I 4 populismi che tengono l’Italia sotto scacco da 24 anni

Se vogliamo capire quello che ci aspetta dobbiamo raccontarci una amara verità. L’Italia è l’unico dei grandi paesi europei nei quali il populismo ha pesato come un macigno fin dal 1994, molto prima della crisi del 2008 e dei suoi effetti devastanti sulle classi medie di tutto l’Occidente. Le cause di questa realtà hanno radici profonde nei ritardi storici che abbiamo accumulato nel corso dei secoli e ci hanno consegnato una società composta da una borghesia debole e familistica, da poco popolo e molta plebe, priva di senso dello Stato e della comunità, senza alcuna consapevolezza del processo storico, che nei passaggi cruciali diventa sempre massa di manovra della reazione: dal fallimento della rivoluzione partenopea del 1799, ai moti del 1848, all’avvento del fascismo, all’uomo qualunque di Giannini nell’immediato dopoguerra. Per capirci fino in fondo dobbiamo chiarire bene cosa intendiamo oggi per populismo. Mettiamo subito da parte la prima spiegazione che ritroviamo sui vocabolari: quella che fa riferimento al movimento russo del XIX secolo di ispirazione socialista che voleva emancipare le masse contadine. A parte la forzatura a definire socialista un movimento contadino, già messa in evidenza da Marx. Nella concezione marxiana il socialismo non poteva che arrivare solo dopo il compimento della rivoluzione industriale e della globalizzazione del capitalismo. Con il termine populismo oggi si intende ben altro e cioè il sommarsi del vecchio qualunquismo – che individua la politica in quanto tale, intesa come casta a se stante, come la causa di tutti i mali e ad essa contrappone il buon senso dell’uomo qualunque che non ha mai fatto politica – con la demagogia più sfrenata agitata per illudere il popolo sulla possibilità di dare risposte semplici a problemi che sono complessi, al fine di impossessarsi del potere da parte di pezzi dell’establishment economico e finanziario. Se è questa la chiave di lettura giusta bisogna dire che in Italia il populismo ha vinto le elezioni già nel 1994 con la discesa in campo di Berlusconi che riuscì a tenere nella stessa coalizione un altro populismo, quello della Lega Nord – che rappresentava l’egoismo delle aree più forti del Paese convinte di potersela cavare da sole mediante la secessione – con il vecchio nazionalismo di destra di Alleanza Nazionale. Cos’altro era Berlusconi, agli occhi di milioni di italiani, se non l’imprenditore che si era fatto da se, che grazie alle sue capacità aveva accumulato un patrimonio immenso, che non aveva bisogno della politica per arricchirsi e perciò poteva spazzare via i politici di mestiere corrotti ed incapaci e far arricchire tutta la società italiana? Poi sappiamo com’è andata. Tuttavia prima di ridimensionarsi i due populismi di Berlusconi e della lega secessionista hanno condizionato fortemente la politica italiana nonostante il contrasto di una coalizione di centrosinistra larga, unita però più dalla difesa dal pericoloso nemico che da una politica comune innovativa e perciò capace di contrastare gli effetti perversi di una globalizzazione sregolata affidata alle dure leggi del mercato e al ruolo dominante della finanza deregolamentata. Abbiamo avuto così una alternanza tra Berlusconi ed il centrosinistra sempre sul filo dei rapporti di forza, spesso determinati dalla grande potenza corruttiva del cavaliere. In questo quadro nacque un terzo populismo, quello dei cinque stelle: un movimento basato sulla raccolta del malessere e della rabbia che montava nel paese, sul collegamento all’ostilità crescente verso la classe politica e su una sostanziale ambiguità verso i temi più sensibili – dall’immigrazione, all’Europa ai temi etici – per catturare il consenso in modo trasversale. Un movimento che sfruttava il potere del Web ma saldamente nelle mani del duo Grillo/Casaleggio. Berlusconi perse così le politiche del 2014 perché il nuovo populismo raccoglieva soprattutto gli scontenti della deriva berlusconiana. Il PD otteneva una maggioranza larga alla Camera, grazie al sistema elettorale maggioritario, ma risicatissima al Senato. Tuttavia la crisi del progetto per il quale il PD era nato – quello di portare a sintesi i diversi riformismi della tradizione politica italiana – (crisi legata anche al degrado della vita interna prodotto da primarie senza regole che favorivano le peggiori conventicole e lasciavano ai margini il confronto culturale e programmatico) favorì l’ascesa di Matteo Renzi che non ebbe alcuna remora ad utilizzare le armi e gli argomenti del populismo imperante. La parola d’ordine della rottamazione della vecchia classe dirigente metteva in primo piano l’esigenza di un ricambio generazionale, slegato però dall’affermazione di un nuovo progetto adeguato a dare risposte alla grande crisi intervenuta con la recessione del 2008/2009. Una sorta di “populismo temperato” nel senso di meno spinto su contenuti programmatici demagogici. La mancanza di risposte ai seri problemi posti dalla crisi internazionale e la corsa verso il centro moderato sul piano dei contenuti ha però favorito la crescita sia del populismo dei cinque stelle, che hanno cominciato a crescere anche tra i vecchi elettori del centrosinistra, sia di quello di Salvini che nel frattempo spostava il populismo della vecchia lega di Bossi, travolta dagli scandali, dalla secessione ad un sovranismo antieuropeo, inseguendo l’esempio del populismo Trumpiano, della destra continentale, oltre che di molti paesi dell’Est. Rispetto a questo quadro la novità rappresentata dal voto del 4 marzo 2018 è che per la prima volta due movimenti dichiaratamente populisti raccolgono la maggioranza assoluta dei voto e dei seggi e, nonostante le diversità dei loro programmi elettorali, si apprestano a costruire un governo insieme sommando le promesse elettorali demagogiche e palesemente insostenibili presentate in campagna elettorale. E’ una prospettiva che farà molto male all’Italia. Ma avvicinerà il momento della verità perché mostrerà a tutti l’insostenibilità delle promesse su cui hanno raccolto i consensi e farà esplodere le contraddizioni tra i due diversi populismi e soprattutto all’interno dei 5 stelle. Sarebbe però un errore per il PD e per il centrosinistra fermarsi ad attendere sulla riva del fiume il cadavere degli avversari. Anche perché l’ondata populista, che oggi attraversa tutto l’Occidente, non si fermerà, nonostante i disastri che riuscirà a produrre, fino a quando non sarà in campo una forza di dimensione europea capace di accelerare il processo di integrazione politica. E’ una strada difficile e complessa. Essa presuppone la presa d’atto, da parte delle forze fondamentali della sinistra europea, che rimanendo nella dimensione nazionale non ci sono margini per dare risposte al malessere dei giovani e dei ceti medi sempre più privi di speranze per il futuro. Tuttavia è una strada priva di alternative. O si mette in campo un nuovo pensiero adeguato ai tempi, in grado di ridare forza alla lotta contro le diseguaglianze, o si muore.

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