il testo completo del discorso di apertura della campagna elettorale al teatro Ricciardi

 L’appuntamento elettorale che abbiamo davanti a noi è molto importante e il lavoro che attende il prossimo consiglio comunale estremamente arduo, per non sentire il dovere di usare stasera un linguaggio di verità, per non parlare con serietà, chiarezza, schiettezza, trasparenza e senza infingimenti. Vorrei perciò partire dalle ragioni che mi hanno indotto ad accettare la proposta di candidatura a Sindaco di Capua. Lo faccio perché nella mia decisione non hanno pesato valutazioni di carattere personale – che spingevano in ben altra direzione – ma solo motivazioni strettamente legate alla situazione politica e amministrativa in cui si trova la città, alla vigilia di un voto provocato dall’ennesimo scioglimento anticipato del consiglio comunale. Chi mi conosce sa che sono stato circa 15 anni lontano dall’impegno diretto nel partito e nelle istituzioni, non avendo condiviso la deriva personalistica ed individualista che ha conosciuto la politica nel nostro Paese. Dal 2009 sono tornato alla mia professione dopo una lunga fase di impegno a tempo pieno nelle istituzioni, che mi ha visto prima Sindaco della città di Capua nel 1994/1995, poi consigliere regionale della Campania dal 1995 al 2005, segretario provinciale dei DS dal 1999 al 2005 ed infine vice Presidente dell’Amministrazione provinciale dal 2005 fino al dicembre del 2007.

Impegnato a ricostruire la mia attività di consulente finanziario, di politica ho continuato ad occuparmi esclusivamente attraverso la scrittura, l’elaborazione, il confronto di carattere culturale. Ma la politica, quella autentica, non è solo occupazione di cariche pubbliche e gestione del potere, è materia che presuppone innanzitutto la costruzione di un pensiero e di una visione di futuro basati su una comune lettura del processo storico e della realtà in cui viviamo. La politica è al tempo stesso teoria e pratica per la direzione della vita pubblica, al pari di ogni costruzione che presuppone basi scientifiche. Ho ripreso la tessera del mio partito e l’attività nella coalizione – cui sono stato sempre legato, nella buona come nella cattiva sorte – solo nel 2019 quando, di fronte al rischio di un rigurgito nazionalista, come non si vedeva dai tempi della vigilia della Seconda Guerra Mondiale, ho avvertito forte il dovere di tornare a dare, nel mio piccolo, un contributo di militanza politica, considerando le conseguenze che l’affermazione di una tale prospettiva nel nostro Paese determinerebbe sul futuro di tutti noi ed in particolare delle nuove generazioni. Ho però continuato a rifiutare proposte di candidatura a ruoli istituzionali e da ultimo l’invito ricevuto dal circolo del PD di Capua nelle passate elezioni amministrative del 2019, per ragioni diverse, legate in parte ai miei impegni professionali e in parte alla convinzione che è tempo di vedere in prima linea una nuova generazione.  Ho mantenuto ferma questa posizione fino alla seconda metà del Marzo scorso, quando è diventato evidente un rischio fatale per Capua: Il rischio cioè di aggiungere alla frammentazione del centrodestra anche la diaspora del centrosinistra, con il risultato certo di una proliferazione smisurata di candidati alla carica di sindaco e una conseguente ulteriore polverizzazione del quadro politico, che avrebbe scoraggiato le forze migliori a scendere in campo provocando un ulteriore caduta della qualità della classe dirigente della città. Il mio è stato un atto di responsabilità sia verso la mia parte politica, sia soprattutto nei confronti della città. Non ho nessuna fregola di fare il Sindaco. Tanto più che non mi sfugge lo stato disastroso in cui versano l’apparato amministrativo e i conti pubblici. La mia lunga permanenza con ruoli diversi nelle istituzioni mi rende estremamente consapevole di quale campo minato dovrà percorrere chiunque vincerà queste elezioni amministrative. Un vero percorso di guerra. Non sono il tipo che si autodefinisce competente e perciò capace di risolvere tutti i problemi in breve tempo, parole troppo grosse per la mia persona. Ma non sono neppure così sprovveduto da pensare e da promettere di sistemare in pochi mesi tutti i servizi che sono allo sfascio: dalla viabilità, agli impianti sportivi, fino ai servizi cimiteriali. Qualcuno ha detto Capua è ferma al 2016. E’ vero ma in un senso diverso da quello sotteso nelle parole chi vuol far credere che fino ad allora Capua sia stata l’Eldorado. Nel decennio che ha preceduto il dissesto finanziario sono stati prodotti danni che hanno pesato negli ultimi cinque anni e continueranno a pesare per altri vent’anni sui nostri conti e sulle potenzialità dell’azione amministrativa. Questo stato di cose, molto triste per Capua, è la conseguenza di un lungo periodo di mortificazione della politica, di una ventata di qualunquismo, di pressappochismo e di personalismo che come è noto ha origine in processi di portata globale, ma che da noi ha raggiunto vette molto elevate. Parliamo di dati di fatto, di metodi di governo molto discutibili che hanno prevalso nella gestione della cosa pubblica, di scelte dettate dalla volontà di mantenere il potere anche a costo di mettere in ginocchio la città. Da un certo punto in poi, la politica, scaduta a mero esercizio del potere amministrativo e dilaniata da una febbre individualistica senza precedenti, ha smarrito la sua funzione di governo dei processi di trasformazione. Il mio è un giudizio squisitamente politico, perché noi non abbiamo mai speculato sui problemi giudiziari dei nostri avversari, non abbiamo mai fatto attacchi di tipo personale, anche avendone occasione. Quelle sono cose che lasciamo volentieri agli sciacalli, a chi non ha molto altro da dire, a chi pensa che si possa amministrare la cosa pubblica senza possedere alcuna categoria politica ed è abituato a parlare a vanvera. Badate non intendo attribuire a qualcuno in particolare le colpe per il degrado della politica che è generalizzata, che è anche figlia dei tempi, caratterizzati dalla crisi della ragione, dal trionfo della cultura individualista, da questo processo di disintermediazione, legato in parte anche all’avvento delle tecnologie digitali, che induce sempre più persone a credere che il potere di accesso ad ogni tipo di informazione consenta a ciascuno di noi di poter fare a meno di qualsiasi mediazione, anche li dove è indispensabile l’ausilio di competenze specialistiche. Il movimento dei No Vax, la sua chiusura di fronte a qualsiasi approccio scientifico al tema della salute, è stata forse l’emblema di questo fenomeno molto più vasto che attraversa,  ormai da tempo, trasversalmente la società italiana europea e non solo.

