Perché è sbagliato porre veti sul perimetro della maggioranza di governo

Il tentativo di Draghi di costituire un governo istituzionale – che lavori per uscire dalla pandemia e ricostruire l’economia del Paese, utilizzando bene e nei tempi utili le risorse di portata senza precedenti messe a disposizione dall’Europa – prosegue e segna i primi punti a suo favore. Alcuni no della prima ora sono caduti e si sono trasformati in un “vediamo”. A negare aprioristicamente il consenso è rimasta la Meloni che motiva il suo no con la scelta politica di non allearsi mai e poi mai con il PD. In realtà nella sua posizione c’è la coerenza di una forza nazionalista che sa bene come il programma del governo Draghi, pur essendo incentrato sui compiti chiari e netti definiti dal presidente della Repubblica Mattarella, sarà rigidamente ispirato da una politica europeista. Il fatto che la politica abbia fallito, perché non è stata in grado di dare un governo al Paese – in una fase di emergenza nella quale è il semplice buonsenso a rendere impossibile uno sbocco elettorale – ha imposto i confini entro i quali deve muoversi Mario Draghi: un governo “non politico”, nel senso che non ricerca una maggioranza basata sull’accordo tra i diversi raggruppamenti politici presenti in parlamento. Il suo governo, se nascerà, sarà un governo istituzionale, un governo cioè del presidente che sottoporrà ai parlamentari un programma nel rispetto del mandato ricevuto dal Presidente della Repubblica. I parlamentari potranno dire un si o un no, decidere cioè se questo governo deve nascere o meno, ma non mediare sugli obiettivi politici, se non nei limiti imposti dall’indirizzo politico chiaro e netto che l’Europa sta seguendo sia nella lotta alla pandemia che nell’attuazione del Recovery Plan. In parole povere nel programma del nuovo governo non potrà esserci negazionismo alcuno nelle decisioni da prendere per combattere il Covid 19, non potranno esserci flat tax né interventi assistenziali nei progetti attuativi del Recovery ma interventi ispirati ai principi della transizione energetica, della sostenibilità ambientale e sociale, della digitalizzazione dell’economia e delle politiche attive del lavoro. Interventi cioè tesi a rialzare le macerie economiche prodotte dalla pandemia realizzando al tempo stesso quella riconversione ecologica e sociale dell’economia che è l’esatto contrario di tutti i negazionismi e di tutte le logiche protezionistiche, demagogiche e di chiusura nazionalistica, su cui populisti di ogni latitudine e destre xenofobe e nazionaliste hanno tentato di strumentalizzare a loro favore il malessere e le paure dei ceti medi di fronte ai grandi mutamenti epocali del nostro tempo, alle iniquità e all’insostenibilità della globalizzazione neoliberista. Il fallimento della politica impone un governo istituzionale “non politico” che tuttavia non può che avere un solo profilo “politico” perché la scelta europea è di per sé una scelta di grande valore politico. E’ la principale discriminante politica nel passaggio epocale che attraversiamo, caratterizzato dallo scontro tra un ritorno ai vecchi e pericolosi nazionalismi e una riconfigurazione della globalizzazione fondata sulla collaborazione tra grandi Stati di dimensione continentale. Sbaglierebbero perciò Leu e il PD a porre veti alla Lega. L’unico vero vincolo che possono giustamente chiedere è la coerenza del programma del nuovo governo con il mandato che è stato ben delineato da Mattarella. Ma quel mandato è garantito anche dalla figura del presidente incaricato. Quale altro nome di “tecnico” poteva garantire al tempo stesso coerenza “politica” con la scelta europeista e capacità di attuarla con fermezza più di quello di Mario Draghi? Se la lega dirà si al governo europeista di Draghi – e se dirà si anche buona parte dei 5 stelle – vorrà dire che sarà il primo atto di quel processo di scomposizione di forze e coalizioni disomogenee sul piano politico che caratterizzano il sistema italiano e che rappresentano la ragione principale del fallimento che ha prodotto la soluzione “istituzionale” di questa crisi. Tra l’altro chi non è in malafede deve riconoscere che Mattarella ha fatto una scelta che non solo può salvare il Paese dall’emergenza tragica, sanitaria ed economica, che attraversa oggi ma può anche favorire una rigenerazione della politica italiana attraverso una riconfigurazione delle coalizioni domani. Perché le ragioni che in Italia impediscono la soluzione elettorale, naturale nei paesi normali, non sono solo quelle che il presidente della Repubblica ha elencato con chiarezza. C’è una ragione non detta e questa riguarda la crisi acutissima del sistema politico italiano. Provate ad immaginare quale parlamento e quali coalizioni potrebbero venire fuori di fronte ad uno scioglimento anticipato delle camere – considerando la legge elettorale in vigore e l’attuale configurazione di partiti e coalizioni. Cosa vi aspettate possa risolvere in questo quadro un voto anticipato?

malessere

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