La frenata populista rimette in movimento la politica italiana

La situazione politica italiana è radicalmente mutata rispetto a quella emersa dal voto del 4 marzo 2018 che era caratterizzata dal superamento del tradizionale bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra e dalla formazione nel parlamento di una larga, inedita e pericolosissima maggioranza di governo fondata sull’intesa tra due diverse forme di populismo: quello xenofo e nazionalista della nuova lega di Salvini e quello dei 5 stelle, fondato sull’antipolitica e la vuota protesta. Le recenti elezioni regionali hanno reso evidente il ripensamento in atto negli orientamenti dell’opinione pubblica e delle forze politiche. Un ripensamento destinato a ridefinire nuovamente l’assetto del sistema politico del Paese. Tuttavia nel dibattito politico domina la confusione mentre è fondamentale individuare con chiarezza le ragioni di fondo che hanno prodotto questo rapido capovolgimento del quadro politico e degli orientamenti dell’opinione pubblica. Sbagliare valutazione dei processi in atto significherebbe sprecare una occasione preziosa per giocare al meglio la vera partita che si apre ora tra destra e sinistra per dare una risposta alla grave crisi sistemica che stiamo attraversando in conseguenza del fallimento del ciclo neoliberista. La prima fondamentale ragione della frenata dell’ondata populista, non solo in Italia, è legata innanzitutto al risultato delle elezioni europee del maggio 2019. Un risultato sul quale incise poco il voto in Italia, che segnò una crescita impressionante della lega a scapito dei 5 stelle e della destra moderata. Fu invece decisiva la tenuta dell’asse franco tedesco, fra Macron e Merkel, intorno al quale si coagularono le forze che si opponevano alla disintegrazione dell’Eurozona: non più solo popolari e socialisti ma anche verdi e democratici liberali cui si aggiunsero i 5 stelle, nel voto sulla Von der Leyen, consapevoli che l’alleanza con la lega aveva favorito la trasformazione del centrodestra in un destra centro a trazione leghista. Di qui lo strappo di Salvini, deciso a giocare fino in fondo la carta del nazionalismo e dell’alleanza con i movimenti sovranisti europei a partire dalla Le Pen. Poi è arrivata la pandemia che ha avuto un doppio effetto sulla politica e sulla società perché ha messo tutti di fronte all’evidenza della inadeguatezza della chiusura nazionalista di fronte alle sfide del nostro tempo, che hanno un carattere globale e sono affrontabili solo con un nuovo ordine globale. Soprattutto per l’Italia è stato evidente che – senza lo scudo della BCE, in grado di mantenere la sostenibilità del pauroso debito pubblico italiano, e senza la svolta europea del recovery fund, che ha messo in campo la massa critica finanziaria necessaria e un piano di investimenti comune per fare fronte all’emergenza economica – sarebbe stato impossibile reggere il durissimo colpo sociale ed economico. Non a caso è a partire da lì che è cominciata la caduta verticale dei consensi alla lega nei sondaggi, poi confermata dal voto regionale. E non a caso oggi la lega annuncia che si appresta ad abbandonare il gruppo sovranista e l’alleanza con la Le Pen nel parlamento europeo. È la presa d’atto del fallimento di una linea politica destinato a riaprire il confronto nel centrodestra sul profilo politico che dovrà assumere la coalizione. Guai però a pensare che la partita con il pericolo populista è chiusa. La ripresa dei contagi e l’arrivo dell’autunno dimostrano quanto rimangano incerte le prospettive dell’economia. Se il recovery fund ha messo in campo le risorse necessarie – adottando il principio della solidarietà e del debito comune – deve ora passare la prova della concreta attuazione di misure coraggiose che scelgono la difficile ma ineludibile via di una riconversione ecologica dell’economia. Così come è tutta da verificare l’esisito dell’accelerazione del processo di integrazione politica dell’Europa che deve passare anche attraverso un non scontata svolta sulle politiche migratorie e sul ruolo da protagonista della UE nelle più importanti tensioni geopolitiche in atto sullo scacchiere internazionale. Guai dunque se il centrosinistra si adagia sugli allori dello scampato pericolo sovranista e rinvia la ridefinizione del suo profilo programmatico e politico. I ritardi nell’analisi delle straordinarie trasformazioni intervenute negli ultimi decenni e dei nuovi poderosi processi di innovazione ancora in atto, la frammentazione che caratterizza le forze che si richiamano alla sinistra, la debolezza dei rapporti con gli strati più deboli della società, sono sotto gli occhi di tutti. Certo un processo di ridefinizione del progetto e del campo delle alleanze politiche non può prescindere dalla riorganizzazione e dal rilancio del PD che il nuovo corso di Zingaretti ha solo avviato. L’attuale alleanza di governo con i 5 stelle ha rappresentato e rappresenta la soluzione migliore possibile nell’attuale parlamento per evitare derive pericolose all’Italia in una fase così difficile e per certi aspetti drammatica. Tuttavia ha basi politiche fragili. La fase di confusione sulla prospettiva e di debolezza nella società che attraversano i 5 stelle, principale forza parlamentare della maggioranza di governo, si somma alla inadeguatezza di elaborazione politica e della struttura di partito del PD. È il momento che finalmente si decidano tempi e modi di quel congresso di rifondazione, più volte annunciato da Zingaretti, che riarticoli la vita interna del PD su basi politiche e non correntizie, per farne la forza in grado di ricostruire l’orizzonte politico e il campo di una larga coalizione di centrosinistra. La partita aperta dalla svolta dell’Europa è appena iniziata. L’esito è tutto ancora da scrivere.

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