Badate questa vera e propria malattia sociale, che ha messo in crisi la politica negli ultimi vent’anni, riguarda tutti. Nessuno ne è immune. Neppure il nostro campo politico. Nel mare dei rapporti tra politica e società non possono esistere grandi isole. La crisi del sistema politico nazionale infatti riguarda anche il nostro schieramento, altrimenti sarebbe andata diversamente per le due precedenti amministrazioni di centrosinistra a Capua – che, sia chiaro, non hanno causato i danni prodotti dalle precedenti e, anzi, si può dire che almeno qualche problema lo hanno risolto nonostante lo stato comatoso in cui hanno trovato il Comune. Se fossimo immuni da quel virus avremmo faticato di meno per costruire questa coalizione, questa squadra che oggi posso presentare però con orgoglio, per la qualità delle persone che hanno risposto al nostro appello e per il clima di concordia e di partecipazione che siamo riusciti a realizzare in pochi mesi. Un risultato del quale ringrazio davvero tutti perché è stato il frutto di un impegno di ciascuno di noi e di tutti noi. Ringrazio in particolare l’onorevole Giuseppe Buonpane, Nicola Caputo, Gennaro Oliviero, Alessandro Tartaglione, Giovanni Zannini che ci sono stati molto vicini in questi mesi. Vedete noi siamo consapevoli dei nostri limiti, della fase complicatissima che attraversiamo. Sappiamo come il virus dell’antipolitica possa contagiare tutti perché ci sono note le sue origini, ben radicate nel ciclo neoliberista che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle ma del quale ancora paghiamo gli effetti delle crisi di che ha causato nei primi venti anni del nuovo secolo. Ma a differenza degli altri – che si vergognano perfino di candidarsi sotto i simboli dei loro partiti – noi pensiamo – e questo ci caratterizza e ci rende diversi – che dalla crisi della politica non si esce sollecitando l’antipolitica, la frammentazione personalistica, incentivando gli istinti e le paure a scapito della razionalità. Al contrario pensiamo che serva più politica, serva ricostruire i partiti, rinnovandone il pensiero, ripensandone la forma organizzativa, sperimentando nuovi strumenti di collegamento con la parte migliore della società. Perché le forze politiche sono gli strumenti che la Costituzione ha messo a disposizione del sistema per garantire ai cittadini di poter concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Dal nulla non nasce nulla ma solo rileggendo la storia di ciascuno e facendo tesoro degli errori commessi possiamo riannodare i fili della storia. Gli errori li commette chi opera e sono quelli che fanno crescere.  Le forze politiche sono, dunque, il più importante di quei corpi intermedi senza i quali la democrazia diretta finisce per cede il passo a sistemi plebiscitari che portano sempre a forme esasperate di autocrazia, come possiamo constatare in tante parti del Mondo.

Noi crediamo nel primato della politica, nel suo ruolo vitale e insostituibile di garanzia delle liberta, della democrazia, della diffusione del benessere sociale. Ci crediamo e proviamo a resistere, combattendo per riaffermarlo pur sapendo di dover remare controcorrente. Resistiamo perché la storia, che è maestra di vita, ha dimostrato da tempo che la politica è indispensabile. La politica è l’anticamera della guerra e dunque non può permettersi di lasciare il campo alla barbarie. Quando nel rapporto tra gli Stati impegnati nella ricerca delle soluzioni alle controversie internazionali, le classi dirigenti smarriscono il senso della politica, la guerra diventa sempre lo sbocco inevitabile, con tutti gli orrori e le tragedie umanitarie che la accompagnano, come stiamo vedendo oggi in Ucraina, alle porte della nostra Europa dopo 77 anni di pace.  Allo stesso modo quando sono i sistemi politici nazionali a smarrire la bussola della politica, la conseguenza inevitabile è quella della frammentazione sociale, dello smarrimento del senso di comunità, del dominio del caos e con esso dell’avvento dell’autoritarismo, che poi quando arriva nessuno è più in grado di fermare con facilità. In Italia ne abbiamo avuto prova all’inizio del secolo scorso con il crollo dello stato liberale e l’avvento del fascismo che ci portò fino alla tragedia della guerra. Ed è una di quelle malattie contro le quali non basta vaccinarsi una volta sola. Ed è sempre la storia ad insegnare che la politica non è la ricerca della perfezione ma è l’arte del possibile. Cosa vuol dire tutto questo nella concreta situazione che stiamo vivendo a Capua? Vuol dire basare ogni progetto di futuro, ogni ipotesi di rilancio della città su una analisi realistica e non superficiale della situazione data. Vuol dire non limitarsi a fare l’elenco dei problemi ma provare a cogliere la loro essenza, le cause profonde che li determinano e su questa base prospettare soluzioni che facciano i conti con le risorse realmente disponibili, con le leggi di riferimento entro il cui dettato bisogna necessariamente operare, con le opportunità offerte da provvedimenti europei, nazionali e regionali, che hanno le loro regole, le loro procedure, i loro tempi da rispettare. Questa profondità dell’analisi, questo esame accurato dei dati di partenza, sono necessari per cimentarsi con il governo di ogni paese, di ogni città, ma sono irrinunciabili, essenziali in una città come la nostra. E non solo per la gravità dello stato dei conti pubblici, della macchina amministrativa, dei servizi comunali ma anche – e direi soprattutto – perché Capua è Capua, è una città che ha alle spalle una storia importante, millenaria. Una città che ha il dovere di conservare per le future generazioni un patrimonio culturale ed architettonico di prima grandezza tra i più significativi dell’intero Mezzogiorno, un patrimonio dell’umanità.

