La “rivoluzione” di Zingaretti al giro di boa

La missione di Zingaretti è al giro di boa. Sappiamo bene che il suo è un tentativo estremamente difficile ma al tempo stesso vitale per il futuro dell’Italia. Il voto del 4 marzo del 2018 ha segnato il fallimento del PD. Per rifondarlo ed evitare il suo declino definitivo – sono parlo sue – “dobbiamo cambiare tutto. Tutti sappiamo che così non si va avanti”. La prima fase di questa svolta ha avuto fortuna. Prima sono arrivati i risultati di diverse elezioni regionali che – se non hanno riportato il PD alla vittoria – lo hanno riproposto come l’architrave di una possibile vasta alleanza, in grado di arginare l’ascesa di una nuova destra estremista ormai vicina alla soglia della maggioranza. Poi il voto per il parlamento europeo che ha segnato il fallimento dell’offensiva sovranista in Europa, vera causa della crisi del governo giallonero e della formazione del nuovo governo. A rendere possibile l’inversione di tendenza per il PD sono stati, dunque, tre fattori: la vittoria di Zingaretti alle primarie e la sua promessa di un vero cambiamento; l’apertura ad altre forze di centrosinistra per fermare la destra; la reazione positiva della parte più avveduta della società italiana ed europea che – di fronte al ritorno dei nazionalismi e al conseguente rischio di marginalizzazione definitiva dell’Italia e dell’Europa – si è aggrappata a quel che passava il convento. Ora però i segnali non bastano più e il ritorno al governo rende ancora più urgente l’avvio della fase due e cioè del giro di boa della concreta costruzione di un nuovo progetto politico e di una nuova organizzazione del partito. La direzione del PD del 23 settembre ha posto con chiarezza questa prospettiva sia nella relazione di Orlando – “il nuovo governo PD 5 stelle occasione per offrire una risposta diversa alla paura” e per questo “bisogna ripensare la nostra visione politica e la nostra organizzazione” – sia nelle conclusioni di Zingaretti – “O facciamo una rivoluzione o non ce la facciamo”, è necessario “il superamento degli equilibri congressuali” e poi il sono “pronto a una iniziativa straordinaria”. Tuttavia le iniziative messe in campo, pur se importanti, non bastano (la revisione dello Statuto e la conferenza programmatica di novembre a Bologna). Pesa e fa riflettere lo spostamento della direzione che era stata annunciata per il primo ottobre. E’ evidente che l’esito di questa “rivoluzione” dipende molto da una reale riorganizzazione del partito. Se il progetto originario del PD è fallito è perché primarie senza regole lo hanno trasformato in un assemblaggio di comitati elettorali e correnti personali che hanno messo in soffitta la priorità di una nuova elaborazione e di un progetto politico all’altezza dei tempi e della “Grande Trasformazione” globale tecnologica e sociale dell’ultimo trentennio. La questione è certamente ben presente in Zingaretti, che già nella direzione di luglio, prima della crisi di governo e della scissione di Renzi, aveva affermato: “Troppo spesso questo partito è un arcipelago in cui si esercita il potere. C’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate che si collocano con un leader o con un altro a prescindere dalle idee”. Con questo partito è evidente non si apre la fase due. Perciò preoccupa questo rinvio dell’apertura di una iniziativa straordinaria per la riorganizzazione del partito. Il tempo non è neutro per la riuscita della missione di Zingaretti che è possibile sono se mobilita il corpo sano dei militanti e dell’elettorato del PD. Rivedere gli equilibri congressuali è la priorità perché significa non solo trarre le conseguenze della scissione di Renzi e dare un peso alle tante forze che sono tornate o stanno arrivando al PD per contribuire alla svolta di Zingaretti. Significa soprattutto riorganizzare la struttura del partito riarticolandola su basi politiche e non di correnti personali. Senza un congresso straordinario programmatico e politico difficile possa compiersi il necessario giro di boa.

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