

Antonino Pompeo Rendina è stato un protagonista di primo piano della resistenza antifascista, della ricostruzione della provincia di Caserta, delle lotte per l’emancipazione delle classi lavoratrici e della costruzione della democrazia nel Mezzogiorno e nel Paese. Avvocato autorevole del foro di Santa Maria Capua Vetere, dotato di una cultura giuridica non comune, come scrisse Giorgio Napolitano nel telegramma inviato alla famiglia in occasione della sua morte. Con Napolitano, Pompeo e la famiglia della moglie Antonietta Volpe, sono stati legati da rapporti di amicizia fin dai tempi in cui Giorgio, inviato da Amendola a dirigere la Federazione comunista di Caserta dal 1951 al 1956, si trasferì da Napoli a Santa Maria Capua Vetere, dove Pompeo si era trasferito per esercitare la sua profesione. Gaetano Volpe, cognato di Pompeo, fu il successore di Napolitano alla guida della federazione del PCI. Pompeo Rendina è stato, inoltre, Senatore della Repubblica nella IV legislatura, con l’incarico di segretario della II Commissione permanente Giustizia e autorizzazioni a procedere, dal 5 luglio del 1963 al 4 giugno del 1968; poi primo Sindaco comunista della città di Capua nel 1975. Sia nell’attività professionale che nell’impegno politico Pompeo si distingueva per i suoi modi gentili – a volte persino eccessivi – che aveva ereditato dalla madre, Anna La Monaca, impegnata per passione a dare lezioni di galateo alle signore di Capua nella sua casa di via Ottavio Rinaldi, insieme alle altre due figlie Mena e Antonietta. Modi gentili che riusciva a fare convivere con un carattere ribelle che prendeva il sopravvento ogni qual volta si trovava di fronte ad una ingiustizia, ad un sopruso, a un atteggiamento di arroganza o di prevaricazione. Pompeo nacque a Capua il 28 febbraio del 1922, nell’anno della marcia su Roma, che inaugurò il terribile ventennio fascista culminato nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Il padre aveva vinto un concorso nelle Ferrovie dello Stato come capostazione, dopo aver abbandonato gli studi in medicina a causa della morte prematura dei genitori. L’abbandono degli studi Universitari impedì a Giovanni Rendina di coltivare la sua grande passione per gli studi umanistici. Era un uomo di cultura e un antifascista convinto, legato a un gruppo d’intellettuali che riuscì, nel corso del ventennio fascista, a mantenere vivo un confronto politico e culturale su una idea della politica e dello Stato diversa da quella che il regime imponeva con ogni mezzo e con un controllo autoritario e pervasivo della società. Il gruppo si ritrovava presso il Museo Campano, anche per l’interesse che i suoi membri nutrivano per la storia e la tutela dei beni culturali. Si riuniva nelle stanze di Palazzo Antignano, con il direttore del Museo Luigi Garofano Venosta, discendente di una famiglia della borghesia Capuana che aveva avuto una comunanza d’interessi professionali e di ideali rivoluzionari con Domenico Cirillo, il grande medico napoletano, incarcerato e condannato a morte dai Borbone, a causa delle sue idee illuministiche e giacobine e al ruolo di rilievo che aveva assunto nella rivoluzione partenopea del 1799. Giovanni Rendina esprimeva apertamente le sue posizioni critiche nei confronti del regime Mussoliniano, suscitando spesso preoccupazioni nella famiglia, preoccupata di possibili ritorsioni sul lavoro. Pompeo ereditò dal padre non solo l’interesse per gli studi umanistici, nei quali eccelse già da brillante studente del Liceo Classico di Santa Maria Capua Vetere, ma anche le idee socialiste, tanto da partecipare giovanissimo all’attività dei gruppi antifascisti che operavano in città ed in particolare quello che aveva come riferimento Alberto Iannone, intellettuale marxista, cui il regime mussoliniano aveva negato sia l’attività di giornalista che l’insegnamento pubblico, ma che riuscì, attraverso le sue lezioni private e soprattutto con il suo esempio, a trasmettere a molti giovani i valori socialisti, democratici e liberali, tanto che con le sue lezioni private, tenendo vive le idee che si volevano cancellare, formò una