Quirinale: vertice centrodestra complica partita. Si può stare solo “o di qua o di là”

Il vertice di centrodestra di stamattina ha delineato la nuova strategia della coalizione, dopo il passo indietro di Berlusconi. Una strategia che complica non poco le trattative sul nome del nuovo capo dello Stato  e al tempo stesso getta un ombra pesante sulla possibilità di portare a termine la legislatura. Vediamo perché. Salvini e Meloni non hanno concordato nomi ma definito tre paletti del loro piano B. Il primo consiste nel tenere ferma l’unità della coalizione di centrodestra, che, tradotto in concreto, significa che non andranno oltre i nomi su cui c’è la piena condivisione di Fratelli d’Italia, partito che non fa parte della maggioranza di governo. Il secondo paletto è rappresentato dalla scelta di   puntare su nomi che possono essere graditi ai centristi e quindi anche a Renzi. Ultimo paletto: Draghi deve restare preferibilmente a palazzo Chigi. Queste premesse confliggono con la posizione espressa dal PD che esclude nomi di parte e quindi la possibilità che il nome condiviso possa essere un esponte del centrodestra che è, invece, la condizione irrinunciabile per Meloni. Ora, a parte la estrema difficoltà che Renzi possa accettare di eleggere un presidente della Repubblica espresso da una maggioranza parlamentare di cui è parte decisiva Fdl, c’è da considerare il forte rischio che una spaccatuta della maggioranza che sostiene l’attuale governo sul voto per il Quirinale possa provocare una crisi politica. E questo non solo per la reazione dei partiti esclusi dall’intesa sul nome del presidente ma anche  perché lo stesso Draghi potrebbe decidere di rinunciare a palazzo Chigi in presenza di una coalizione che si rompa sul nome del presidente della Repubblica e che, di conseguenza, se non si sfascia subito, è destinata a diventare più litigiosa di quanto lo sia già stata fino ad ora. Certo se questa strategia fallisse, come è probabile, il centrodestra potrebbe riconsiderare la possibilità di eleggere Draghi al colle,  perché dire che Draghi deve preferibilmente restare a palazzo Chigi non equivale ad un veto alla sua elezione a Presidente della Repubblica. Ma è noto che Meloni è disponibile a votare Draghi al Quirinale solo in cambio delle elezioni anticipate. Insomma, comunque la si giri mantenere l’unità di un centrodestra, che è diviso sulla prospettiva di questo governo, non è compatibile con il prosieguo della legislatura. È disponibile tutta la lega ad arrivare fino al punto di rischiare le elezioni anticipate per mantenere l’unità con Fdl che le ha già sottratto non pochi consensi interpretando una linea di maggiore coerenza sul piano dell’antieuropeismo? Ora dovrebbe essere chiaro che non basta fare finta di non vedere i nodi politici per riuscire ad eluderli. Ad un anno dalle elezioni si può eleggere un presidente della Repubblica senza mandare in crisi il governo solo se non si spacca la maggioranza che lo sostiene. Si può anche eleggere un presidente della Repubblica con una maggioranza diversa da quella di governo solo se quella maggioranza è in grado di esprimere un nuovo governo che garantisca il prosieguo della legislatura fino alla scadenza elettorale ed anche dopo. Se Salvini vuole giocare un ruolo da leader nella partita per il Quirinale deve scegliere tra l’unità del centrodestra alle prossime elezioni e il sostegno all’unico governo in grado di tenere il Paese in Europa e di portare a conclusione la legislatura. Le due cose non possono stare insieme. Il centrodestra oggi esiste solo sulla carta perché è spaccato sulla prospettiva politica. Il passaggio dell’elezione del Presidente della Repubblica ha portato al pettine un nodo che prima o poi si doveva comunque sciogliere. Inutile fare finta che il problema non ci sia. La lega, ma anche Forza Italia, devono decidere tra la prospettiva europeista e quella nazionalista perché oggi è questa la grande discriminante rispetto alla quale – per riprendere lo slogan di Berlusconi nelle elezioni politiche del 1994 – si può stare solo “o di qua o di la”.

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