenso – con il solo fine di garantire ai singoli le posizioni acquisite. E’ evidente con quali conseguenze nel caso di una emergenza così importante come quella di questi giorni: aumentano i rischi per salute di tutti noi e si mette anche in ginocchio l’economia di un Paese che già vive difficoltà a tutti note. Speriamo che questa esperienza almeno serva a mettere all’ordine del giorno una riflessione seria e gravida di conseguenze sulla necessità di porre mano ad una riforma profonda delle nostre istituzioni. Una riforma che metta l’Italia al passo con le nuove e inedite sfide che il progresso tecnologico ci pone. A ben vedere il nuovo coronavirus è molto meno pericoloso e fa meno danni dell’inadeguatezza del sistema politico ed istituzionale.

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