Finanziaria: la coperta rimane corta se non si lavora in Europa per colpire l’evasione delle multinazionali

Il governo ha difficoltà a trovare le coperture necessarie per impedire l’aumento dell’IVA e finanziare le misure volte a dare risposte forti al disagio sociale (dal cuneo fiscale, all’eliminazione del superticket sanitario di 10 euro, al sostegno alle famiglie, alle risorse per il rinnovo dei contratti). Non c’è da meravigliarsi. Si sapeva che Salvini era scappato per questo. E’ facile fare promesse in campagna elettorale e per i primi mesi di governo ma poi la realtà si impone e ti dimostra che è impossibile realizzarle se il Paese non cresce e hai un debito pubblico che supera il 130% del PIL. Certo puoi recuperare qualcosa dai tagli alla spesa improduttiva ma miracoli non se ne possono fare. Vedremo nelle prossime ore quale equilibrio si troverà nel Consiglio dei Ministri ma possiamo già dire che non è dalla finanziaria che può arrivare la risposta adeguata ad affrontare la difficile congiuntura internazionale e soprattutto l’esigenza di equità e giustizia sociale in un Paese nel quale il 20% più benestante detiene più del 60% della ricchezza nazionale. C’è chi sostiene, giustamente, che si può pensare ad una patrimoniale vera che colpisca solo i patrimoni milionari. Io credo sarebbe giusto ma anche qui bisogna sapere che le difficoltà non sono poche. Ad esempio il catasto attualmente non registra i valori reali dei beni immobili, per cui, senza varare prima una riforma radicale, diventa difficile parlare di equità. Quanto alla ricchezza finanziaria è ancora rilevante il peso dell’evasione e quella depositata nei Paesi offshore. Inoltre se la patrimoniale la fai in un paese solo i margini di manovra rimangono esigui, dal momento che rischi di alimentare una fuga di capitali e di attività produttive verso l’estero. Bisogna allora rassegnarsi all’ingiustizia e all’impoverimento dei ceti medi? Assolutamente no. Intanto le riforme per accertare correttamente il valore dei patrimoni immobiliari vanno avviate, anche se potranno dare frutti solo nel tempo. Anche sull’evasione è possibile agire limitando l’uso del contante e incoraggiando l’uso delle carte di credito, dal momento che siamo in Europa il Paese messo peggio. Tuttavia bisogna dirsi con chiarezza che questo potrebbe alleviare il problema ma non risolverlo. La via maestra da seguire è un’altra. Ieri l’inserto Affari e Finanza di Repubblica ha pubblicato un servizio su un recente studio del Fondo Monetario Internazionale che ha quantificato l’ammontare dei fondi accumulati dalle multinazionali (da quelle della tecnologia, alle farmaceutiche, energetiche, commerciali ecc…) nei paradisi fiscali, attraverso meccanismi ormai ben noti di evasione e soprattutto elusione fiscale. Si tratta di 15 trilioni di dollari pari al PIL degli USA o della Cina e Germania messe insieme. Sono soldi sottratti sia al fisco che agli investimenti. Pensare che le nazioni, con i loro bilanci, possano trovare le risorse per alimentare politiche fiscali adeguate a sostenere la crescita e a redistribuire la ricchezza, senza poter colpire questo scandalo, è velleitario. Tanto più se consideriamo che la metà di questi fondi sono localizzati in Olanda e Lussemburgo, due paesi dell’area euro. Sul piano nazionale si può fare poco. Il nuovo governo ha annunciato l’impegno a varare un decreto attuativo per la web tax. E’ importante ma è poca cosa rispetto all’entità del fenomeno. La verità è che quando si dice che, con la globalizzazione sregolata, il divario tra economia e finanza – che si muovono su base internazionale – e la politica – che è stata incapace di darsi strumenti sovranazionali – ha finito per separare la politica dal potere non si tratta di uno slogan. E’ il vero problema che abbiamo davanti e al quale la destra nazionalista, che ha vinto negli USA e è forte in Europa, dà una risposta sbagliata. Tornare alle vecchie frontiere nazionali non serve perché lascia immutata la supremazia delle multinazionali. Bisogna costruire una nuova sovranazionalità. In termini concreti o il governo italiano lavora nella Commissione Europea per trovare una risposta comune a questo enorme problema che colpisce tutte le economie dei Paesi fondamentali del Continente, oppure noi non ne usciamo e la mancanza di una risposta nuova al problema finirà per favorire questa destra che con le sue politiche illusorie e demagogiche altro non farà se non accentuare la marginalizzazione dell’Europa – in un Mondo che non è più quello del secolo scorso, che ha già visto il centro dello sviluppo passare dall’Atlantico al Pacifico e il potere reale dalle nazioni ai grandi imperi continentali. Bisogna accelerare sull’armonizzazione fiscale a partire dalla questione ormai ineludibile della tassazione unica delle imprese in Europa. Non è una strada semplice ma non ci sono alternative. La partita dello sviluppo e dell’uguaglianza si gioca solo nel campionato europeo. O la politica italiana ne prende atto e ne trae tutte le conseguenze sul piano dell’elaborazione politica e dell’iniziativa del governo su scala europea oppure si perde non solo la partita con la destra ma anche quella per salvare il Paese.

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