parte importante di quella che fu la classe politica e dirigente dei partiti della sinistra e del movimento operaio nella Terra di Lavoro liberata. Tra questi, oltre a Pompeo, anche Antonio Bellocchio (prima dirigente provinciale della Federterra e della federazione comunista di Caserta, poi consigliere regionale in Campania dal 1970 al 1976 e deputato della Repubblica dal 1976 al 2002) ed Enzo Raucci (prima dirigente provinciale della CGIL e poi deputato dal 1960 al 1976, infine dirigente nazionale della Confcoltivatori). Tre parlamentari della Repubblica che hanno avuto un ruolo rilievo nazionale per la loro capacità di contribuire all’attività legislativa del parlamento in settori di rilievo come quelli della giustizia (Pompeo Rendina), della politiche fiscali e di bilancio (Vincenzo Raucci), delle indagini parlamentari sulle stragi che hanno segnato la storia repubblicana italiana (Antonio Bellocchio). Negli anni della seconda guerra mondiale, che lo vide partecipe da ufficiale dell’aeronautica di stanza a Bari, Pompeo fu costretto a sospendere gli studi universitari. Rientrato in città dopo l’armistizio ed il terribile bombardamento della città del 9 settembre del 1943 partecipò all’attività di gruppi di partigiani e, dopo la liberazione di Capua, avvenuta il 6 ottobre del 1943, entrò a fare parte del Comitato nazionale di liberazione cittadino, come rappresentante del PCI e poi della prima giunta municipale di Capua dopo le libere elezioni amministrative del 1946. La ripresa degli studi universitari, il conseguimento della laurea in giurisprudenza e, subito dopo, l’inizio della professione di avvocato limitò per una fase il suo impegno politico al ruolo di consigliere comunale a Capua, a differenza di Antonio Bellocchio e di Vincenzo Raucci, con i quali fu sempre legato da rapporti di profonda stima e di amicizia, che invece si dedicarono a tempo pieno prima all’attività sindacale e poi a quella di funzionari del PCI. A Capua ebbe anche una breve esperienza di assessore comunale quando nel 1946 la lista “Torre Normanna e Ponte Romano”, costituita da PCI, PSI, Partito d’azione e indipendenti, aveva conquistato la maggioranza assoluta. Nel corso delle lotte per la terra, che segnarono gran parte degli anni dal 1944 al 1949, e poi durante gli anni Cinquanta – caratterizzati dai movimenti per il lavoro, dagli scioperi a rovescio, dalle lotte per il salario e per i patti agrari – Pompeo fece parte da avvocato dei collegi di difesa dei dirigenti politici e sindacali arrestati e processati a causa della feroce repressione scatenata dagli agrari e dai primi governi centristi. Nel 1954 fece parte insieme a Lelio Basso, a Francesco Lugnano e all’avvocato Simoncelli del collegio di difesa di Vincenzo Raucci e dei braccianti che erano stati arrestati nel corso di una manifestazione – organizzata a Casal di Principe nell’ambito di una giornata di mobilitazione nazionale indetta dalle organizzazioni sindacali, per la difesa dell’iscrizione dei braccianti negli elenchi anagrafici, il riconoscimento delle malattie professionali, l’indennità di malattia e infortunio, l’aumento degli assegni familiari, il sussidio di disoccupazione. Erano le lotte che con i loro strascico di processi e condanne consentirono ai braccianti di conquistare il sussidio di disoccupazione e ai lavoratori di affermare i primi diritti salariali e sindacali che saranno poi estesi con la stagione dell’autunno caldo del 1969. Insomma fu quella una fase nella quale Pompeo partecipò allo scontro sociale e politico sia da dirigente della sezione del PCI sia come avvocato “militante”, difendendo quasi tutti i numerosi lavoratori, dirigenti politici e sindacali della provincia di Caserta che subirono denunce, arresti e processi. In quegli stessi anni fu anche avvocato di parte civile nel processo per l’assassinio del sindacalista siciliano Salvatore Carnevale, avvenuto a Sciara, in provincia di Palermo, il 16 maggio del 1955. Una vicenda molto nota perché raccontata nel libro “Le parole sono pietre” di Carlo Levi. Benché il fatto fosse avvenuto in Sicilia la Cassazione trasferì il