Capua: dalla ritrovata libertà alla tragedia di Alberto Iannone

Dal libro “I ragazzi del professore” Capitoli I e II https://www.ediesseonline.it/prodotto/i-ragazzi-del-professore/

1) Il presagio

Capua 4 gennaio 1945: Margherita si sveglia presto, come fa ogni giorno dal suo ritorno in città. Se ne era allontanata con il marito e la figlia nell’estate del 1943. Era stata un’estate di fuoco. La scelta di sfollare era scaturita da valutazioni molto stringenti. Da un lato gli sviluppi degli eventi bellici imponevano la messa in sicurezza della famiglia. Con lo sbarco degli alleati in Sicilia, infatti, i bombardamenti sui centri urbani si erano fatti sempre più incalzanti. Il destino di Capua, nodo strategico di comunicazione e importante centro militare, appariva inesorabilmente e drammaticamente segnato. Dall’altro, la destituzione di Mussolini – operata il 24 luglio dal Gran Consiglio del fascismo – induceva a un cambiamento di fase nell’attività clandestina dei partiti democratici. E così per mesi avevano vissuto spostandosi nelle campagne verso Villa Volturno (così si chiamava il comune che accorpava gli attuali municipi di Bellona e Vitulazio), Calvi, Teano. Fino a quando, intorno alla metà dell’ottobre del 1943, andati via i tedeschi, il comando inglese aveva inviato delle persone a «prelevare» Alberto Iannone a San Secondino – frazione di Pastorano – per affidargli il controllo dell’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia per i reati minori nella città di Capua. Una scelta indovinata, perché i cittadini si erano subito stretti intorno al- l’uomo che, con la sua coerenza e la sua non comune cultura, aveva saputo conquistare la stima e la fiducia di tutti nel corso di quel ventennio fascista che lasciavano alle loro spalle, con tutto il carico delle sofferenze e delle persecuzioni patite. Il ricordo di quel periodo drammatico e la convinzione di aver voltato definitivamente pagina rendono ancora più piacevole il risveglio. È straordinario respirare l’aria nuova di libertà, ritrovare la normalità della vita familiare. Certo, Alberto deve dedicare gran parte della giornata alla ricostruzione della città, completamente distrutta, materialmente e moralmente, dal bombardamento del 9 settembre del 1943. Un impegno totalizzante che cambia qualcosa d’importante nel loro rapporto. Lei, infatti, si era legata a quest’uomo di quattordici anni più anziano, fin dal 1930, all’età di diciassette anni, anche se si erano sposati solo dieci anni più tardi. Con lui era cresciuta sul piano culturale e politico, condividendone ogni giorno ansie, sofferenze, speranze. Insieme avevano animato gli ambienti antifascisti clandestini di Terra di Lavoro, il cui territorio era stato in gran parte ricompreso nella provincia di Napoli, dopo la soppressione della provincia di Caserta operata dal fascismo nel 1927 (vedi Giuseppe Capobianco, Fascismo e modernizzazione. La scomparsa di Terra di Lavoro nel 1927, Centro studi «Corrado Graziadei», 1991). Al suo fianco aveva attraversato il drammatico autunno di lotta partigiana, vissuto da protagonista di azioni di sabotaggio e dell’uccisione di un soldato tedesco. Sempre si era lasciata guidare da lui. Ora tutto sta cambiando. Non solo i numerosi impegni pubblici del marito ma anche la responsabilità che le è stata assegnata di coordinare i circoli dell’Unione donne italiane (Udi) nella zona, le impongono di imparare a fare da sola, di decidere in piena autonomia. Per il carattere vivace, tenace, e anche un po’ ribelle, vive questa condizione come un’occasione, un’opportunità che può farle compiere un salto di qualità nella sua formazione politica. Margherita ha trentadue anni e, grazie al nuovo incarico, frequenta a giorni alterni, il pomeriggio, la federazione comunista di Napoli. Qui entra in contatto con personalità di rilievo. Conosce il mitico Velio Spano, già