Rischio populista ancora vivo. Serve unità europeista intorno a Draghi

In Occidente la crisi politica è sempre acuta. L’ondata populista, nonostante i duri colpi subiti, è sempre viva. Certo la vittoria di Biden in USA e l’approvazione del Recovery Plan in Europa hanno ridimensionato i rischi conosciuti tra il 2016 (anno della Brexit e della vittoria di Trump) e il 2020. Tuttavia negli USA, nonostante gli indubbi successi raggiunti da Biden nella lotta alla pandemia e sul terreno della ripresa economica, la società è ancora spaccata in due, come rivelano diversi sondaggi. Mentre in Europa le proteste contro il Green pass e la debolezza delle coalizioni politiche tradizionali, segnalano come le pulsioni populiste e la mancanza di una forte iniziativa orientata a fare dell’Europa una vera potenza globale, lasciano ampi spazi all’azione irresponsabile di forze sempre pronte a soffiare sul fuoco del malessere, della paura e dell’ignoranza. Anche sul piano della collaborazione internazionale pare superata la fase più acuta delle spinte protezioniste e si registrano passi in avanti sulla tassazione minima delle multinazionali e nella lotta ai cambiamenti climatici. Tuttavia si tratta di successi non sufficienti a consolidare le svolte intervenute. Le sfide globali da affrontare sono di portata impressionante (a partire da quella sui cambiamenti climatici ormai in atto, come dimostrano gli eventi estremi cui stiamo assistendo in questi giorni) e le decisioni fin qui prodotte, per quanto importanti, appaiono ancora insufficienti per assicurare la certezza di un esito positivo. Il futuro rimane incerto, la politica ancora lontana dal recuperare la forza e le capacità di elaborazione e di iniziativa necessarie per dare credibilità ad un nuovo orizzonte. La paura e lo spaesamento rendono grandi masse fortemente esposte alle strumentalizzazioni di forze retrive e irresponsabili. La situazione politica italiana è emblematica della debolezza della politica e della precarietà del sistema democratico. Per fortuna siamo lontani dalla situazione allucinante determinata dal voto politico del 2018. Alla guida del governo c è un tecnico di valore internazionale che è anche una garanzia politica sul piano di una linea coerentemente europeista. Il suo governo gode di una larga base parlamentare ma le contraddizioni interne alla maggioranza che lo sostiene sono serie e profonde. I sondaggi elettorali segnalano che il partito di opposizione di stampo decisamente nazionalista è il primo partito del Paese. La lega continua a tenere un piede nel governo e l’altro nell’area della protesta e dell’opposizione. Non è solo la conseguenza della scelta tattica di Salvini di contenere l’emorragia di voti verso Fratelli d’Italia. È il segno di una spaccatura reale tra la parte del suo elettorato che rimane fedele alle pulsioni populiste e nazionaliste e quella legata agli interessi economici delle zone forti della lega che non vogliono abbandonare quell’ancoraggio all Europa che ci ha consentito di resistere al disastro prodotto da una pandemia da cui non siamo ancora usciti. I 5 stelle sono frantumati ed è difficile dire cosa rimarrà di loro dopo il difficile tentativo in atto verso la trasformazione da movimento di protesta ed anticasta in forza di governo. Il PD non è riuscito a superare la crisi evidenziata dal crollo delle politiche del 2018. Il tentativo di Zingaretti di trasformarlo da assemblaggio di partiti personali in una forza capace di guidare una alleanza riformista in grado di aprire alle forze migliori della società è fallito. Letta ha riconosciuto che così come è il PD non ha molta strada da fare ma fino ad ora si è limitato a produrre qualche operazione di pura facciata. Il resto del centrosinistra è un insieme di piccoli cespugli in permanente conflitto tra loro, preoccupati più di salvare se stessi che non di costruire una prospettiva per il Paese. In questo quadro al governo Draghi manca una forza in grado di rappresentarne la spina dorsale in una fase nella quale, dopo essere riusciti ad ottenere le fondamentali risorse del Recovery Plan, bisogna approvare in tempi utili le riforme richieste dall’Europa come garanzia degli aiuti che stiamo ricevendo. Prospettive di rilancio delle coalizioni tradizionali, in grado di renderle credibili sul piano del governo, non si scorgono all’orizzonte. Il centrodestra, che sulla carta può avere i numeri necessari per vincere le elezioni, è profondamente diviso sulla questione decisiva del rapporto con l’Europa. Il centrosinistra è debole e diviso, mentre l’alleanza con i 5 stelle presenta difficoltà politiche evidenti. In questo quadro l’unica possibilità di tenuta è legata alla durata della guida di Draghi ben oltre le prossime elezioni politiche del 2023 (a meno di un miracolo della politica al quanto improbabile). Ma per questo serve una alleanza tra le forze europeiste da costruire in Parlamento e soprattutto nel Paese su un progetto chiaro e credibile. Il problema è capire chi è in grado di lavorare per questa prospettiva con convinzione, credibilità e senza ambiguità.

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