processo presso la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere per motivi di ordine pubblico. Salvatore Carnevale, sindacalista socialista, fu ucciso con due colpi alla testa ed uno in bocca perché si era ribellato alle minacce della mafia, prima organizzando i contadini nell’occupazione delle terre incolte e poi uno sciopero dei lavoratori in una cava dove si lavorava senza tutele per undici ore al giorno. Pompeo rappresentò nel processo la madre della vittima, Francesca Serio. Fu quello uno dei pochi delitti di mafia che in quegli anni riuscì ad arrivare fin nell’aula di un tribunale. Le elezioni politiche del 1963 videro l’elezione di ben tre parlamentari del PCI in provincia di Caserta: la conferma di Enzo Raucci e l’elezione di Angelo Iacazzi alla Camera dei Deputati e l’elezione al Senato, nel collegio di Aversa, di Pompeo Rendina. Si trattò di una legislatura nella quale l’indirizzo costruttivo che caratterizzò l’opposizione comunista, nonostante le difficoltà nel dialogo con il governo (segnato dallo svuotamento dei propositi riformatori impresso dalla DC al centrosinistra) consentì a Pompeo Rendina di mettere al servizio del Senato della Repubblica le sue competenze sulle questioni della giustizia e di esaltare il carattere propositivo del suo approccio e della sua azione politica. È emblematico in tal senso il discorso pronunciato nella seduta del 26 novembre del 1964 sulla “Legge per la prevenzione e repressione della delinquenza organizzata” che appariva inadeguata di fronte alla gravità e alla forma moderna che il fenomeno mafioso aveva assunto in quegli anni. Basta pensare che la maggioranza di governo si opponeva persino all’uso della parola mafia che il PCI aveva proposto di inserire nel titolo e nel corpo delle della legge. Nel suo intervento Pompeo Rendina illustra concetti che oggi appaiono scontati ma che allora non lo erano affatto: “Noi diciamo che l’associazione mafiosa è un’associazione a delinquere. Ma noi non vogliamo definire il delitto di mafia, vogliamo bensì reprimere, combattere, contenere un’organizzazione reale, che è antisociale. Vogliamo dire con questa legge che chiunque appartenga alla mafia è per questo fatto colpevole di fronte alla società e passibile di misure preventive; questo è lo scopo che intendiamo raggiungere, non quello di creare il delitto di mafia, che non potrebbe essere configurato neanche dalla più ardita fantasia. Non esistono infatti che singoli delitti di rapina, di omicidio, di incendio, di strage, di associazione per delinquere. La mafia, noi diciamo, è una reale organizzazione che agisce obiettivamente contro la società e coloro i quali si schierano con la mafia, la sostengono, l’appoggiano, coloro i quali agiscono come mafiosi, sono dei soggetti a cui debbono essere applicate misure di prevenzione ai sensi della legge del 1956 modificata, per gli aspetti peculiari già indicati, dalla presente legge. Questo è lo spirito delle norme che noi stiamo esaminando: vogliamo, cioè colpire il mafioso per la sua pericolosità sociale … Noi, ripeto, abbiamo tutta la volontà di dare il nostro appoggio a questa legge, ma non potremmo farlo assolutamente se essa venisse snaturata … “. Un carattere propositivo e di alto profilo dell’opposizione che emerge anche quando nella seduta del 3 febbraio del 1965 illustra la mozione, di cui era primo firmatario Umberto Terracini, che impegnava il governo a presentare alle Camere gli elaborati in ordine alla riforma dell’ordinamento giudiziario. Egli, infatti non si limitava a denunciare lo stanziamento di bilancio squallidamente inadeguato per la giustizia ma avanzava precise proposte ispirate da valori autenticamente di sinistra: “Non crediamo che la crisi della giustizia sia tutto nel cattivo funzionamento degli uffici, nell’insufficienza degli organici dei magistrati, nella pendenza pesante dei processi, nella carenza degli edifici … La crisi più profonda e reale è nella sfiducia che il cittadino medio italiano ha verso lo stato … nella sua capacità di rendere giustizia … di dar vita ad una società fatta a livello e sulla dimensione