E’ giusto allora dire con chiarezza alla nostra gente che qui nessuno di noi è in grado di risolvere in 12 mesi problemi che si sono incancreniti nel tempo. Non si porta alla normalità, né in un anno né in due e forse neppure in  cinque, una viabilità comunale su cui non viene realizzato un intervento di manutenzione adeguato da decenni. L’ultimo quello della rotonda, dei marciapiedi e dell’asfalto a via Napoli è arrivato dopo anni ed anni di incuria generale grazie alle ultime  due amministrazioni. Per normalizzare la viabilità servono decine milioni. Una programmazione pluriennale in grado di intercettare ogni anno alcuni milioni di euro dai bandi regionali sulla viabilità comunale, a partire da quest’anno, nel quale la priorità, come è noto a tutti, è il ponte nuovo, che per essere messo in sicurezza richiede un investimento complessivo di quattro milioni di euro. Partiamo allora dai conti. Partiamo dallo stato delle finanze e dell’apparato comunale e cioè dalle madri di ogni programmazione credibile. A Capua la situazione non si può definire semplicemente seria e neppure solo grave. E’ anche drammatica. Non lo dico io. Lo dice l’ultimo consuntivo approvato dal Commissario, quello del 2021. Cosa svela questo documento che è una vera e propria radiografia della situazione contabile del Comune? Segnala che la prima sfida da affrontare per chiunque vincerà le elezioni sarà quella di evitare un secondo dissesto.  La tabella dei parametri oggettivi, infatti, presenta “incontrovertibili” condizioni di squilibrio per quattro degli otto parametri individuati dal decreto sulla finanza locale. In particolare sono deficitari: l’indicatore dell’incidenza degli incassi delle entrate proprie sulle previsioni definitive di parte corrente pari a solo il 22%:  l’indicatore della sostenibilità del disavanzo effettivamente a carico dell’esercizio dell’1,20%; l’indicatore dei debiti riconosciuti e finanziati dell’1%; l’indicatore concernente l’effettiva capacità di riscossione fermo al 47%. Facciamo degli esempi concreti; l’incasso della TARI nell’anno è al 40%, per i fitti di proprietà comunali è al 15%. Si registra, inoltre, una incapacità a recapitare gli avvisi di accertamento ai contribuenti: centinaia di raccomandate ritornano al mittente per mancanza di correttezza dei dati di residenza e dei numeri civici. La verità allora è limpida e chiara: Il dissesto del 2015 in realtà non ha risolto il problema della cancellazione di tutti i debiti pregressi. Il lavoro della commissione ministeriale di accesso ha potuto risolvere il problema solo in parte. Gli accordi di pagamento al 40% già sottoscritti dai debitori sono stati in gran parte sanati dallo Stato. In parte peseranno, però, per i prossimi anni sul bilancio del comune per una rata annua di mutuo arrivata di 398mila euro. Sono inoltre rimasti fuori dal provvedimento di dissesto, 4 milioni di debiti vantati da soggetti privati o societari che non hanno accettato le condizioni previste dalla legge. Questi quattro milioni sono stati inseriti nel bilancio del 2020 dalla giunta Branco e spalmati in termini di casa sugli esercizi dei tre anni successivi. Ma a causa del livello basissimo di riscossioni che si è verificato nel corso del 2021 è evidente che il comune farà fatica ad onorare gli impegni assunti. Se a questo aggiungiamo che, nonostante la dichiarazione di dissesto risalente al 2013, il comune continua a subire pignoramenti, relativi a fatture non pagate negli anni precedenti, appare evidente che in realtà la situazione debitoria pregressa non è stata correttamente accertata e quindi il provvedimento di dissesto del 2013 non ha riguardato l’intera reale massa debitoria del Comune. Il consuntivo 2021 in conclusione riporta Capua in una situazione di Comune strutturalmente dissestato. Il che comporta che saremo soggetti, per legge, a controllo centrale, da parte della commissione per la finanza e per gli organici degli enti locali, sia sulle dotazioni organiche e sulle assunzioni di personale, sia sulla copertura obbligatoria del costo di determinati servizi attraverso la tassazione degli utenti, pena sanzioni pesanti sulle entrate correnti. Sanzioni che proprio non possiamo permetterci.

