Crisi Ucraina: no alla guerra ma basta ipocrisia USA e nanismo politico dell’Europa

Il rischio di una escalation militare in Europa, legato agli sviluppi della crisi tra Russia e Ucraina, è molto alto. È bene ricordare che le ragioni delle tensioni con Mosca sono fondamentalmente due: il grado di autonomia che il Paese deve concedere alle regioni che registrano una significativa presenza di popolazioni russofone e la richiesta di adesione alla NATO. Sul primo punto spetta all’Ucraina contenere le spinte nazionaliste interne e fare i conti con la questione dei diritti delle minoranze, come hanno fatto tanti paesi europei a partire dall’Italia, che può essere presa a modello per il modo in cui qui è stata affrontata la questione altoatesina. Sulla vicenda dell’adesione alla Nato è invece l’atteggiamento degli USA a complicare le cose. La scelta dell’allargamento della NATO ad Est è stata conseguenza della convinzione, maturata dopo la fine dell’URSS, che le questioni geopolitiche potessero essere ormai risolte attraverso la globalizzazione del mercato e la conseguente globalizzazione della democrazia da un lato e l’unilateralismo della prima potenza militare mondiale dall’altro. I fatti si sono incaricati di dimostrare da tempo quanto illusoria e semplicistica fosse questa dottrina e come un nuovo ordine in realtà si può costruire solo attraverso un approccio ai problemi geopolitici fondato sul multilateralismo e  la pacifica cooperazione internazionale. Lo scontro tra Trump e Biden ha avuto al centro proprio il ruolo e la politica USA nel processo di riconfigurazione della globalizzazione aperto dal fallimento del ciclo neoliberista. Le posizioni espresse da Biden sull’aggravamento della crisi Ucraina deludono perché smentiscono la volontà di un approccio multilaterale. Un nuovo ordine internazionale, infatti,  non si costruisce agendo esclusivamente sul piano del governo dell’economia globale, su cui va dato atto alla nuova presidenza statunitense di aver aperto il capitolo decisivo della tassazione minima delle multinazionali a livello globale. La ricerca di un nuovo equilibrio politico e militare finalizzato alla garanzia della sicurezza di tutti non è affatto questione di secondo piano. Nascondersi dietro il diritto all’autodeterminazione di un Paese sovrano nella scelta  dell’alleanza militare di cui fare parte è pura ipocrisia. Da questo punto di vista l’Occidente non può certo vantare un passato di coerenza. Basta pensare ai comportamenti degli USA ai tempi della guerra fredda. E non mi riferisco solo alla crisi di Cuba, al Cile di Pinochet e al ruolo degli USA in America Latina. Coerenza, infatti, non c’è stata neppure in Europa: dal golpe dei colonnelli in Grecia nel 1967, alla storia italiana dal dopoguerra in poi, che sarebbe incomprensibile senza considerare il ruolo dei servizi segreti americani nella difesa degli interessi strategici del loro Paese. Se è legittimo il diritto di un Paese sovrano a scegliere l’alleanza militare di cui fare parte, c’è anche il dovere della Nato di dire di no se questo serve a garantire la pace in Europa. Pace che si può realizzare solo promuovendo una nuova Helsinki che garantisca a tutti sicurezza nel nuovo contesto politico che si è determinato dopo la fine dell’URSS, prevedendo una zona cuscinetto tra i paesi dell’alleanza atlantica e la Russia. Non mi piace per niente il regime illiberale che si è affermato in Russia dopo l’89 ed è inaccettabile lo show atomico messo in scena da Putin in queste ore. Ma sull’allargamento della Nato ad Est la Russia non ha tutti i torti. La superiorità della democrazia liberale non si afferma mostrando i muscoli e ignorando la richiesta di sicurezza di un Paese come la Russia cui va data una risposta. E ancora meno esponendo l’Europa al peggior rischio di escalation militare che si ricordi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E qui emerge l’altro punto dolente che i venti di guerra segnalano: l’assoluta incapacità dell’Europa di avere un peso nelle scelte della NATO anche quando sono in gioco i suoi interessi più vitali. Cosa impedisce alla NATO di assumere una iniziativa in grado di dare una risposta chiara e netta sul punto di maggiore preoccupazione della Russia aprendo un confronto sulla richiesta di un sistema di sicurezza europeo post crollo dell’Unione Sovietica? L’Europa dovrebbe prendere atto con urgenza che non bastano i pur importanti passi avanti compiuti sul terreno della politica economica comune, non basta la scelta innovativa del Recovery Plan per salvaguardare la stabilità e il futuro dell’Unione. Bisogna stare al passo delle potenze che contano nella ridefinizione dell’ordine internazionale. L’Europa deve darsi un assetto istituzionale che le consenta di agire come una potenza globale e questo non può prescindere da una politica estera e della difesa comuni. Se la pandemia ha dato la spinta decisiva per rilanciare il cammino verso una effettiva integrazione economica, la crisi Ucraina può essere l’occasione per fare altrettanto sul piano della politica estera e della difesa. Perché forse solo una svolta di grande portata politica può evitare che la situazione possa precipitare sfuggendo di mano a tutti con conseguenze assolutamente imprevedibili.

Un commento

  1. Ma se si vuole seguire l’obiettivo sacrosanto di dar vita ad un esercito unico europeo, si accetta di aumentare le spese militari, che sono ora tra le più basse nel mondo, per dotarlo di una reale forza deterrente, o vogliamo continuare a illuderci di poter contare qualcosa nel mondo e di poter garantire la nostra sicurezza senza maggiori investimenti finanziari nella Difesa?

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