dell’uomo … una società dalla quale sia bandito lo spettacolo della corruzione e delle facili fortune, del disordine e delle spaventose disuguaglianze … bisogna prendere le mosse dalla Costituzione per eliminare tutta la legislazione che fosse incompatibile con il suo spirito e con l’ordinamento giuridico che ne scaturiva. Ma ciò non è stato fatto, e il vecchio che è rimasto, si è inserito nel nuovo con la sua forza di sopravvivenza e la sua capacità di corrosione”. Pompeo Rendina dopo l’esperienza al Senato si era dedicato prevalentemente all’attività professionale, alla sua famiglia, ai suoi tre figli – Giovanni, Massimiliano ed Ivo – ma a metà degli anni Settanta decise di accogliere un pressante invito del partito che comportò un suo breve ritorno all’impegno politico attivo sul piano istituzionale, con la sua elezione a sindaco di Capua nel 1975. Fu quella una bella anche se parziale vittoria, tra l’altro resa amara dall’improvvisa morte di Enzo Ligas, cui Pompeo era molto legato, colpito da un aneurisma mentre era al seggio elettorale. Enzo era un giovane dirigente della sezione, proveniente da una famiglia di forte cultura conservatrice, arrivato al partito sull’onda delle lotte studentesche, e certamente quello più dotato sul piano culturale tra i tanti studenti che, all’inizio degli anni settanta, sull’onda della contestazione giovanile del 1968, si iscrissero alla federazione giovanile comunista e al PCI in Terra di Lavoro. La proposta della candidatura di Pompeo a capolista del Pci fu avanzata dalla sezione del PCI di Capua, di cui era allora segretario Sandro Ammirato, un ferroviere proveniente da una famiglia di comunisti fin dai tempi della clandestinità. Serviva una candidatura in grado di rispondere all’esigenza – nata dal fallimento dell’amministrazione guidata dal 1970 dall’onorevole Manfredi Bosco, figlio dell’ex ministro Giacinto Bosco – di dare credibilità alla proposta di un’alternativa di governo alla democrazia Cristiana. La speranza che il figlio del ministro Giacinto Bosco, che aveva gestito la fase dell’industrializzazione dell’area casertana, riuscisse a riempire di industrie i due nuclei Asi di Capua Nord e Capua Sud, era clamorosamente svanita con la chiusura, dopo solo due anni di attività, dell’Italcolor, l’unica fabbrica arrivata in città nel corso della gestione amministrativa del sindaco Manfredi Bosco. Il Pci contrappose alla proposta democristiana di proseguire un modello di industrializzazione del quale – come dimostrò il processo di deindustrializzazione degli anni successivi – erano venute meno le condizioni, un progetto politico e programmatico innovativo, anticipatore dell’idea, che si sarebbe affermata più avanti, di uno sviluppo integrato, capace di rivalutare le vocazioni e le risorse del territorio. Uno sviluppo che doveva far leva innanzitutto sulla valorizzazione dello straordinario patrimonio storico e culturale di Capua, da riusare non solo in rapporto alle potenzialità turistiche, ma anche in funzione della promozione delle risorse produttive della zona del basso e del medio Volturno, nella quale spiccava la presenza delle partecipazioni statali – con aziende zootecniche e industrie di trasformazione –, dell’imprenditoria locale legata alla filiera della mozzarella di bufala, dell’ortofrutta, della media impresa industriale, che si era sviluppata nel polo industriale del Volturno nord. Un centro, insomma, finalmente in proiettato sull’obiettivo di ritrovare le funzioni proprie di una città. Un progetto – nato da una discussione molto impegnata e molto vivace che si era sviluppata in quegli anni nella sezione, rinnovata da una forte adesione di giovani e di operai – su cui si ritrovarono anche Psi e Psdi, cui la figura di Pompeo Rendina conferiva un forte connotato di credibilità. La Dc perse la maggioranza assoluta e ciò consentì alla sinistra di dar vita ad un’amministrazione minoritaria che si reggeva sull’astensione del gruppo della Dc. Fu un’esperienza breve, che durò solo quattordici mesi. Nonostante una situazione finanziaria gravissima, che richiedeva sforzi notevoli anche per il