Serve un programma fondamentale per rifondare il PD

La portata della sconfitta e il rilancio possibile

Le elezioni politiche del 4 marzo del 2018 rappresentano uno spartiacque nella storia del PD.Sarebbe riduttivo e fuorviante ridurlo solo ad una separazione netta tra l’inadeguata esperienza del governo Renzi, incentrata su una presunzione di autosufficienza del partito, e l’attuale tentativo di Zingaretti di ricostruire il PD facendone il perno di un nuovo e più largo centrosinistra. La cesura è più importante e non può non riguardare tutta la sua storia e quella delle forze che diedero vita al partito democratico. Quello striminzito 18,7% di voti, il suo minimo storico, e la contemporanea spaventosa avanzata del populismo qualunquista e di quello della destra estrema – che hanno fatto dell’Italia l’unico dei grandi paesi europei nel quale l’antipolitica si è fatta governo – hanno sancito il fallimento del progetto per il quale il PD è nato e cioè dell’unico progetto politico che in Italia si proponeva di ricostruire un nuovo orizzonte riformista all’altezza del passaggio d’epoca che stiamo attraversando. Un fallimento che, perciò, può portare ad una rapida caduta e marginalizzazione del centrosinistra (come è avvenuto in Francia ad esempio), o ispirare un rilancio del PD e di una nuova alleanza progressista. Un rilancio possibile solo se matura la consapevolezza delle ragioni che hanno prodotto questa sconfitta e del grande salto culturale e organizzativo che è necessario per riproporre un progetto politico e programmatico capace di dare un futuro all’Italia nell’unica cornice possibile e cioè quella di una nuova Europa.

Comprendere le cause di un fallimento

Il PD, infatti, era nato per superare i limiti della tradizioni riformiste italiane che avevano costruito ed esercitato il loro ruolo dentro quel ciclo politico, iniziato dopo la seconda guerra mondiale, caratterizzato dal compromesso tra democrazia e capitalismo: il ciclo del New Deal di Roosevelt negli USA e della sua variante rappresentata dalla costruzione dello stato sociale in Europa. Nessuna di quelle tradizioni era in grado da sola di dare risposte alla crisi di quell’epoca di straordinaria espansione dell’economia e di redistribuzione della ricchezza, non a caso seguita da un trentennio di neoliberismo finanziario sfrenato, responsabile di una crescita smisurata delle diseguaglianze nelle società occidentali e dell’impoverimento della classe operaia e dello stesso ceto medio. Di qui l’idea di unificare quelle tradizioni in un nuovo partito per farne il lievito di un nuovo pensiero politico adeguato ai tempi nuovi e all’urgenza di colmare lo squilibrio di forza e di potere tra economia, finanza e mercati che si erano mondializzati e una democrazia che non era riuscita a darsi strutture e strumenti sovranazionali. Insomma non l’operazione di un partito più grande finalizzato all’occupazione del potere ma la costruzione di un partito espressione di molteplici culture riformiste e per questo in grado di produrre un nuovo pensiero indispensabile per governare il grande cambiamento degli ultimi decenni.Perché l’occupazione delle istituzioni e la gestione del residuo potere del vecchio stato nazionale ha prevalso sulla ricerca di risposte ai problemi prodotti dalla grande trasformazione degli ultimi decenni? E’ questa la prima domanda che bisogna porsi. Certo ha pesato una difficoltà di carattere culturale di lettura delle grandi trasformazioni che le nuove tecnologie hanno indotto nel nostro modo di lavorare, di studiare, di lavorare e di vivere e i loro effetti nel rapporto tra società, politica ed istituzioni. Ne è scaturita una sottovalutazione di quella che da tempo era una priorità assoluta: costruire un vero Stato di dimensione europea. Una nuova Europa politica che non poteva più continuare ad essere solo moneta e mercato. L’incapacità di affrontare con energia la crisi irreversibile dello Stato Nazione ha impedito di contenere quel processo di disintermediazione, favorito dall’impatto delle tecnologie digitali sul lavoro e sulla vita sociale ed istituzionale, che ha messo in crisi tutti i corpi intermedi. con effetti devastanti sulla democrazia rappresentativa. Ma non poco ha pesato anche la scelta di un modello di partito – incentrato su primarie senza regole come strumento di selezione delle classi dirigenti – che ha accelerato un processo di degenerazione correntizia e personalistica già in atto nei partiti che si apprestavano a fondare il PD.

