L’orrore della guerra, il declino della politica, il ritorno dei nazionalismi, la via della pace.

In questi giorni di fronte  al calvario del popolo Ucraino prevale l’angoscia. L’orrore suscitato dai bombardamenti delle città, dai massacri di bambini, donne, anziani, l’esodo di intere famiglie, è insopportabile e suscita indignazione e rabbia. Tuttavia angoscia e rabbia non servono a fermare gli eccidi e le sofferenze. In momenti come questo sono preziosi autocontrollo e lucidità proprie dell’analisi politica, la sola capace di dettare le azioni utili a fermare le armi, di farci comprendere perché nel cuore dell’Europa siamo tornati alle crudeltà di una guerra come non si vedeva dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto ciò che occorre fare per evitare che possa ripetersi in futuro. Purtroppo la politica è la grande assente. È in declino da tempo nelle cancellerie internazionali che danno l’impressione di aver smarrito perfino la consapevolezza che le prime esplosioni di ordigni nucleari a fini militari – del 6 e del 9 agosto del 1945 ad Hiroshima e Nagasaki – hanno aperto l’era atomica, nella quale la guerra non è più una opzione. Viviamo in un Mondo nel quale bastano poco più di 200 testate atomiche per distruggere il pianeta, mentre le sole superpotenze militari di USA e Russia ne posseggono 10000.  Ma la politica è in declino anche nelle classi dirigenti e in larga parte dell’opinione pubblica che a volte reagiscono, mi dispiace dirlo ma è così, all’orrore, schierandosi come se assistessero ad una partita di calcio. Sia chiaro la responsabilità primaria dell’invasione dell’Ucraina è di Putin. È inaccettabile la barbarie con cui  la Russia sta conducendo l’offensiva bellica, senza avere scrupolo alcuno nel colpire i centri abitati, infrastrutture essenziali, popolazione civile. Ma questo non deve fare tacere sugli errori commessi nel corso della guerra civile che l’Ucraina attraversa da otto anni, le responsabilità per l’assenza di una iniziativa internazionale che poteva e doveva evitare si arrivasse a tanto.Né bisogna tacere l’inadeguatezza dell’azione internazionale affinché si ottenga subito – e non tra 10 o 15 giorni – il cessate il fuoco. È un orrore anche il solo ascoltare le previsioni sui tempi di un possibile accordo, mentre giorno per giorno muoiono e soffrono migliaia di persone. Se margini di trattativa ci sono (ed è indubbio che margini ci sono per trattare su uno stato di neutralità dell’Ucraina e su forme di autonomia rafforzata per le regioni russofone) si faccia di tutto, con il contributo e le garanzie di tutti, perche lo si realizzi ad armi ferme. E invece solo ora si assiste ad un timido coinvolgimento della Cina. Non è questa una equidistanza, come solo chi non usa la ragione può pensare. Preoccupa e fa paura il clima che si respira. Preoccupa ad esempio sentire l’opinione pubblica occidentale esaltare un premier per il coraggio manifestato nel resistere in battaglia, come se si giudicasse un soldato, in luogo della pretesa (si della pretesa) di lungimiranza, di prudenza e di intelligenza e cioè delle qualità che servono ad un leader e ad una classe dirigente politica per scongiurare la catastrofe umanitaria in atto. Mentre in Russia si ritorna addirittura alle adunate di guerra di folle osannanti. Preoccupa vedere molti paesi europei reagire al ritorno della guerra nel proprio orizzonte con lo stanziamento di più risorse destinate – non all’integrazione degli eserciti da mettere al servizio di una politica estera comune (cosa urgente ed utile) – ma per accrescere gli armamenti di ogni singola nazione, pur sapendo che quelle armi non potranno mai essere usate per difendere quella patria comune che – per essere parte di una alleanza dotata di armi atomiche – la guerra può conoscerla solo come “distruzione finale”. C’è poco da fare: il declino della politica corrisponde al declino della ragione umana. La politica è l’anticamera della guerra e quando fallisce non rimane che quella. Per questo la politica non può