 Questa situazione molto pesante sul terreno finanziario ha prodotto l’impoverito della macchina comunale, riducendone in modo sostanziale l’efficacia. Negli ultimi dieci anni molti dipendenti sono andati in pensione e l’assenza di risorse adeguate non ha consentito di coprire gran parte dei posti diventati vacanti. Tutto ciò incide sull’efficienza della macchina amministrativa, che non è più in condizione di garantire i servizi ordinari e neppure di concorrere ai bandi per l’affidamento di finanziamenti europei, statali e regionali a fondo perduto, perché gli uffici preposti, a causa della carenza di personale, non riescono a monitorare le opportunità, a redigere progettazioni esecutive che sono indispensabili per accedere ai finanziamenti pubblici a fondo perduto – gli unici ai quali si può puntare non consentendo il nostro bilancio di contrarre mutui con mezzi propri. Gli uffici non riescono a stare dietro l’indizione delle gare, le rendicontazioni, i controlli necessari sui lavori in corso, gli interventi di manutenzione. I tempi di appalto e di avvio dei lavori, i pochi che si riescono a gestire, sono diventati estremamente lunghi. Insomma, si è innescata una spirale perversa che fa avvitare la crisi finanziaria e di personale del comune su se stessa. La crisi finanziaria impedisce di risolvere quella dell‘apparato mentre le carenze dell’apparato amministrativo limitano l’azione necessaria per affrontare la crisi finanziaria. Questo stato di cose compromette la stessa possibilità di intervenire sulle emergenze. Facciamo un esempio. Prendiamo il caso del ponte nuovo su cui sento dire fesserie inaccettabili. Non so come si possa affermare che qualcuno ha fatto qualcosa di concreto perché nel lontano 2012 si interessò per far avere un finanziamento poi mai utilizzato e perciò ritirato dalla Regione. O come si possa addossare la responsabilità alla regione quando tutti sanno che la struttura è comunale e che il progetto, per altro inadeguato, arrivò solo nel 2014, la gara per i lavori molto più tardi. Ma veniamo all’oggi. La magistratura ad un certo punto ha sequestrato il ponte perché il progetto del primo lotto, l’unico all’epoca prodotto, era privo dei necessari preventivi sondaggi accuratissimi sulla infrastruttura che ne accertassero l’effettivo stato strutturale. La precedente amministrazione ha dovuto sottrarre dai finanziamenti regionali, che nel frattempo era riuscita ad ottenere dalla Regione, il costo di sondaggi e carotaggi richiesti dalla magistratura ed eseguiti negli ultimi due anni. Da questi sondaggi è emersa una situazione più grave di quella che si conosceva. In particola hanno evidenziato la necessità di interventi in fondazione e sull’alveo del fiume che richiedono una spesa aggiuntiva di 2.800.000 euro. Per poter accedere ai finanziamenti nazionali e regionali serve un progetto esecutivo, ma per bandire la gara per la scelta dei progettisti bisogna che ci sia disponibilità in bilancio per poco meno di 300.000 euro. Il Comune non li ha. E’ stato così richiesto dal Commissario l’intervento della Regione che si è detta disponibile ad attivare una convenzione con una società di progettazione che l’assessorato regionale ai lavori pubblici porrà a disposizione dei comuni che non sono in grado di eseguire in tempi utili le progettazioni esecutive, anche in vista del PNRR. Pensando ad una sintesi sulla situazione del Comune di Capua (inteso come istituzione non come città) mi è venuta in mente automaticamente una famosa poesia: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. E’ evidente allora che in questa situazione di estrema precarietà, per evitare di rimanere bloccati su tutti  fronti, la prima cosa da fare sarà quella di mettere a posto i conti, evitare il dissesto e mettere mano alla riorganizzazione della macchina comunale. Come? Qualcuno risponde io so come fare. Io più modestamente provo a raccontare la verità. Per ciò che concerne il bilancio i tempi per ottenere risultati sul potenziamento degli accertamenti e sulla capacità di riscossione non sono certo immediati. Tra l’altro la perdita di più di 2000 abitanti negli ultimi 10 anni riduce le entrate del Comune. Il primo strumento da attivare è perciò la valorizzazione del patrimonio immobiliare, che è già stato in parte venduto in passato e non certo per pagare i debiti. Voi capite bene che non si tratta di una operazione semplice che si può fare dall’oggi al domani. Anche questa è una operazione che richiede i suoi tempi a partire dall’individuazione di competenze esterne e di procedure adeguate. Dunque non è scontato evitare il dissesto. Lo stesso dicasi per il potenziamento della macchina comunale. Non sarà possibile nel breve termine coprire tutti i posti vacanti. Bisognerà dare priorità alle esigenze più impellenti, a partire dal rafforzamento dell’ufficio tecnico. Bisognerà attivare i concorsi, che nella migliore delle ipotesi richiedono un anno, sperando nell’assenza di ricorsi. Nel frattempo sarà necessario inventarsi soluzioni a breve termine che supportino dall’esterno almeno sul piano delle progettazioni l’apparato comunale. Non possiamo permetterci, infatti, di perdere l’occasione del PNRR che consentirà di accedere a risorse ingenti solo nei prossimi quattro anni e quindi per un arco temporale ben delimitato. Con la normativa attuale non sono operazioni semplici e bisogna avere idee abbastanza chiare sul percorso da seguire.

