Mercati tra crescita dell’economia e incertezze politiche

Proviamo a capire il comportamento dei mercati finanziari in questi primi mesi del 2018. Gennaio era partito alla grande con una forte crescita di azioni e obbligazioni. Poi nel corso del mese di febbraio è arrivato un ribasso che ha azzerato i guadagni. Certo si è trattato di una correzione che almeno in parte era attesa e considerata salutare. Gli indici indubbiamente avevano corso troppo. Ma il movimento è stato molto violento e ha aperto un dibattito sulle ragioni del ritorno di una volatilità importante dopo un lungo  periodo di calma.  L’attenzione è stata posta sui rischi di un aumento dei tassi, causato sia dalla normalizzazione della politica monetaria da parte della Banca centrale USA, sia da un aumento dell’inflazione legata alla crescita dei costi di produzione a livello globale, in un mondo nel quale dalla crisi del 2008 ad oggi l’indebitamento complessivo ha raggiunto la cifra di 233000 miliardi e quello pubblico è passato dai 19000 miliardi di dollari del 2008 ai 63000 del 2017, arrivando all’87% del PIL. Poi la caduta è stata almeno in parte recuperata dal momento che l’atteggiamento delle banche centrali è rimasto tutto sommato accomodante e l’aumento della produzione e dei salari non sta spingendo più di tanto i prezzi, anche grazie alla crescita record dei margini delle imprese. Tuttavia l’attenzione sui mercati finanziari rimane molto alta. Infatti se da un lato la crescita dell’economia globale si sta rafforzando – e coinvolge ormai tutte le più importanti aree economiche – dall’altro sta crescendo l’incertezza politica. Dopo la crisi del 2008 la politica monetaria ha svolto in modo eccellente il suo ruolo di prestatore di ultima istanza, evitando l’avvitamento della crisi su se stessa, mentre i governi non sono riusciti a riformare gli organismi di gestione dell’economia internazionale. L’ordine scaturito alla fine della seconda guerra mondiale è saltato da un pezzo, a causa del processo di globalizzazione sregolata degli ultimi trent’anni, ma di un nuovo ordine – più equo e più aderente ai notevoli sommovimenti intervenuti sul piano geopolitico – non si vede neppure l’ombra. Anzi le cose stanno evolvendo nella direzione opposta a quella auspicata. La guerra dei dazi aperta da Trump può cancellare anche quanto di buono il processo di globalizzazione ha prodotto in termini di crescita del commercio globale e di emersione di tanti paesi dal sottosviluppo, senza contare i rischi che possono derivarne anche per la pace. Le elezioni italiane hanno reso evidente come l’Europa – e cioè uno dei più grandi mercati al mondo che solo da poco ha ritrovato livelli di crescita apprezzabili –  nonostante gli scampati pericoli in Francia e in Germania nel 2017, rimane in bilico tra nazionalismo e integrazione, ad un anno di distanza da due appuntamenti estremamente delicati quali sono le elezioni del Parlamento europeo e la scadenza del mandato di Mario Draghi alla BCE. Inoltre il livello già da tempo insostenibile delle diseguaglianze sociali, causa fondamentale della grande crisi del 2008, continua a crescere. Impressiona il dato pubblicato dal Sole 24 ore sulla pressione fiscale nei paesi OCSE che segnala come dalla crisi ad oggi le tasse sulle persone fisiche sono aumentate del 6%, quelle sulle imprese sono diminuite del 5%, quelle sulle multinazionali sono diminuite addirittura del 9%.  Insomma nonostante il consolidamento della crescita globale la volatilità dei mercati può diventare un elemento strutturale dei mesi a venire.

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