Commemorazione 82′ anniversario del bombardamento di Capua

Autorità, cittadini
da quando la mia amministrazione si è insediata sono trascorsi tre anni. Ed ogni anno abbiamo ricordato quei pochi minuti dopo le ore 9 del Nove Settembre di 82 anni fa, che segnarono, nella storia della Città di Capua, uno dei più tragici e devastanti bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale in Italia.
Abbiamo ricordato l’elevato numero di vittime, stimate in 1062 persone. Abbiamo raccontato le circostanze nelle quali hanno perso la vita non solo tanti militari, ma donne, bambini, anziani, giovani, la cui tragica scomparsa ha cambiato per sempre il destino della maggior parte delle famiglie capuane, la storia economica, sociale, politica di Capua.
Abbiamo ricordato i danni irreparabili inferti al patrimonio immobiliare e culturale di un centro storico di prima grandezza. Ferite che hanno cambiato per sempre il volto di strade e piazze, a cui si sono poi aggiunte quelle di una ricostruzione spesso poco rispettosa del valore architettonico della città.
Abbiamo ricordato gli eventi che seguirono quel bombardamento: l’occupazione nazista del tragico autunno del 1943 con il suo carico di atrocità, violenze, angherie, in tutti i comuni del medio Volturno e  della provincia di Caserta – e ringrazio le amministrazioni dei comuni di Pastorano e di Vitulazio per essere qui con noi stamane- ma anche la azioni di ribellione e di eroismo di militari e civili, a partire dal giovanissimo Carlo Santagata medaglia d’oro della resistenza – e ringrazio il generale Maurizio Fronda per averlo ricordato con parole commoventi – che liberarono Capua sconfiggendo i nazisti e consentendo agli inglesi di entrare in città che oggi per questo può fregiarsi della medaglia d’oro al valore civile.
Lo abbiamo fatto non solo perché ricordare è doveroso nei confronti dei nostri martiri ma anche per apprezzare pienamente l’importanza dei valori che sottendono la nostra democrazia rappresentativa e per stimare la gravità dei rischi di perderli,  in questo un presente affollato dai mostri delle chiusure nazionaliste, della xenofobia, delle autarchie, delle guerre, addirittura delle deportazioni, del genocidio, che credevamo aver sconfitto per sempre e che invece vdiamo ripresentarsi anche lì dove ritenevamo fosse impensabile.
Ne abbiamo ricavato lezioni, riflessioni, capaci di farci leggere meglio il presente e di poter immaginare un futuro, nonostante l’impressionante incalzare di trasformazioni tecnologiche e di cambiamenti radicali nei rapporti geopolitici che si susseguono ad una velocità mai sperimentata in passato.
Lo abbiamo fatto non chiudendoci in una riflessione autoreferenziale ma promuovendo il confronto con altre realtà ed istituzioni che hanno conosciuto le stesse tragedie, lo stesso dolore.
Lo abbiamo fatto fin da subito con il comando della Divisione Acqui, una delle più grandi Unità Complesse dell’esercito italiano. Una realtà di eccellenza  del nostro territorio che, come noi, è custode di una memoria carica di lezioni e valori maturati con il sacrificio di migliaia di ufficiali e soldati che a Cefalonia resistettero con coraggio ai Nazisti, subito dopo l’Armistizio. Un atto di eroismo e di fedeltà alla Patria considerato l’esempio più significativo della resistenza militare italiana antitedesca e un atto ispiratore del Movimento di Liberazione Nazionale. Con loro abbiamo condiviso iniziative nelle scuole.
E poi l’anno scorso con il Comune di Frascati attraverso un gemellaggio nel dolore con la città alle porte della Capitale che all’epoca era sede del comando nazista del Centro Sud – e fu per questo bombardata dagli aerei alleati poche ore prima dell’annuncio dell’Armistizio, subendo la distruzione di gran parte dell’abitato, 500 vittime tra civili, 200 tra militari, oltre alla perdita di importanti bellezze architettoniche.
Queste esperienze, vissute nel mentre seguivamo con angoscia ed orrore i conflitti tra Russia ed Ucraina, Israele ed Hamas, ci hanno resi più consapevoli della reale portata dei drammi vissuti dai nostri cari in quelle circostanze; delle gravi responsabilità del fascismo, per aver portato il Paese in guerra al fianco della Germania nazista; delle responsabilità delle classi dirigenti italiane che non si curarono minimamente di gestire le conseguenze della firma dell’Armistizio sulla popolazione e sul nostro esercito ma unicamente della loro sorte personale; più consapevoli delle cause che resero le nostre città bersaglio del fuoco amico e delle ragioni per le quali questi bombardamenti ebbero un carattere sproporzionato rispetto ai reali obiettivi militari. Soprattutto ci hanno dato la possibilità di riflettere meglio sulla cultura della pace di cui il mondo ha oggi bisogno più che mai: una cultura che parta dalla consapevolezza che non esistono guerre giuste e guerre sbagliate, che la guerra è sempre distruttiva e sposta l’attenzione dalle vere grandi sfide che l’umanità deve affrontare: dai cambiamenti climatici, alle disuguaglianze, alla fame nel mondo.