collaboratore di Gramsci, condannato dal Tribunale speciale, espatriato in Francia e in Egitto, animatore delle brigate garibaldine nella guerra civile in Spagna, fondatore con Giorgio Amendola di un giornale comunista a Tunisi, dove è condannato due volte in contumacia dal governo alla pena di morte, e dove forma un dirigente comunista del calibro di Maurizio Valenzi. Frequenta il severo responsabile di organizzazione, Salvatore Cacciapuoti, dal quale apprende un metodo di lavoro fondato su una rigorosa intransigenza. Stabilisce un rapporto di stima e di amicizia con Maddalena Secco, della Commissione nazionale femminile del partito. Questa nuova esperienza suscita in lei, così avida di apprendere e di crescere politicamente, grande entusiasmo. Tuttavia non vuole spingere la sua autonomia fino al punto di rinunciare completamente all’aiuto del marito. Perciò, quella mattina del 4 gennaio, si sveglia avendo in testa un pensiero fisso, che la tormenta da giorni e che è motivo di tensione tra i due: convincere Alberto a intervenire per fare assegnare all’Udi un locale in Piazza dei Giudici, in un palazzo che fa angolo con Via Duomo, da cui si apprezza una veduta spettacolare della bellissima piazza principale della città. Il locale, infatti, si trova di fronte al cinquecentesco Palazzo della regia Corte di giustizia, sede del municipio, decorato al pian terreno con le protomi – Giove, Nettuno, Mercurio, Giunone, Cerere, Marte – provenienti dalle chiavi d’arco delle strutture dell’Anfiteatro dell’Antica Capua, e, al piano nobile, dal balcone arengario emergente sul lato della facciata adiacente alla Chiesa di Sant’Eligio, seguita a sua volta dall’arco Mazzocchi con la soprastante Loggia dell’Udienza. In quell’ambiente, riflette tra sé, l’Udi acquisirebbe ben altra visibilità. Da alcuni mesi all’associazione è stato assegnato un locale nel retro del Comune. Un locale, comunque, per niente male, visto che le consente di organizzare lunghe e partecipate discussioni sulla condizione della donna, e, ogni sabato sera, delle piccole festicciole, alle quali partecipano perfino ufficiali e soldati del vicino Pirotecnico esercito. È, però, appartato. In Piazza dei Giudici sarebbe tutta un’altra cosa. L’intervento del marito può essere decisivo. Alberto è la massima autorità della città: ha ricevuto l’incarico dalla federazione comunista napoletana «di costituire a Capua il Cnl [Comitato nazionale di Liberazione] e di entrarvi da socialista» (Margherita Troili, Una donna ricorda, Il Ventaglio, Roma, 1987) è diventato membro del Cnl provinciale, assessore comunale, e inoltre è stato designato, dal 1° febbraio del 1944, dal dirigente dell’ufficio del lavoro di Napoli, il dottor Alfredo Sorrentino, collocatore capo zona della sottosezione di collocamento di Capua. Insomma, se sostiene la richiesta dell’Udi, è fatta. Alberto, però, è un uomo rigoroso e severo. Lo è soprattutto verso se stesso e i suoi familiari. Margherita lo sa molto bene. Ricorda perfettamente quanto accaduto pochi mesi prima. Si avvicinava una festività e aveva deciso di utilizzare le belle tende azzurre del suo salotto per cucire un vestito nuovo alla figlia Mariateresa. Terminata l’opera, le mostrò orgogliosa la bambina. La sua reazione la gelò: «Ma ti pare che con la miseria e la fame di cui soffre Capua mia figlia possa andare in giro vestita in questo modo?». Ne seguì una spiegazione pacata ma chiara nelle conseguenze pratiche, al termine della quale si vergognò di quello che aveva fatto e ripose il vestito nell’armadio. Certo questa volta la questione è diversa e lui non è stato così brusco. Non ha escluso un suo interessamento. Ha solo deciso di prendere tempo. Vuole verificare se il locale è stato oggetto di altre richieste, se vi sono altre priorità. Tuttavia questa volta Margherita non ha nulla di cui vergognarsi. La sua richiesta nasce da