Le parole di Draghi, la reazione delle borse, la storia delle bolle speculative e la “madre di tutte le crisi”

Draghi ha parlato e ha lodato il suo QE citando numerosi studi che dimostrano i risultati indiscutibili della politica monetaria espansiva adottata dal gennaio del 2015. Come dargli torto? Senza il QE l’Europa sarebbe precipitata nella deflazione, pericolo peggiore dell’iperinflazione. Tuttavia le borse europee non hanno reagito bene alle sue parole. Draghi infatti non ha detto con chiarezza che il QE proseguirà e così ritorna lo spettro del possibile inizio di una riduzione del bilancio della banca centrale. Migliaia di miliardi al mese di acquisto di titoli obbligazionari per tre anni, attraverso la creazione di denaro dal nulla,  non bastano ai mercati. Perché? Perché quando c’è una crisi sistemica l’immissione di liquidità è importante per fermare il panico ed evitare il crollo. Ma la sua funzione finisce qui. Per uscire dal pantano serve non solo il prestatore di ultima istanza ( le banche centrali) ma anche l’investitore di ultima istanza ( lo Stato). E fin qui, per le ragioni più volte ricordate su queto blog, il secondo attore, l’investitore di ultima istanza, quello decisivo, ancora non è sceso in campo. Ecco allora che i mercati pendono dalle labbra dei banchieri centrali. Gli interventi congiunti dei due attori che ho ricordato sono indispensabili in ogni crisi che non sia solo congiunturale. Ma lo sono ancor più per questa crisi che è al tempo stesso simile ma anche diversa dalle altre. Come le altre,  infatti, è nata in seguito allo scoppio di una bolla speculativa. Tutte le crisi nascono da una speculazione che finisce per sopravvalutare le società legate alle innovazioni che determinano una nuova fase di sviluppo. La storia delle bolle è vecchia almeno quanto quella del capitalismo. La prima nacque intorno ai bulbi dei tulipani più belli. Poi ne seguirono diverse: quella delle compagnie di navigazione che commerciavano con il nuovo mondo scoperto da Colombo, fino a quella nata nell’800 sulle ferrovie e poi nel 900 su internet e sulla finanza innovativa.  Ma l’ultima bolla, quella finanziaria, è caratterizzata da una peculiarità che la rende diversa da tutte le altre. Quando si sgonfia non rimane una tecnologia, una infrastruttura,  che continua a far bene all’economia.  La bolla della finanza creativa ha lasciato sul campo solo carta. E la carta brucia rapidamente. Per questa ragione le banche centrali hanno dovuto pompare liquidità al sistema in una misura mai vista prima d’ora e continuano a farlo. Ma come tutte le medicine a lungo andare produce effetti collaterali che possono far male. Questi effetti già si vedono nelle difficoltà di profittabilita’ delle banche e in quelle ben più gravi che attraversano i fondi pensione e le assicurazioni. Inoltre un intervento che si limita a sostenere i mercati finanziari, non crea lavoro a sufficienza, non eleva le retribuzioni dei salariati, accresce quelle diseguaglianze sociali che hanno avuto un ruolo fondamentale nel prolungarsi della crisi. Se non arriva la mano pubblica, che con i suoi investimenti produce la scossa necessaria a rimettere in moto come si deve l’economia, gli effetti collaterali delle medicine di pronto intervento rappresentano un rischio che il sistema non è in grado di tollerare a lungo. Se allora si capiscono i motivi per i quali le borse con i loro movimenti mirano anche a condizionare i prestatori di ultima istanza, non deve sfuggire come sia grave l’assenza di una spinta delle forze sociali più interessate nei confronti degli investitori di ultima istanza. Ma quanto conta  la crisi dello Stato in tutto questo? Secondo me moltissimo perché anche per le crisi c’e una “madre” di tutte le altre.

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