Mercati finanziari: Italia e Trump osservati speciali

Notizie contrastanti e mercati in chiaroscuro stamane. Da un lato c’è il mercato italiano sotto pressione a causa del programma del nuovo governo. Lo spread con la Germania è tornato sopra 170. Il rendimento del decennale italiano è passato, in pochi giorni, da 1,87 a 2,2. I titoli dei nostri indici azionari hanno perso una parte dei guadagni realizzati da inizio anno. La ragione è chiara. Lo scenario del dopo voto è quello che i mercati giudicavano il peggiore ma anche il più improbabile. Invece l’accordo lega e 5 stelle non solo c’è ma si basa su un programma la cui attuazione richiede intorno ai 170 miliardi di euro di maggiore spesa, a fronte di coperture indicate di meno di 50 miliardi, costituiti da presunte entrate in gran parte una tantum perché legate ad un condono fiscale di fatto, anche se diversamente definito nella bozza di programma. Gli operatori –  prima di capire se davvero il nuovo governo si muoverà in una direzione destinata ad aprire un contrasto dall’esito imprevedibile con l’Europa e un aumento consistente di un debito pubblico già elevatissimo – cominciano ad alleggerire il peso dei titoli obbligazionari e azionari italiani nei loro portafogli. Dall’altro la notizia dell’accordo tra USA e Cina, destinato ad accrescere le importazioni della Cina dagli USA e quindi a diminuire il deficit commerciale USA, anche se nel comunicato finale non è indicato un chiaro target. La borsa di Tokio e quelle cinesi stamane hanno chiuso in positivo e i mercati in generale certamente apprezzeranno dal momento che l’accordo segna almeno una tregua nella guerra commerciale aperta da Trump. Bisognerà vedere ovviamente se l’intesa reggerà e capire cosa avverrà all’inizio di giugno sui dazi che Trump ha previsto sull’alluminio per l’Europa. Quanto al resto la crescita globale, per la prima volta dallo scoppio della crisi, è generalizzata, i dati sugli utili societari sono più che rassicuranti, le notizie sull’andamento del PIL USA e di quello europeo pure. Certo il rafforzamento del dollaro e l’aumento del prezzo del petrolio – tornato intorno agli 80 dollari al barile che non si vedevano dal 2014 – creano qualche preoccupazione per l’andamento delle valute di alcuni paesi emergenti (a partire dall’Argentina). Ma gli osservati speciali restano l’Italia e Trump. La prima perché il nuovo quadro politico emerso dal voto può compromettere il precario equilibrio che caratterizza da tempo l’area euro. Il secondo perché una guerra commerciale è il rischio più forte e più serio per la tenuta della ritrovata crescita globale generalizzata.

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