Le incertezze politiche continuano a prevalere sui buoni fondamentali dell’economia

Una nuova ondata di avversione al rischio scuote i mercati finanziari, nonostante i fondamentali dell’economia continuano ad essere positivi. Neppure i primi dati della nuova trimestrale degli utili societari USA, migliori delle attese, e le voci sulla volontà delle autorità di Pechino di voler procedere ad un taglio delle tasse più consistente di quello varato da Trump negli USA, sono riusciti a calmare le acque agitate delle borse internazionali. La ragione è evidente: tutti i rischi politici che avevano bloccato, già nel febbraio di quest’anno, l’ascesa degli indici azionari globali – durata ininterrottamente dal novembre del 2016 – si sono aggravati. Le prime mosse della guerra commerciale avviata nei primi mesi del 2018 da Trump hanno già prodotto un rallentamento della crescita cinese e il mercato si chiede quali ulteriori conseguenze potranno verificarsi se i nuovi e più pesanti dazi annunciati nei mesi scorsi dagli USA e le contromisure predisposte dalla Cina diventeranno realtà. La crisi politica in Europa si è intanto aggravata e rischia di compromettere la crescita da poco ritrovata da uno dei più grandi mercati del mondo. Da un lato la prospettiva di una Brexit non negoziata diventa sempre più concreta, man mano che ci avviciniamo alla scadenza di marzo 2019. Dall’altro l’effetto sul debito pubblico del continente e sul sistema bancario che può derivare dagli sviluppi della politica italiana. La manovra economica del nuovo governo populista, giudicata dall’Europa una deviazione senza precedenti, è, infatti, potenzialmente in grado di provocare una nuova crisi del debito sovrano. Il declassamento dei titoli del debito pubblico dell’Italia, già operato da Moody’s, appena un gradino sopra il livello spazzatura, la probabile bocciatura del bilancio italiano da parte della UE, o un ulteriore declassamento da parte di altre agenzie di rating, possono innescare una nuova ondata di vendite da parte di Fondi d’investimento, Sicav, assicurazioni e Fondi Pensione, che per regolamento non possono detenere nei loro portafogli titoli ad alto rischio. Un quadro aggravato dai rischi legati alla fine della politica monetaria espansiva da parte delle banche centrali – con la FED che ha già avviato la fase di rialzo dei tassi e la BCE che porrà termine agli allentamenti quantitativi alla fine del 2018. Siamo in una fase, in sostanza, che spinge al rialzo i tassi di interesse in un mondo che fin qui ha retto alla grande recessione del 2008 solo grazie ad una immissione di liquidità senza precedenti nel sistema. Un fiume di danaro che ha ridotto drasticamente il costo del debito per famiglie, imprese e Stati – ora giunto a livelli inauditi. Sono queste le preoccupazioni che stanno spingendo al ribasso i mercati. Siamo in presenza di uno scenario che può evolvere, se i rischi non saranno fermati, verso una nuova crisi globale. D’altronde anche la grande depressione del 1929, proprio a causa del protezionismo e dei populismi, fu seguita dalla crisi del 1937/38. Ecco perchè nelle prossime settimane i riflettori saranno puntati due vicende: il voto di metà mandato del 6 novembre negli USA – con la valutazione delle conseguenze che quel risultato potrà avere sui venti di guerra commerciale – e le decisioni del governo italiano – nel quale pare si è aperta una certa dialettica – dopo la bocciatura del bilancio da parte della UE. Saranno soprattutto questi sviluppi a decidere l’andamento dei mercati globali nei prossimi mesi.

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