ragioni politiche e non personali. Anzi è convinta che ora sia Alberto a esagerare e perciò da alcuni giorni gli porta il broncio. Quella mattina del 4 gennaio, appena sveglia, tenace come è, torna alla carica. Dopo aver affidato ai nonni Mariateresa, che era arrivata ad allietare la loro unione da circa quattro anni, chiede ad Alberto di recarsi con lei a ispezionare quel locale. Vuole spiegargli sul posto perché, cambiando sede, l’attività dell’Udi può risentirne positivamente. Vuol fargli capire che, se gli dà una mano, non lo fa per assecondare un capriccio della moglie, ma per rispondere a un’importante esigenza politica di un’organizzazione che svolge un ruolo decisivo nella battaglia per l’emancipazione femminile. Una questione certo non secondaria nel processo di costruzione di una democrazia avanzata in Italia e in particolare nel Mezzogiorno. Ha toccato il tasto giusto per ottenere almeno la disponibilità all’ascolto. Scendono le scale della casa di Via Roma, nel palazzo ad angolo con la strada che porta il nome della Chiesa di San Martino alla Giudea (ricordo della presenza a Capua di una comunità ebraica dalla metà del XII secolo, fino all’espulsione avvenuta nel 1540). Percorrono il breve tratto che li separa dall’arco del Museo campano. Qui imboccano Via Duomo. Giunti in Piazza dei Giudici rimangono attoniti: il palazzo dove è ubicato il locale è ridotto a un cumulo di macerie. È crollato nella notte. I danni prodotti dalle bombe hanno permesso alle piogge di minarne la stabilità. Non è il primo a finire in quel modo a causa di quel maledetto bombardamento del 9 settembre 1943, e, purtroppo, non sarà neppure l’ultimo. Dopo qualche minuto è Margherita a rompere il silenzio sussurrando: «Pensa se ci fossi stata io lì dentro»; e Alberto, abbracciandola: «Starei a scavare con le unghie e con i denti, disperatamente» (Margherita Troili, op. cit.)

2 – La tragedia

La mattina successiva un’altra giornata faticosa attende Alberto Iannone: deve avviare alcuni operai al lavoro, assolvere il suo ruolo di coordinatore del Cnl e poi ancora pensare all’Eca, l’Ente comunale di assistenza, la cui gestione di fatto è ormai anch’essa caduta sulle sue spalle. In città si vive una situazione politica delicata. Da qualche giorno il sindaco Andrea Mariano ha rassegnato le dimissioni. Il Cnl è entrato in contrasto con il prefetto di Napoli, che ha destituito la giunta comunale senza motivate ragioni. Forse qualcuno sta passando all’attacco di un quadro politico cittadino giudicato troppo sbilanciato a sinistra. Sa che tocca innanzitutto a lui trovare un nuovo equilibrio. La rottura dell’unità dei partiti antifascisti avrebbe effetti deleteri. Nella riunione del Cnl del 2 gennaio, alla quale non aveva partecipato il rappresentante della Dc, era stato bravo a evitare che le tensioni producessero rotture difficilmente ricomponibili. Aveva proposto un documento molto equilibrato, nel quale i partiti segnalavano l’indisponibilità a sostenere un nuovo sindaco che non fosse espressione del Cnl. Queste tensioni lo riportano con la mente indietro di qualche mese facendogli pensare di aver fatto bene quando, pochi mesi prima, di fronte alla proposta avanzatagli dal partito di trasferirsi a Roma, per lavorare alla redazione di un giornale, aveva deciso di prendere tempo. Non se l’era sentita di lasciare i suoi impegni a Capua di punto in bianco, nonostante le insistenze di Margherita a trasferirsi subito nella capitale. Aveva ritenuto fosse prematuro lasciare la presidenza del Cnl locale. Doveva continuare a interessarsi della ricostruzione del Laboratorio pirotecnico, prima fonte di lavoro per Capua.Era soprattutto per ricostruire quella fabbrica che aveva accettato l’incarico di collocatore. Con gli operai del Pirotecnico aveva un forte legame, fin dai tempi della clandestinità. Era profondamente consapevole del ruolo