solo pagamento degli stipendi ai dipendenti comunali, l’amministrazione Rendina riuscì ad impostare un buon lavoro. Per la prima volta si mise mano ad un piano di recupero del centro storico fondato sul concetto nuovo della valorizzazione dei beni culturali e architettonici; alla riorganizzazione degli uffici e dei servizi; alla municipalizzazione del servizio della nettezza urbana; ad un piano di risanamento della periferia e delle scuole. Si trattava di un lavoro che fu concretamente avviato ma che richiedeva tempi medio lunghi. La Dc seppe approfittare della difficile situazione della finanza locale per logorare l’amministrazione e passare dall’astensione all’opposizione al momento opportuno. Nelle elezioni amministrative anticipate del giugno del 1977, nonostante una significativa avanzata in seggi e voti del Pci, la spaccatura interna al Psi, tra la sezione del centro e quella di Sant’Angelo in Formis – che si concluse con la rinuncia alle candidature di esponenti della frazione –, consentì alla Dc di riconquistare la maggioranza assoluta. Con quella esperienza si chiuse l’impegno attivo di Pompeo in politica, anche se egli non rinunciò mai a dare il suo contributo al dibattito politico negli organismi provinciali del Pci e poi del Pds e dei Ds, nonostante avesse subito anche qualche torto personale nel corso della sua militanza politica nel PCI. Tanto che con la fine del PCI e la nascita del Partito Democratico della Sinistra Pompeo accettò di presiedere il comitato federale della federazione di Caserta, per contribuire con la sua storia personale, il suo attaccamento al partito, la sua autorevolezza a tenere insieme il nucleo fondamentale della forza politica e sociale a cui aveva dedicato buona parte delle sue energie e che non aveva retto alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e alle conseguenze che quell’evento di portata mondiale era destinato ad avere sul sistema politico italiano. Ricordo il lungo colloquio che ebbi con Pompeo nel corso dell’ultima visita presso la sua abitazione, pochi mesi prima della morte avvenuta nel giugno del 2012 a causa di una malattia che lo aveva colpito subito dopo la scomparsa della moglie Antonietta, con cui aveva avuto un legame molto forte di amore, passione e anche di condivisione degli ideali politici. In lui c’era una lucida consapevolezza della crisi politica italiana e una forte preoccupazione per l’indebolimento dei partiti, la crisi profonda di tutti i corpi intermedi, come strumenti indispensabili per la partecipazione consapevole dei cittadini alla vita pubblica. Più che l’amarezza nel constatare la fine dei suoi ideali di gioventù, che pure era in lui molto forte, prevaleva l’apprensione per gli effetti che la frammentazione politica e sociale, l’avanzare inarrestabile della cultura individualista, esercitavano sulla tenuta del tessuto connettivo della società e sulle prospettive del sistema democratico che lui e la sua generazione, uscita dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, avevano contribuito a costruire. Le sue considerazioni conclusive di quella lunga chiacchierata furono di sottolineatura del valore straordinario rappresentato dalla passione civile, dell’impegno politico e sociale, testimoniati attraverso la disponibilità a qualsiasi sacrificio personale da tanti compagni con cui aveva condiviso le battaglie di una vita – compagni di cui richiamò spesso l’esempio ed il ricordo commosso. Il valore di un esempio da considerare come preziosa risorsa di cui conservare memoria da utilizzare come un ancora cui aggrapparsi per evitare la deriva delle conquiste sociali e democratiche, di quel processo di emancipazione delle classi lavoratrici affermatosi nei decenni successi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, grazie a quel senso forte di comunità, di comune destino, maturato nell’opinione pubblica nel corso della tragedia di una guerra che abbiamo il dovere di non far ritornare. Considerazioni profetiche se analizziamo a quale livello di gravita le crisi della politica, della democrazia e della civile connivenza sono giunte oggi.


