tassi e dazi le incognite sulla crescita globale

La settimana che si chiude ha visto protagoniste le due principali banche centrali dell’Occidente. Quella USA ha deciso un ulteriore aumento dei tassi non atteso dai mercati. Mario Draghi ha invece annunciato la riduzione del programma di acquisto dei titoli a 15 miliardi mensili da settembre e la fine del QE a dicembre. I segnali sono chiari. La fase di riduzione della liquidità nel sistema da parte delle banche centrali è ormai avviata, anche se con tempistiche diverse tra le due sponde dell’Atlantico. Per capire l’impatto che questa nuova fase avrà sull’economia e sulla vita di tutti noi bisogna tener conto del ruolo fondamentale che la politica monetaria ha avuto dallo scoppio della Grande Crisi del 2008. Le banche centrali dell’Occidente (USA, Europa, Giappone, Gran Bretagna e Svizzera) hanno portato i loro bilanci dai poco più di 3000 miliardi di dollari del 2006 agli oltre 16000 miliardi di oggi. Tutta moneta stampata dal nulla che ha avuto l’effetto di ridurre drasticamente il costo dell’indebitamento per stati, società e famiglie. Per comprendere la portata del fenomeno basta citare il caso degli Stati Uniti che dal 2007 al 2016 hanno visto aumentare il debito complessivo pubblico e privato del 24% ma, grazie a questo calo dei tassi, hanno registrato un calo degli interessi sul debito pagati dalle istituzioni pubbliche, dalle società e dalle famiglie dai 4,9 trilioni del 2007 ai 3,4 trilioni di dollari del 2016. Se consideriamo l’incidenza della spesa per interessi sul PIL il dato è ancora più illuminante: dal 34% del 2007 al 18% del PIL nel 2016. Considerando che il debito pubblico nel mondo nello stesso periodo è triplicato e quello complessivo pubblico e privato ha raggiunto la cifra di 233.000 miliardi di dollari. dovrebbe essere chiaro a tutti che la liquidità straordinaria e senza precedenti garantita in questi anni – anche se in larga parte è ritornata alla finanza per le distorsioni di un sistema mai riformato – è alla base della crescita generalizzata che abbiamo registrato negli ultimi due anni. L’inversione sia pure graduale della politica dei tassi produrrà un aumento della spesa per interessi su questa montagna di debiti sui quali siamo seduti. Se da parte degli Stati non interverranno politiche di sostegno allo sviluppo – e riforme in grado di aggredire le cause della crisi – le incognite sulle prospettive della crescita globale diverranno sempre più serie. Purtroppo è proprio la politica a muoversi in direzione contraria. Gli sviluppi di queste ore della guerra commerciale tra USA e Cina da un lato e USA ed Europa dall’altro lo dimostrano. Fino ad ora sui mercati ha prevalso l’idea che il tanto strillare di Trump era più un fatto tattico e propagandistico che di sostanza. Nella realtà le cose stanno evolvendo in una direzione molto pericolosa e la situazione sta scappando di mano. Se nella fase di riduzione dei bilanci delle banche centrali, per quanto graduale ed accomodante possa essere, si sommeranno gli effetti di una vera guerra commerciale – destinata a ridurre drasticamente il commercio globale e a far lievitare oltre misura l’inflazione – allora si che la crescita globale potrà deragliare. Purtroppo la crisi della politica che caratterizza il nostro tempo ha lasciato tutta la responsabilità dell’intervento anticrisi nelle sole mani della politica monetaria. Le vecchie classi dirigenti non hanno avuto la capacità e la forza di accompagnare la necessaria immissione di liquidità con la riforma del sistema economico globale e con politiche pubbliche espansive in grado di far crescere l’occupazione e di redistribuire la ricchezza. La liquidità è servita comunque a tenerci a galla. Di più non poteva dare. Certo da sola non poteva farci navigare verso porti sicuri. Ma la risposta nazionalista e populista che sta vincendo in Occidente (che è la conseguenza di quella incapacità) può farci affondare. La crisi non è finita e rischia di essere ancora tutta davanti a noi.

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