Multinazionali e tasse: eppur qualcosa si muove

La Commissione UE, alla vigilia della riunione dei 28, ha presentato una proposta sulla tassazione dell’industria digitale. In sostanza la UE chiede una revisione degli accordi internazionali per evitare che l’industria digitale possa continuare a eludere centinaia di miliardi di tasse, sfruttando le contraddizioni delle normative nazionali che consentono alle grandi multinazionali del settore (da Google, a Facebook, ad Amazon ecc) di non pagare le tasse nel luogo nel quale producono il reddito. Non mancano casi clamorosi di società che sono riuscite a pagare, attraverso accordi privati con singoli stati, anche meno del 2% degli utili. Ma la novità più grossa è un’altra: la UE, in attesa che questi accordi mondiali maturino, si appresta a decidere entro dicembre una soluzione transitoria. L’Europa, in concreto, comincerà a tassare l’industria del settore anche da sola secondo nuovi criteri. La ipotesi sono tre:  una tassa sul fatturato che queste imprese realizzano in ogni paese; una ritenuta alla fonte sulle transazioni digitali; una imposta sulle attività digitali. Anche se la discussione sulla madre di tutte le battaglie per l’equità fiscale (e cioè la tassazione unica delle imprese in Europa) si muove sui tempi lunghi, a nessuno può sfuggire l’importanza di questa scelta. Finalmente si cominciano a mettere le mani nelle tasche delle grandi multinazionali (senza di che parlare di redistribuzione della ricchezza sarebbe pura esercitazione verbale). Se centinaia di miliardi sfuggono al fisco, agli stati nazionali non rimane altra scelta che spremere come limoni lavoratori e ceti medi. Questa Europa accusa un ritardo pauroso nel processo di integrazione economica e politica, rimane ancorata con testardaggine all’austerità in tempi di crisi, che richiedono ben altro, eppure qualcosa si muove.  La realtà della crisi nella quale ancora siamo -nonostante quel poco di crescita garantita dalla liquidità pompata a piene mani dalle banche centrali – è più forte dell’ideologia neoliberista. Quel che preoccupa, però, è constatare come, sulle questioni che sono decisive per uscire dal pantano nel quale siamo, manchi una pressione dal basso delle forze più interessate a riportare al centro dello scontro politico il conflitto tra capitale e lavoro. Mentre in Europa sono in gioco decisioni così rilevanti la politica italiana continua a occuparsi del fumo – forse buono per raccattare voti tra chi è ancora disponibile a recarsi alle urne ma non per fare l’arrosto. In Italia si continua a discutere di auto blu, vitalizi, leggi elettorali che non si fanno, designazioni farsa di presidenti del consiglio che il nostro sistema elettorale non consente di votare. Speriamo che quando ci si accorgerà che il futuro dei giovani e del Paese dipende da ben altro non sarà troppo tardi.

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