PD e LeU sclerano. Proviamo a ripartire dal basso

Dopo la direzione del PD che ha deciso di non decidere – rinviando tutto ad una assemblea di cui non c’è neppure la data di convocazione – ieri è stata la volta dell’assemblea nazionale di LeU che ha partorito una scelta altrettanto (se non più) demenziale. Nello scarno documento finale si legge infatti che si “promuove una fase costituente aperta e democratica”, fondata su due fasi. La prima fase da concludersi entro il mese di settembre 2018 dovrà definire “il profilo politico e culturale di fondo”. Poi partirà una seconda fase, da concludersi entro dicembre 2018, “che individui linea politica e organi dirigenti di Liberi e Uguali”. Non una parola sulle scelte politiche fondamentali su cui aprire il confronto. E’ la dimostrazione che LeU è stato l’ennesimo cartello elettorale che oggi non è in grado neppure di proporre al dibattito interno uno straccio di documento politico condiviso che analizzi criticamente le ragioni del suo esordio a dir poco deludente. A settembre non potranno che prendere atto di ciò che si è sempre saputo: in LeU convivono almeno tre diversi profili politici. A quel punto sarà inevitabile sottoporre alla seconda fase tre diversi documenti su cui contarsi mentre non sappiamo in quale situazione si troverà per la fine dell’anno il Paese. Perché, allora, non dirsi subito con chiarezza le cose come stanno in modo che ognuno possa discutere di come ricollocarsi nella nuova situazione politica e provare a condizionarla? Invece perderanno i prossimi mesi a disputarsi la titolarità di un simbolo che il 4 marzo ha raccolto il 3% dei consensi e che ora probabilmente non racimolerebbe neppure il 2%. Tutto questo mentre l’inizio della nuova legislatura evolve verso il peggior esito che si potesse prevedere prima del voto. Si sta costituendo un governo fondato su un programma di estrema destra che produrrà danni enormi al Paese e che rischia di provocare una nuova crisi del debito sovrano in Europa dalle conseguenze imprevedibili. A questo punto chi ha a cuore la democrazia e i valori della sinistra non può rimanere a guardare. Stiamo rivivendo, in una situazione internazionale radicalmente diversa da allora, le tendenze già viste all’inizio del secolo scorso. Occorre costruire subito una opposizione forte, capace di rappresentare un’alternativa credibile fondata su un nuovo europeismo da contrapporre al sovranismo illusorio e pericoloso di questo governo.  Per riuscirci bisogna andare oltre sia la vecchia sinistra che crede ancora di poter difendere i suoi riferimenti sociali con le armi ormai spuntate degli anni settanta del secolo scorso, sia la vecchia socialdemocrazia ancora ferma su una terza via ormai esaurita perché frutto dell’illusione di  potersi salvare inseguendo la destra sul suo terreno. A questo punto bisogna ricostruire dal basso una nuova prospettiva su cui aprire un confronto con la sinistra diffusa che vuole ripartire non dalle diatribe di gruppi dirigenti – prigionieri di un gioco verticistico teso esclusivamente alla loro sopravvivenza – ma dalla realtà di una crisi irreversibile del neoliberismo finanziario e da un progetto credibile capace di ridare forza e speranza alla lotta alle disuguaglianze. Un percorso che parta da una discriminante precisa: lo scontro tra progresso e conservazione passa oggi attraverso quello tra europeismo e sovranismo. Si tratta allora di indicare in un documento politico snello i punti fondamentali per il rilancio di una nuova idea di Paese e di Europa: da una armonizzazione fiscale che imponga una tassazione unica delle imprese – capace di porre fine alla competizione fiscale al ribasso tra gli stati che finisce per schiacciare i ceti medi; alla mutualizzazione del debito pubblico in eccesso rispetto ai parametri europei; ad una politica di investimenti pubblici fondata su una riforma della politica monetaria che consenta il ricorso ad “allentamenti quantitativi” non solo per l’acquisto di titoli obbligazionari ma anche per finanziare investimenti statali finalizzati alla crescita ed all’occupazione; alla politica estera e della difesa comuni per far pesare il nostro continente nel Mediterraneo e aprire prospettive di pace, di cooperazione e di governo dei flussi migratori che sono necessari per mantenere il potenziale produttivo di un continente investito da un processo di invecchiamento della popolazione che mette a dura prova la tenuta del suo stato sociale (nonostante tutto il migliore al mondo). Insomma un progetto che punti a cambiare l’Europa dal di dentro attraverso proposte di riforma dell’attuale assetto dell’eurozona da un lato e la costruzione di alleanze politiche e movimenti sociali in grado di sostenerle dall’altro. Un documento con scelte nette e chiare ma aperto al confronto con tutte le forze interessate a costruire in Italia ed in Europa un nuovo centrosinistra che non vuole lasciare ai populisti il tema di una necessaria e profonda riforma della globalizzazione. Si potrebbe partire dalla Campania costruendo sul territorio associazioni di base per un nuovo centrosinistra che pongano questa prospettiva partendo dalle esigenze di un Mezzogiorno che si sta spopolando e che paga i prezzi più pesanti della grande crisi. Non possiamo rimanere in attesa di gruppi dirigenti ormai prigionieri delle loro divisioni e dei loro precari equilibri. Bisogna provarci. Chi ci sta si faccia avanti.

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