essenziale di quei lavoratori per il tessuto democratico della città. Una classe operaia così legata al proprio stabilimento da aver trovato la freddezza e il coraggio, nei momenti drammatici del dopo armistizio, di sotterrare le macchine ed evitare che i tedeschi le distruggessero. E poi aveva bisogno del tempo necessario per formare un valido sostituto alla direzione dell’ufficio del lavoro, preparargli il terreno, evitare che un posto così importante finisse nelle mani di qualcuno che lo usasse per fini di puro potere. Certamente l’impresa si stava rivelando più lunga del previsto. Con questi pensieri ancora nella mente saluta Margherita. Lei come tutte le mattine si assicura che non porti con sé più soldi del necessario, per evitare che, come spesso accade, ritorni a casa con le tasche vuote. Lui è fatto così: di fronte all’aiuto richiesto dalle tante persone in difficoltà che gli si rivolgono, alle quali non riesce sempre a dare un lavoro, si priva di tutto ciò che porta con sé. Forse quella mattina ha fretta e perciò, contravvenendo alle sue abitudini, dedica meno tempo del solito alle tante persone che quotidianamente lo trattengono lungo il percorso che lo conduce all’ufficio, per chiedergli un aiuto, un consiglio o semplicemente per salutarlo. Fatto sta che alle nove Alberto Iannone e cinque operai in procinto di essere avviati al lavoro rimangono schiacciati dal solaio del palazzo del Corso appio dove ha sede il collocamento. È crollato a causa dei danni causati dal bombardamento e dalle continue infiltrazioni di acqua piovana.Quel che accadde poi lo conosciamo dalle toccanti pagine che Margherita dedica nel suo libro al ricordo di quelle tragiche ore: «Sulla soglia io, sola. Sola con il bisogno di scavare con le unghie e con i denti, disperatamente. E poi la speranza e la corsa da un ospedale a un altro ospedale. La sosta in quello di Santa Maria Capua Vetere, ove un infermiere, incurante della mia presenza, sollevando una gamba di uno di loro che io credevo solo ferito e lasciandola cadere, esclamò quasi indignato o infastidito: “Che cazzo li avete portati a fare. Questi sono Morti”. E poi; questi sei corpi scaricati – questo il termine – perché dalle barelle furono scaricati, rovesciati in terra nella sala mortuaria. E poi; io sola. Sola con questi poveri morti irriconoscibili; irriconoscibili tanto che, dopo averli guardati ancora una volta, gridai: “Alberto non c’è, bisogna tornare a Capua”. E poi; l’orologio che egli di solito portava al polso mi dà il segno della sua presenza lì, fra quelle carni maciullate. Non ci furono più dubbi. E mi sedetti per terra accanto a lui e incominciai a toccarlo, a toccarlo ancora, a parlar- gli piano quasi sottovoce, a chiamarlo. E poi; ancora la speranza perché questi sei corpi furono ricaricati sull’ambulanza e portati all’ospedale di Capua, ed io sempre con loro sull’ambulanza nel- l’ospedale. E poi; tutto come in un incubo, come in un sogno or- rendo e impossibile. I fiori, tanti tanti. Gli operai tutti che piangevano il loro compagno morto. Gli alunni, i suoi alunni. Tutto avveniva al di fuori della mia percezione. Il corteo funebre, in- terminabile, per le vie di Capua deserta. Non un balcone, un portone, un negozio aperto. I cittadini tutti erano con me. Ma io non li vedevo. Ma io non li sentivo. E poi; la piazza gremita fino all’inverosimile. Le parole del compagno Picardi che vanno e vengono. Quelle del compagno Bellocchio in nome dei giovani comunisti. E tanti, volti intorno. E tante mani protese. E tanti pugni chiusi. E io che non ero in grado neanche di soffrire! Sono rimasta sola, sola a decidere della mia vita; nessuno mi può aiuta- re. Io che tanto mi ero lasciata guidare, amare da quest’uomo meraviglioso non sono in grado di far nulla per me» (Margherita Troili, Una donna ricorda, cit.)

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