Perché serve un programma fondamentale

Le conseguenze sono evidenti: il PD è stato più un assemblaggio di comitati elettorali che non un soggetto politico impegnato a elaborare un pensiero e una conseguente azione politica e di governo volta a dare risposte credibili a problemi di portata epocale. E quando è arrivata la grande crisi sistemica del 2008 (che ha chiuso il lungo ciclo del neoliberismo finanziario) l’assenza di una risposta credibile – incentrata su un riequilibrio tra una nuova statualità sovranazionale e il mercato globale – ha lasciato campo libero al dilagare del populismo qualunquista e all’illusione nazionalista della destra estrema, entrambi grandi catalizzatori della rabbia, delle paure, delle frustrazioni e dello stato di impotenza diffusi nella società ma incapaci di offrire uno sbocco di governo sostenibile. Insomma il fallimento del tentativo del PD si iscrive pienamente nella crisi della socialdemocrazia europea – incapace di evitare che la crisi della fase Keynesiana del dopoguerra avesse come esito il passaggio della gestione del ciclo economico dallo Stato ad una finanza deregolamentata non a caso responsabile primaria del disastro della grande recessione. Quella crisi, ancor più grave di quella dell’inizio del secolo scorso, è stata fin qui solo puntellata attraverso una immissione di liquidità senza precedenti che sta già alimentando pericolosi effetti collaterali e che non può curare le sue cause strutturali. Ed infatti dopo il crollo dei mercati finanziari nel corso del 2018, paragonabile solo a quello del 2008, l’Occidente è stressato dall’incertezza politica legata ai rischi del protezionismo di Trump da un lato e della Brexit e di una ondata nazionalista molto pericolosa per la tenuta dell’Eurozona. Due rischi potenzialmente in grado di dare un colpo mortale al commercio internazionale. Il rallentamento della crescita globale in atto avrebbe già avuto effetti devastanti se le banche centrali non avessero deciso di rinunciare alla fase di rialzo dei tassi per tornare a politiche espansive e decisamente accomodanti. In questo quadro limitare la svolta della politica del PD ad una grande apertura alle altre forze del centrosinistra, già sperimentata con risultati apprezzabili nelle recenti tornate amministrative, non è sufficiente. Per scongiurare l’ondata di destra che può provocare danni incalcolabili all’Italia e all’Europa serve soprattutto un progetto fondamentale che manifesti con chiarezza i valori fondanti e che sia inoltre in grado di misurarsi con le cause della crisi sistemica del 2008 e di offrire soluzioni avanzate: un deciso rilancio del processo di integrazione politica dell’Europa; una riforma della politica monetaria che la metta al servizio della crescita e non solo della stabilità dei prezzi; una riforma della finanza che limiti il peso della speculazione; un processo di armonizzazione fiscale che imponga la tassazione unica delle imprese nell’UE e elimini il potere di ricatto delle grandi concentrazioni economiche e finanziarie sugli stati nazionali,condizione essenziale per una redistribuzione della ricchezza a favore dei ceti medio bassi; una mutualizzazione della quota del debito pubblico in rapporto al PIL superiore al parametro medio; un grande piano europeo per la riconversione ecologica dell’economia; una politica internazionale comune a partire dalla gestione del fenomeno migratorio.

Europa e Mezzogiorno

Insomma serve un progetto che metta fine alla disputa solo simbolica sul grado di maggiore o minore radicalità che deve assumere una azione di governo sostanzialmente chiusa dentro i confini nazionali – che in realtà offrono spazi molto limitati a politiche orientate alla crescita ed alla redistribuzione della ricchezza. Un progetto che assuma una nuova Europa federalista come la dimensione minima per affermare una politica orientata a ridurre drasticamente le diseguaglianze sociali e a fronteggiare le vere sfide che stanno di fronte a tutto l’Occidente: l’inquinamento e i cambiamenti climatici giunti a livelli insostenibili; la gestione del fenomeno biblico delle grandi migrazioni e del multiculturalismo; una politica di ricerca comune per non perdere definitivamente la sfida dell’innovazione tecnologica e della nuova rivoluzione industriale fondata sui dati e sull’intelligenza artificiale ormai alle porte; una politica internazionale fondata sulla cooperazione, che sia in grado di incidere sui fattori di instabilità concentrati in aree geopolitiche strategiche e di promuovere, d’intesa con i grandi imperi continentali, una riorganizzazione delle istituzioni di governo dell’economia globale.Il PD deve dunque porsi come la forza più determinata nella costruzione di una grande alleanza per gli Stati Uniti d’Europa e come il perno di una alleanza progressista nazionale capace di offrire una alternativa all’avventurismo della destra. Una alleanza di progresso che vuole andare al governo del Paese per fare dell’Italia il principale protagonista della costruzione di una nuova Europa. Solo con questo nuovo indirizzo politico può trovare una soluzione il dramma di un Mezzogiorno ormai abbandonato ad un destino di impoverimento e di emigrazione delle sue energie migliori.Se l’Italia è l’unico Paese europeo a non aver ancora recuperato il livello di crescita precedente alla grande recessione del 2008 ciò è dovuto in larga parte alla condizione del Sud che ormai solo stando dentro una nuova Europa può trasformarsi da problema ad opportunità, sfruttando pienamente la sua vocazione di cerniera con il Mediterraneo e con l’Asia dove si è spostato il centro del nuovo sviluppo globale. Una prospettiva che passa attraverso il rilancio della portualità e delle infrastrutture di trasporto intermodali, delle sue eccellenze nel campo della ricerca scientifica e dei settori industriali avanzati, a partire dall’aerospazio, delle sue grandi potenzialità nel campo dell’agroindustria di qualità e del turismo culturale e paesaggistico.