 Per avere contezza della complessità del lavoro da compiere, bisogna approfondire il perché si è arrivati a questo punto e cosa si può fare per invertire la tendenza. Ecco un tema su cui sarebbe utile un confronto di merito tra i candidati ma la genericità dilaga. Nel caso del nostro comune la situazione finanziaria è scoppiata a causa di tre elementi fondamentali. Il primo è stato certamente il malgoverno dei dieci anni che hanno preceduto la dichiarazione di dissesto di cui ho già detto. Ma questa è solo una parte della verità. Molto hanno contato altri due fattori di carattere strutturale che continuano ad esercitare la loro influenza negativa. Infatti negli ultimi trent’anni in Italia è cambiata gradualmente ma in modo radicale tutta la struttura della finanza locale. Pensate che nel 1988, quando ero assessore alle finanze della giunta guidata da Nicola Lacerenza, circa l’80 per cento delle entrate correnti derivavano da trasferimenti statali e regionali e solo poco più del 20% da entrate proprie, cioè da tasse locali. I tempi di incasso della maggior parte delle entrate erano noti e certi. Oggi la situazione si è letteralmente capovolta. Circa l’80% delle entrate correnti di competenza di un esercizio finanziario derivano da tasse locali (Imu, Tarsu, addizionale IRPEF, servizi a domanda individuale) e solo il restante, pari a poco più del 20% delle entrate deriva da trasferimenti statali e regionali. E’ chiaro che di fronte a questi cambiamenti un comune che non provvede a riorganizzare la sua macchina – per metterla in condizione di saper  accertare correttamente la base imponibile e soprattutto di incassare in tempo utile quanto accertato – è destinato prima o poi ad andare in seria difficoltà con la cassa: se non sei attrezzato per accertare il livello delle entrate questo rimane basso, certamente inadeguato rispetto alle esigenze dei servizi da erogare alla città; se non sei attrezzato per incassare le entrate proprie prima che quelle risorse vadano in perenzione non puoi pagare quanto già impegnato sulla competenza. E’ quello che è accaduto al nostro Comune (e qui c’entrano ancora le responsabilità delle amministrazioni locali. Il problema della spesa allegra si è così aggiunto alla mancata innovazione della struttura amministrativa che è rimasta la stessa di 30 anni fa, con l’aggravio della maggiore carenza di personale. In sostanza non sono stati introdotti nell’organizzazione degli uffici quei cambiamenti che dovevano necessariamente camminare di pari passo con le graduali innovazioni introdotte dai decreti annuali sulla finanza locale. Ora non c’è dubbio che bisogna recuperare ma nessuno può pensare che i ritardi di circa trent’anni possono essere recuperati nel giro di qualche anno. C’è bisogno di un lavoro costante e di lunga lena. I miracoli non si possono fare. Io non ho questo potere. Se c’è chi li ha li usi pure subito.

Accanto a questo problema di ordine generale, che ha riguardato tutti i comuni e che oggi pesa in modo particolare su comuni come il nostro, che sono stati più negligenti, c’è poi una terza questione che riguarda in particolare il nostro Comune, che attiene cioè esclusivamente a Capua. Una questione peculiare che ci riporta al processo storico che ha stratificato la struttura urbana della città. Tutto ciò che noi ci ritroviamo in termini di patrimonio di beni culturali e architettonici (dagli ex complessi conventuali, poi divenuti in gran parte caserme, ai castelli, quello di Carlo V e quello delle Pietre, ai palazzi nobiliari, tra i più belli di tutta la Campania, al sistema fortificato, che ha subito trasformazioni continue in rapporto all’evoluzione degli armamenti) è il frutto di un ruolo che Capua ha assolto per lunghi archi di tempo nella storia, come centro ordinatore del vastissimo territorio della pianura Campana che un tempo si estendeva da Nola fino a Sora. Parliamo quindi di tutta la pianura che si estende tra le due grandi capitali italiane: quella della Nazione, Roma, e del Mezzogiorno, Napoli. Si tratta di migliaia di mq che rappresentano una percentuale notevole del patrimonio immobiliare del centro storico. C’è un libro molto istruttivo sul punto, uscito da qualche anno, che fa ben comprendere cosa ha significato storicamente l’esercizio di questo ruolo per la nostra città in termini finanziari. Il libro è del professor Francesco Senatore e si intitola “Una città, il Regno. Istituzioni e società a Capua nel XV Secolo.” Si tratta di un libro che costa molto ma ne vale la pena avendo un valore scientifico di portata europea. 1100 pagine due tomi. Uno dei due tomi contiene esclusivamente fonti storiche, tutte consultate all’Archivio Storico della Città di Capua presso il Museo Campano, uno dei più importanti d’Italia perché non sono molte le città che posseggono un archivio così ricco “una miniera di informazioni su Capua e sul Regno” l’ha definito Senatore che ha inserito il caso di Capua in un contesto comparativo con le città europee. Tra queste fonti i quaderni del Sindaco, una figura che non si riscontrava in tutte le città perché il Regno non aveva un ordinamento unico delle autonomie locali. Ogni città aveva un suo sistema di governo che veniva contrattato direttamente con la Corona. In sintesi Senatore descrive in questo libro in modo dettagliato quella che era la terza città del Regno, dopo Napoli e L’Aquila. Capua era il centro ordinatore di un territorio con più di 500 Kmq, che godeva di una autonomia di gestione non dissimile da quella di altre città del Centro Nord: una condizione più unica che rara. Questo potere le consentiva di gestire le risorse di una delle pianure più ricche e fertili d’Europa, a vocazione agricola e di allevamento (parliamo del cuore dell’economia di quel tempo), e di drenare perciò dal territorio ingenti risorse che finivano per essere investite dentro le sue mura. Questa situazione della città in epoca Aragonese non era molto dissimile da quella conosciuta fin dalla sua fondazione, avvenuta come sappiamo in epoca longobarda, quando la città era centro religioso ed economico. La Contea longobarda di Capua era già allora molto estesa: dalla pianura del Basso Volturno ai Gastaldati di Sessa, Teano, Carinola, a quelli della fascia collinare fiancheggianti la pianura Campana da Telese fino a Venafro. Anche quando – con l’avvento del Vice Regno spagnolo che accentrò a Napoli tutte le funzioni amministrative spogliando il sistema delle città medie del Sud – Capua continuò a svolgere una funzione importante, anche se solo come città fortezza antemurale della capitale, non perse il suo benessere economico, grazie alla presenza di guarnigioni e di ingenti investimenti annualmente necessari per tenere in permanente efficienza il suo sistema fortificato. Per non parlare della Capua preromana e romana, con i cui resti è stata in gran parte costruita la Capua Medievale. Una Capua che con i suoi trecentomila abitanti, quarantamila schiavi, quarantamila artieri, era una delle grandi metropoli del mondo a quel tempo conosciuto. Con questo cosa voglio dire? Che con la fine delle storiche funzioni sovraccomunali esercitate dalla città per lunghi archi di tempo nella storia, Capua è rientrata in una dimensione comunale ma si trova, ormai da oltre 160 anni, a dover manutenere un patrimonio realizzato con le risorse che un tempo arrivavano da un territorio vastissimo disponendo di entrate fondamentalmente parametrate su una città di 18 mila abitanti. Oggi gran parte di questo patrimonio (pensate ai Castelli, agli ex Complessi Conventuali, alle ex Caserme) è in stato di abbandono. Necessita di notevoli interventi ma non produce reddito, non produce entrate. Vi rendete conto che questo determina un divario incolmabile tra le risorse disponibili, che sono quelle di una città da quest’anno scesa al di sotto dei 18000 abitanti, e il patrimonio immobiliare e infrastrutturale da manutenere. E’ chiaro che più passa il tempo più questa situazione diventa insostenibile. E’ da qui che nasce quel processo di decadenza che dura da tempo. Ecco perché a Capua non può bastare solo l’impegno sulle piccole cose, che pure è basilare e va garantito con tutte le energie possibili. Dobbiamo sapere che non avremo risorse sufficienti per i bisogni elementari della comunità se non lavoriamo su scala più larga per ricollocare questo immenso patrimonio in un contesto territoriale molto più ampio di quello contenuto nei confini cittadini. Non è un caso se le uniche emergenze architettoniche che siamo riusciti a risanare e a riusare negli anni Ottanta e Novanta, sono quelle destinate a funzioni di livello provinciale e regionale: il complesso delle Dame Monache, che ospita il Dipartimento di Economia dell’Università della Campania, e la ex Caserma Pepe, che ospita una Compagnia di zona dei Carabinieri. Fino a quando non riusciremo a garantire una nuova destinazione d’uso di livello territoriale ampio al Castello di Carlo V e a quello delle Pietre, alle ex Caserme: dalla Mezzacapo, alla San Giovanni, all’ex Collegio dei Gesuiti, all’ex Pretura, alla cinta bastionata, noi non saremo nelle condizioni di restituire a questa città la vivibilità e l’efficienza dei servizi che merita. Né potremo garantire il livello di crescita economica e di benessere cui i nostri giovani tendono.