corrispondere solo al coraggio della battaglia ma soprattutto all’arte del possibile. Ecco perché la domanda che le classi dirigenti dovrebbero porsi è innanzitutto quesra: cosa ha prodotto questo gigantesco passo indietro, rispetto alla cultura scaturita dall’esperienza delle due guerre del secolo scorso, sul tema della pace e della guerra? E che fare ora che siamo ad un passo dalla catastrofe? La risposta dovrebbe ormai essere più che scontata ma non lo è. Ciò che ha prodotto le grandi crisi di questo inizio secolo (la crisi finanziaria, quella economica, quella politica) è l’illusione, nata con la caduta del muro di Berlino, che la fine del cosiddetto comunismo reale avesse aperto una nuova epoca segnata dall’universalizzazione della democrazia liberale, come forma definitiva di governo, e dal mercato come ispiratore risolutivo delle relazioni internazionali, con il conseguente declassamento dei conflitti religiosi, etnici e nazionalistici a fattori marginali. Da tempo i fatti hanno dimostrato che non è così. Non a caso questo secolo si è aperto con l’attentato alle Torri Gemelle, che ha prodotto la globalizzazione del terrorismo di matrice islamica. Poi è arrivata la Grande Recessione del 2008 2009 e il conseguente crollo del sistema finanziario internazionale e c’è stata l’esplosione dei populismi e dei nazionalismi, non solo nel mondo emergente e arretrato ma nel cuore dell’Occidente:prima in Gran Bretagna, poi negli Stati Uniti e poi ancora in Europa, con l’ondata populista che per ora è stata solo contenuta. Cosa altro deve accadere per capire che il ritorno prepotente su larga scala dei nazionalismi richiede la paziente costruzione di un nuovo ordine internazionale fondato non sulla contrapposizione tra sistemi religiosi e politici profondamente diversi ma sulla cooperazione pacifica? Anche perché, come giustamente dice Papa Francesco, la pace non può essere il risultato della fine delle diversità ma dell’armonia delle diversità. A me non piace per nulla il regime cinese e per questo mi preoccupa molto constatare che nel confronto tra Biden e XI sono state di quest’ultimo le parole più sagge: “la soluzione a lungo termine risiede nel rispetto reciproco tra le maggiori potenze, nell’abbandono della mentalità di Guerra Fredda, nel non impegnarsi in scontri e nella costruzione graduale di un’architettura di sicurezza globale e regionale equilibrata”. Biden, che pure ha adottato un approccio multilaterale nel governo dell’economia globale, non ha fatto lo stesso sul terreno della politica internazionale. Eppure è evidente che il mondo di oggi non è governabile con atti unilaterali in grado solo di provocare disastri. Insomma se competizione deve esserci tra democrazia liberale e democrazie illiberali/autoritarismo, questa non può svolgersi sul terreno militare ma sulla capacità dei diversi sistemi politici di rispondere meglio alle sfide del nostro tempo e alla domanda di benessere che sale dalla società. Oggi invece la stessa intelligence  USA ipotizza apertamente come sviluppo probabile del prolungarsi della guerra in Ucraina una escalation nucleare, senza che questo determini una reazione politica internazionale conseguente, mentre i Russi già mettono in campo missili ipersonici e sottomarino nucleare nel Mediterraneo. L’impressione è che si sia tornati a giocare alla guerra nell’era atomica, mentre l’impegno vitale andrebbe rivolto al disarmo e alla sfida dei cambiamenti climatici, che mette in discussione – in tempi non più lontani – la sopravvivenza stessa del genere umano. Il declino della politica non può che aumentare il tasso di stupidità umana. Fino a che punto? Speriamo non a quello sottolineato nel famoso aforisma (non si sa quanto attendibilmente attribuito ad Einstein) : “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”.

Un commento

  1. Gentile dott. Villani. Sono totalmente d’accordo con lei. Purtroppo oggigiorno obiettività di giudizio ed equilibrio sono merce rara.

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