Tuttavia i cambiamenti sconvolgenti avvenuti nell’ultimo anno ci dicono come da quella cultura il Mondo sia lontano, mentre tutto l’ordine internazionale sorto proprio dalle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, tutti gli organismi di garanzia e di cooperazione che ci hanno consentito, pur con tutti i limiti che ben conosciamo, di vivere un lungo periodo di pace in Europa ed in Occidente, e di ridurre i divari tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo, ormai è solo un ricordo del passato. Non ci sono più le dottrine di politica internazionale che abbiamo conosciuto: non c’è l’equilibrio fondato su blocchi politici e militari contrapposti che pure aveva le sue logiche; non ci sono le intese sul disarmo e la deterrenza nucleare; non c’è più quel compromesso tra democrazia e capitalismo che affermò lo stato sociale; non c’è più l’illusione che la globalizzazione del mercato potesse governare l’economia e attenuare i conflitti geopolitici; non c’è neppure l’unilateralismo americano che pensava di governare il mondo esportando il suo modello di democrazia liberale ma almeno lo faceva tenendo in qualche modo conto del ruolo di mediazione dell’ONU, di altri organismi globali e del diritto internazionale. Al posto di quel vecchio ordine non se ne è affermato uno nuovo ma solo una sorta di ritorno alla legge del piè forte.
Il primo cambiamento di assoluta evidenza riguarda gli Stati Uniti, la prima potenza del pianeta che ha preso atto dell’impossibilità di controllare il mondo esportando il suo modello di democrazia liberale – ormai messo in discussione al suo stesso interno – e ha scelto di chiudersi in un nazionalismo imperiale interessato soprattutto a rafforzare il controllo sull’America del Nord e la Groenlandia, ricca di terre rare che sono fondamentali per mantenere il primato tecnologico e militare e strategica dal punto di vista militare.
Il secondo cambiamento sta nel ruolo assunto della Cina ormai seconda potenza globale che in alcuni campi ha già superato la prima, a partire dal controllo delle terre rare e dei prodotti finiti realizzati con questi elementi chimici indispensabili per la tecnologia moderna. Una Cina ormai superpotenza globale al centro di un sistema di alleanze che contesta il primato dell’Occidente e che è già oggi il vero centro dello sviluppo mondiale.
Il futuro del mondo ruoterà per molto tempo intorno a questa sfida tra i due imperi continentali per un primato che si gioca sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dei satelliti, del controllo delle orbite basse dello spazio.
E’ uno scenario che cambia tutto ciò che abbiamo conosciuto. Le vecchie alleanze vengono riconsiderate, a partire dalla NATOl, perché in queste circostanze l’Europa non è più al centro dei pensieri degli Stati Uniti. La Russia, infatti, viene considerata da questi come una potenza minore con cui dialogare per sottrarla al campo del vero avversario. In questo contesto, nel quale ciascuno si muove secondo i suoi ristretti interessi di nazione imperiale, l’Europa rischia di essere schiacciata, irrilevante, e di perdere quei suoi tratti di area di cooperazione, di dialogo, di rispetto delle libertà individuali, di propensione alla difesa dello stato sociale, rischiando di smarrire il suo ruolo di forza di pace che lavora per l’affermazione di un nuovo ordine fondato sulla cooperazione tra i popoli.
Stiamo già vedendo come questo nuovo scenario geopolitico abbia già influenzato in modo tutt’altro che positivo i due più pericolosi conflitti in atto: la Russia si sente incoraggiata a tentare la spallata finale all’Ucraina; Israele che, dopo aver praticato una reazione sproporzionata al barbaro atto di terrorismo attuato da Hamas, aveva scelto di rispondere con atti terroristici inaccettabili per un paese democratico, sta ora praticando una vera e propria deportazione di un popolo per archiviare definitivamente la questione palestinese, rendendo impraticabile la soluzione dei due popoli due Stati. Un contesto nel quale l’Europa rischia di più su entrambi i fronti: quello dell’ancora giovane ricongiungimento con i paesi dell’Est, che si sentiranno sempre più minacciati dalle nostalgie zariste della Russia di Putin; quello mediorientale che rappresenta un rischio enorme per l’economia – visto il ruolo vitale del canale di Suez – e quello della sicurezza interna minacciata da una nuova possibile ondata di terrorismo islamic. E’ uno scenario nerissimo, difficile da scongiurare. A meno che l’Europa non diventi in tempi rapidi un vero Stato Federale in grado di agire come potenza globale. L’Europa non può continuare ad essere un gigante economico se rimane un nano politico e un continente di scarso peso militare. Servono un’unica politica fiscale, un forte programma di investimenti pubblici, un unico ministro degli esteri, una Difesa comune senza la quale, nonostante la spesa per armamenti di tutte le nazioni europee sia pari a più della metà dei 500 miliardi impegnati ogni anno dagli Stati Uniti e più di quelli che spende la Cina, l’Europa  continuerà a non avere peso per l’assenza di una armonizzazione di produzioni industriali e strategie militari. L’ Europa politica è l’unica prospettiva in grado di rimettere in campo la speranza di una forza che lavori per un nuovo ordine internazionale fondato sulla pace e sulla cooperazione internazionale.
Una prospettiva che appare nella situazione data, improbabile in tempo brevi. Per cui abbiamo il dovere di riconoscere qui, davanti al monumento ai nostri caduti, che rischiamo di perdere quelle libertà, quei valori, quelle conquiste di giustizia, di progresso, di pace, che anche grazie al loro sacrificio ci hanno accompagnato fino ad oggi.
E’ una costatazione amara, ma dirsi la verità è la prima condizione per provare a uscire da questo pantano nel quale siamo caduti.
i rimane un unico ancoraggio per provare a superare la tempesta: quella Costituzione antifascista che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e privilegia la tutela sociale quale strumento fondamentale per l’affermazione della giustizia e della libertà. Stringiamoci, dunque, intorno a questo patto prezioso tra donne e uomini liberi e lavoriamo uniti per portare questo Paese in una comunità, uno Stato Federale più grandi. L’unico orizzonte per cui vale la pena di spendere la nostra vita. Viva i nostri caduti, viva la Costituzione, viva l’Italia, viva una nuova Europa Unita.

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