Tuttavia in questo mare di negatività e di problemi complessi alcune buone notizie ci sono. Se bilancio e macchina comunale sono allo sfascio alla città non mancano opportunità e bisogna capire bene quali sono. Dopo il terremoto del 1980 la vastità dei danni arrecati in Campania, impose finalmente di avviare quel processo di decongestionamento della città di Napoli e di riorganizzazione e di riqualificazione dell’area metropolitana più grande del Sud. Le trasformazioni territoriali intervenute con il processo di industrializzazione del triangolo Caserta – Napoli – Salerno e l’avvio di una rivoluzione tecnologica che ridimensionava il peso dei settori produttivi tradizionali e spingeva il settore terziario dei servizi avanzati – imposero l’esigenza di riorganizzare le funzioni dell’area metropolitana in un contesto molto più ampio dei vecchi confini provinciali. E così il sistema urbano che si è sviluppato da Capua a Maddaloni è diventato sede di funzioni metropolitane di eccellenza nel campo della mobilità, come porta del Mezzogiorno e del Mediterraneo sull’Europa – tra Maddaloni e Marcianise – nel campo della ricerca e della formazione di eccellenza – nelle citta di Aversa, Capua, Caserta e Santa Maria – nel campo delle aree industriali attrezzate, nelle aree a confine tra Napoli e Caserta. In questo contesto Capua è una delle città che ha avuto di più con il CIRA, il più grande investimento in ricerca Scientifica che lo Stato italiano abbia fatto negli ultimi trent’anni, Il Dipartimento di Economia del II Ateneo universitario campano (una delle discipline che offre i più interessanti sbocchi lavorativi e che può avere un impatto straordinario sulla gestione delle attività economiche), la Scuola Militare dell’Esercito che ha accorpato nella sede adiacente all’aeroporto Salomone centri di formazione prima sparsi in diverse città del Paese. A chi continua a vedere solo la decadenza che è reale e ha cause precise ma non vede il tanto che Capua ha ricevuto nel corso degli anni Ottanta e Novanta io voglio dire: “Aprite gli occhi e la mente”. Capua è entrata da tempo a far parte di quel sistema di città medie della cintura metropolitana destinate a svolgere un ruolo di riequilibrio territoriale di persone e di funzioni direzionali, necessario per restituire vivibilità alla metropoli campana nel suo complesso . Sono funzioni di rilievo non solo regionale ma meridionale. E’ in questo contesto che finalmente Capua può ritrovare per il suo patrimonio storico quella nuova funzione di area vasta che ha esercitato per secoli. Non è una notizia di poco conto. Il problema però è che la città ha sottovalutato tutto questo, ha continuato a vedersi come era un tempo e non come davvero è oggi e soprattutto come può essere in futuro. Lo ha fatto per pigrizia culturale, per assenza di spirito di impresa, per un atteggiamento di ritrosia verso quella sensibilità all’innovazione continua che è una necessità vitale in un mondo nel quale la velocità dei cambiamenti – che rivoluzionano incessantemente il nostro modo di studiare, di lavorare, di vivere – ha raggiunto livelli inauditi. Tutto cambia velocemente e chi rimane fermo è perduto. Questo è ciò che dobbiamo considerare tutti, non solo la politica, non solo l’impresa ma ciascuno di noi. Bisogna abbandonare vecchie abitudini, zone di comfort, chiusure mentali. E’ tempo che a Capua le classi dirigenti, intese in senso lato, e gli stessi cittadini, sappiano guardare alle tante opportunità che sono intervenute nei due decenni a cavallo del 1990.