L’area metropolitana campana e il ruolo di Terra di Lavoro

La grande area metropolitana Campana che si è affermata a partire dalla seconda metà del secolo scorso con l’industrializzazione per poli ed assi – e che ormai si estende da Napoli a Salerno, passando per il Baianese, fino alla conurbazione Casertana, all’area Aversana e al litorale Domizio – ha un ruolo decisivo da svolgere per ricollocare il Mezzogiorno nel contesto della nuova globalizzazione e del possibile rilancio del processo di integrazione europea.Si tratta della più grande area metropolitana del Sud che dispone di tutte le risorse umane, scientifiche e materiali per guidare un processo che veda il Mezzogiorno: come la più grande piattaforma logistica delle merci che dalla dal Mediterraneo, sempre di più crocevia dei traffici da e per l’Estremo Oriente, devono raggiungere l’Europa – con le grandi opportunità di sviluppo che ciò può portare anche in termini di lavorazione delle merci che transitano nei nostri porti, dallo stoccaggio, all’assemblaggio, alla prima lavorazione; come area di sviluppo industriale avanzato grazie alla presenza di centri di ricerca di valore nazionale e internazionale, a partire dal CIRA di Capua, da un sistema di Atenei Universitari e di centri di competenza (in diversi settori strategici come quelli dei trasporti, dei beni culturali e dell’agroindustria) di grande valore; come polo di turismo internazionale, grazie al suo immenso patrimonio storico, architettonico e ambientale. Si tratta di riprendere un grande lavoro di riorganizzazione, di razionalizzazione e di riqualificazione programmato e avviato dopo il grande terremoto del 1980, attraverso scelte precise: dalla diffusione sul territorio dei Dipartimenti degli Atenei Universitari; alla progettazione e alla realizzazione della grande metropolitana regionale; alla nascita dei Centri di Competenza e la localizzazione del Centro Italiano di Ricerche Aerospaziale – che è stato il più grande investimento in ricerca realizzato dallo Stato italiano negli ultimi 30 anni. Un processo che ha conosciuto una forte accelerazione nel corso degli anni 90 del secolo scorso fino alla grande crisi del 2008 a sua volta causa di una caduta degli investimenti che ne ha determinato un sostanziale blocco.Non può sfuggire in questo contesto il ruolo strategico che assume il piano campano di cui la provincia di Caserta è parte essenziale.. E’ qui che si giocano le sfide più significative della riqualificazione delle funzioni avanzate dell’are metropolitana: dalla logistica, per la presenza della stazione di smistamento, dell’interporto di primo livello e per il contributo che può dare al rafforzamento di un sistema aeroportuale regionale integrato;per la presenza del CIRA, intorno a cui si può rilanciare l’industria aerospaziale regionale, che è un pezzo importante di quella nazionale; per il rilievo delle sue aree industriali da anni riferimento dell’imprenditoria napoletana, della grande industria nazionale e di importanti investimenti per la produzione di energia; per la presenza di monumenti, centri storici e risorse ambientali che possono ampliare l’offerta turistica regionale; alla lotta alla criminalità organizzata, che rappresenta un fattore di inquinamento del mercato, di forte freno allo sviluppo e che ha qui un antico e forte radicamento.

Il partito in provincia di Caserta

La Federazione provinciale del PD esaspera tutti i limiti del partito nazionale. E’ un partito disorganizzato, privo perfino di una sede, fortemente diviso in correnti sostanzialmente espressione delle varie rappresentanze istituzionali, Nonostante ciò è riuscito a segnare un rilancio nelle recenti elezioni amministrative con la vittoria in città importanti come Aversa, Capua e Casal di Principe. Una contraddizione che si spiega con la reazione di una parte dell’elettorato che si era allontanato e che ora ritorna, preoccupato per la svolta a destra in atto nel Paese e consapevole che – grazie all’apertura operata nelle ultime tornate amministrative, nei confronti di altre forze del centrosinistra e dell’associazionismo, e alla volontà di voltare pagina dichiarata dal nuovo segretario Nicola Zingaretti – ritorna a rappresentare l’unico argine alla deriva pericolosa verso cui il governo giallonero ha avviato il Paese. Si può e si deve partire da qui, da questo risultato elettorale e da questo interesse manifestato da larga parte dell’elettorato progressista, per riannodare i fili di una discussione che rifondi il PD come partito di progetto, di cambiamento e di progresso.

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