Un contributo di Massimiliano Rendina al dibattito sull’intervento nel centro storico di Capua

Di Massimiliano Rendina docente universitario di progettazione Architettonica

Sono meravigliato, ma non troppo, delle critiche che il nuovo edificio sulla riviera casilina sta ricevendo da parte dei cittadini capuani. Dico non troppo perché, ben sapendo quanto sia difficile organizzare interni di case per animi divisi tra fiere dei mobili, design, ikea, falsi in stile e antiquariato, non potevo che aspettarmi una città perplessa di fronte ad una forma che non fosse compresa negli stereotipi, noti e digeriti, della palazzina da appartamenti o della schiera di prima periferia o anche della soprelevazione meglio se con mansarda, falde e abbaini, provenienti da 70 anni di crescita incontrollata e di cemento armato, raramente dato alla mano di veri specialisti. Gli ultimi gesti di modernità pre-cementizzazione, ad esempio nella vicina santa maria cv, sono il rettifilo di Corso Garibaldi degli albori del ‘900 e qualche palazzina liberty. Poi un salto acrobatico fino ad oggi senza vedere l’ombra di una architettura, passando da informi corpi multipiani di speculazione a frequentissimi falsi palaziali un po’ ovunque, fino al silente, emblematico caso di piazza anfiteatro e dei suoi margini costruiti, ove nulla è oggi schiettamente al passo con i tempi né frutto di un corretto rinnovamento, ma piuttosto seguito di abbattimenti e ricostruzioni in un finto e rassicurante “tal quale”, copia di stili scelti a caso tra quelli più ibridi e commerciali disponibili. La colpa non è dei cittadini dei quali la città è il soggiorno attrezzato, di cui finalmente oggi si preoccupano, ma di una edilizia che nella sua furia commerciale ha inghiottito l’architettura.
Ciò premesso, e ad amor della verità, concludendo voglio ricordare che a Capua è stato il bombardamento del 1943 il vero artefice di importanti modifiche spaziali in tanti ambiti urbani, certamente anche decretando che la racchiusa e ben definita spazialità di piazza commestibili si aprisse slabbrata verso il fiume. Foto d’epoca e mappe catastali antecedenti quella data lo dimostrano senza lasciare ombra di dubbio. Dire la propria sulla forma di un nuovo edificio è giusto e democratico; dire che esso arbitrariamente si sostituisce ad un gradevole e delicato spazio aperto, per giunta caro alla nostra memoria, è impreciso e certo fuorviante. Offrendo invece con ottimismo alla nostra riflessione un bel momento della nuova architettura italiana, ricordo a me e a chi mi legge che un giovanissimo Giuseppe Terragni a Como nel lontano 1928, in pieno accordo con la lungimirante società imprenditoriale Novocomum che lo aveva incaricato di progettare un edificio per appartamenti, lo disegnò ispirandosi ai nuovi modelli dell’avanguardia internazionale ed al movimento razionalista in forte evoluzione in quegli anni. Per non essere censurato consegnò agli obsoleti uffici cittadini che avrebbero dovuto consentirgli di costruirlo, il disegno rassicurante di un edificio con facciate neoclassiche. Calato il sipario fatto di impalcature e teli di cantiere e svelata l’inattesa modernità dell’edificio, dovette una commissione d’inchiesta deciderne le sorti. Nonostante le fiere opposizioni di tanti ne fu decretata l’assoluzione e oggi l’opera è una delle più importanti pagine della storia dell’architettura italiana.

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