 E’ tempo di sostituire alla nostalgia e al rimpianto per il grande passato la voglia di innovazione e di cambiamento di cui abbiamo tutti bisogno per costruire un grande futuro. Le opportunità sono intorno a noi. Sono arrivate, insieme a nuove ardue sfide e terribili problemi di emarginazione sociale, con la “grande trasformazione tecnologica” che da decenni sta cambiato e continua a trasformare la società e il territorio. Ma è questo il nuovo intorno a cui possiamo e dobbiamo costruire un futuro migliore. Siamo ad un bivio: viviamo una grande disagio, una situazione di degrado ma al tempo stesso abbiamo le condizioni per dire che un grande rilancio della nostra città si può fare. Certo nel tempo. Le cose non cambiano dall’oggi al domani. Serve un progetto, serve una cultura collettiva, serve far camminare il nuovo sulle gambe di tutti, serve pazienza, serve tenacia, resilienza, determinazione. Ma si può fare. La storia non può essere ragione di rimpianto, mero passatismo. E’ necessario conoscerla a fondo e soprattutto comprenderne il senso autentico, perché ci serve per capire dove stiamo oggi e soprattutto dove possiamo e vogliamo arrivare domani. E la lezione più importante che ci viene da questa storia, al tempo stesso grande e travagliata, è la consapevolezza che non ha senso un progetto per Capua prescindendo da una dimensione territoriale molto più ampia del territorio di sua stretta competenza. Certo quel processo di riorganizzazione dell’area metropolitana, della quale la nostra città è già parte essenziale nei fatti, è rimasto sospeso per troppo tempo per ragioni altrettanto chiare. La grande crisi del 2008 ha avuto un effetto pesante sugli investimenti pubblici programmati. Il resto del danno lo ha fatto la crisi della politica, accentuata (e portata a livelli che sono sotto gli occhi di tutti) dalla stessa crisi economica che ha investito tutto l’Occidente, alimentando spinte populiste e nazionaliste. Oggi però le nuove emergenze che stiamo vivendo, la pandemia, la guerra tornata alle nostre porte, hanno risvegliato l’Europa che ci offre con il Recovery Plan, il più imponente investimento comune  per il rilancio dell’economia, di tempi del piano Marshall che servì a risollevare le macerie lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo rischiato di compromettere questo rapporto con l’Unione Europea proprio alla vigilia dello scoppio della pandemia. Poi per fortuna il governo Conte due ha saputo ricucire e il governo Draghi ha definito per tempo il nostro piano nazionale di ripartenza. E’ la grande occasione che possiamo cogliere se lavoriamo d’intesa con gli altri comuni della Conurbazione casertana, con Napoli e con la Regione, per rilanciare la programmazione di area vasta che era nata negli anni Novanta per integrare anche dal punto di vista della mobilità il nostro sistema urbano nel contesto metropolitano: dal prolungamento della tangenziale di Napoli fino ai caselli autostradali di Capua e di Santa Maria, con la variante della città di Capua, finanziato con delibera Cipes il 22 febbraio scorso sul fondo di coesione; all’inserimento dell’area capuana e casertana nella metropolitana di Napoli – attraverso l’ammodernamento della ex ferrovia alifana e la realizzazione della metropolitana leggera Capua Aversa Maddaloni; alla bretella metropolitana sulla linea Capua Cassino con fermata al CIRA di Capua; al rilancio dell’aeroporto di Grazzanise per il cargo aereo e l’inserimento dell’aeroporto Salomone nel sistema aeroportuale regionale, attraverso il prolungamento dell’attuale pista in erba; ai progetti di innovazione di industria punto zero, per i quali la ricerca del CIRA sulla resistenza dei materiali al rientro nell’atmosfera può avere un impatto importante, in vista dell’innovazione e dell’ammodernamento delle nostre aree industriali. Come città di Capua siamo interessati per la riqualificazione dell’area industriale del CIRA, il completamento dell’insediamento dei dipartimenti universitari nelle nostre città, attraverso lo sviluppo dei servizi per gli studenti e le attività scientifiche. A partire dalle residenze universitarie necessarie per l’internazionalizzazione dell’Università Vanvitelli per cui candidiamo la nostra Caserma Collegio. Ne abbiamo discusso il 10 scorso con i sindaci di Napoli, di Caserta e di Santa Maria, con il vice presidente della giunta regionale, con il mondo accademico, proprio in questo teatro, registrando una importantissima convergenza che ben fa sperare sulle possibilità di dare vita ad una effettiva filiera istituzionale finalizzata a cogliere questa straordinaria opportunità offerta dall’Europa. Se poniamo da un lato la nostra situazione finanziaria molto precaria e lo sfascio della macchina comunale e dall’altro il PNRR e le possibilità di rilanciare attraverso la collaborazione con le altre città quei progetti di area vasta – fondamentali per lo sviluppo e la crescita –  noi, paradossalmente, nell’immediato abbiamo maggiori possibilità di muovere i grandi progetti che non le piccole cose. Tuttavia realizzare i grandi progetti che favoriscono la crescita farebbe aumentare la ricchezza media e questo aiuterebbe il processo di risanamento finanziario delle casse del Comune e quindi la risoluzione delle piccole esigenze quotidiane della città. Le entrate del comune, ricordiamolo, dipendono da numero di abitanti e dal loro reddito medio.

Il programma che abbiamo elaborato in questi mesi, attraverso un confronto serrato tra tutte le liste della nostra coalizione, si muove lungo queste direttrici: da un lato grande attenzione alle piccole cose, ai problemi quotidiani, mentre si avvia un processo necessariamente lento ma deciso di risanamento finanziario e di riorganizzazione degli uffici e dei servizi comunali (viabilità, scuole, sport, periferie, cimiteri, ambiente, cultura, eventi, lavori pubblici); dall’altro il rilancio di un lavoro comune con le altre città del sistema urbano casertano e con la Regione per rilanciare tutta la programmazione di area vasta che è fondamentale per lo sviluppo economico di Capua. Non parlo in modo dettagliato in questa sede del programma perché intendiamo prima diffonderlo, poi presentarlo pubblicamente in una apposita manifestazione. Il nostro programma elettorale non sarà il programma amministrativo definitivo che ci guiderà nel prossimo quinquennio, ma solo la base di un confronto di merito che vogliamo avere con la città. La nostra campagna elettorale sarà una occasione di confronto e di ascolto che impegnerà tutti i nostri candidati e le forze politiche della coalizione. Sarà da questo confronto e soprattutto dall’ascolto dei rilievi, dei suggerimenti che arriveranno dai cittadini, da tutte le categorie sociali e dalle associazioni impegnate nei vari campi della vita cittadina, che nascerà il programma definitivo. Il nostro sarà un programma partecipato.

Stasera abbiamo dato la nostra visione della città e presentiamo la nostra coalizione, le nostre liste, i nostri candidati. Non c’è modo migliore di farlo di chiamare lista per lista, uno per uno i candidati sul palco. Capua è una piccola città. Ci conosciamo tutti. Di ogni volto sappiamo la storia. Come appare chiaro noi siamo l’unica vera coalizione politica presente sulla scena. Abbiamo faticato ma abbiamo costruito una coalizione progressista nuova che ha una base politica netta e chiara: le forze fondamentali del centrosinistra che si sta costruendo sul piano nazionale, il PD, i 5 stelle, Art 1, Sinistra italiana, le forze del centro democratico europeista, e le forze politiche che sostengono la giunta regionale campana.

 Una coalizione aperta al mondo delle professioni, alle competenze, al mondo cattolico, al volontariato alle istanze dei giovani e delle donne. Le nostre liste rinnovano l’impegno di personalità che hanno acquisito nel corso degli anni una importante esperienza amministrativa, insieme a tante forze nuove, tante professionalità, rappresentative della parte più sana e attiva della città, che possono dare un contributo di merito nei diversi campi di competenza del Comune. Per molti è la prima volta che scendono in campo e lo fanno perché consapevoli che è questo il momento di avviare un rinnovamento della classe dirigente e di impegnarsi a fondo per la comunità.  E’ stata la disponibilità di tanti  di loro, è stata questa risposta nuova e importante all’appello da noi rivolto ai cittadini a scendere in campo per allargare e qualificare il campo delle forze tradizionalmente impegnate nella vita politica ed amministrativa della nostra città, a darmi  la spinta decisiva per accettare questa sfida. E’ la loro disponibilità che ci dà la forza necessaria per vincere queste elezioni.

Ho visto che da qualche parte ci hanno consigliato di non tenere la manifestazione di apertura della nostra campagna elettorale in questo teatro perché non ha portato bene nelle occasioni precedenti. Li rassicuro. Questo è un luogo di cultura e dove c’è cultura non può esserci sfiga. Inoltre come dice una famosa canzone noi “Siamo nati per combattere la sorte ma alla fine abbiamo sempre vinto noi”. Tranquillizzatevi o se volete agitatevi pure, ma sfiga o non sfiga vinceremo noi anche questa volta.

Il compito che personalmente mi assumo è di saper essere nei prossimi cinque anni il garante di un lavoro di squadra. Un lavoro che è essenziale per riuscire ad attuare il nostro programma. Voglio contribuire a far maturare una nuova classe dirigente che tra cinque anni possa camminare da sola e garantire quel ricambio generazionale che non è rinviabile ma del quale vanno costruite quelle condizioni che fino ad ora sono mancate.

Lavorare insieme è la nostra parola d’ordine la nostra sfida. Sollecitare la partecipazione di tutti i cittadini è la condizione per riuscire in una impresa difficile. Nel nostro programma indichiamo gli strumenti affinché questo non resti un auspicio ma diventi un terreno concreto di impegno.

Noi non crediamo che possa esistere qualcuno in grado di affrontare da solo una situazione così complessa.  Siamo tutti piccoli uomini e piccole donne. Da soli possiamo fare poco in molti possiamo fare tanto. Vogliamo perciò mobilitare tutte le energie, tutte le intelligenze di cui questa città pure dispone. Sono consapevole che il mio compito primario sarà mettere in sinergia tutte le personalità, tutte le competenze che questa coalizione ha saputo chiamare a raccolta e aprire a ogni forma di collaborazione possibile con le associazioni del volontariato, le organizzazioni sindacali, le associazioni di categoria, le forze della cultura, le competenze.

Anche dalla mia attività professionale ho imparato che la qualità di una leadership non si misura sulla volontà di comando ma sulla capacità di saper ascoltare, di saper coinvolgere e far emergere i talenti delle persone con cui si lavora,  di saper fare sintesi.

Ricordate nessuno possiede la ricetta giusta che è sempre il frutto di ascolto e di confronto, perché nessuno di noi è intelligente più di quanto lo siamo tutti assieme.

Porre fine all’eccessiva personalizzazione. Saper essere un collettivo, una vera squadra. Questa è la nostra convinzione, il nostro impegno perché lavorare insieme con un obiettivo comune è l’unico modo per riuscire a raggiungere una meta.

E allora, lavoriamo insieme con intelligenza e con tenacia. lavoriamo insieme per adeguare la città ai cambiamenti e per provare a governarli.

Lavorare insieme significa sempre, in ogni occasione, vincere insieme. Oggi lavorare insieme, saper fare squadra, significa far vincere Capua.

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