Il 26 novembre, dopo un lungo negoziato, Macron e Draghi hanno firmato al Quirinale, alla presenza del Presidente Mattarella, il “Trattato per una cooperazione bilaterale rafforzata”. Si tratta di un accordo, tra due dei principali paesi fondatori dell’UE, molto importante e non solo perché stabilisce impegni e obiettivi comuni in molte materie di estrema rilevanza politica economica e sociale: dall’istituzione di un servizio civile Italo Francese all’unità operativa a sostegno delle forze dell’ordine; dalla cooperazione economica industriale, in particolare nel settore spaziale, alla transizione digitale e ambientale; dall’Istruzione alla giustizia; dagli affari esteri alla difesa comune; dalle politiche migratorie ai controlli transfrontalieri. Di estremo rilievo politico, tenuto conto del momento in cui si colloca, è innanzitutto l’assunzione dell’impegno dei due paesi a lavorare insieme per accelerare il processo di integrazione dell’Europa, attraverso lo sviluppo della democratizzazione delle istituzioni europee e della politica economica, di bilancio e di difesa. Siamo alla vigilia dell’inizio del semestre della presidenza francese del Consiglio dell’Unione Europea, previsto per il prossimo primo gennaio, che dovrà avviare i negoziati per la riforma del patto di stabilità e di crescita. Dicembre è il mese decisivo per elaborare una bozza delle modifiche al patto di stabilità che Macron dovrà sottoporre al Consiglio Europeo. Sospeso dall’inizio della pandemia, il patto dovrà essere riformato per l’inizio del 2023. Sarà quello il banco di prova della svolta avviata con il Recovery Plan. Una svolta senza precedenti sia per la quantità di risorse mobilitate a sostegno di un piano di investimenti comuni, sia per la stessa modalità di raccolta di queste risorse che rappresentano nei fatti un primo deciso passo verso una mutualizzazione del debito e un bilancio comune. Ma per quanto il PNRR rappresenti il più imponente investimento comune in Europa dai tempi della Seconda Guerra mondiale, potrebbe non bastare a rialzare l’economia europea dopo gli anni della Grande Recessione del 2008/2009, della crisi del debito sovrano nel 2011 e dei devastanti effetti della pandemia sull’economia e sulla società. Di certo da solo non basterà ad affrontare le due sfide straordinarie dei cambiamenti climatici e della crescita delle diseguaglianze. Ciò che queste sfide richiedono è un cambiamento radicale delle regole fiscali della governante economica europea – per troppo tempo ispirate da criteri di austerità – e dello stesso assetto istituzionale dell’Unione Europea. Il limite del 3 per cento nel rapporto deficit PIL e le regole di progressivo rientro dei debiti pubblici dei Paesi membri verso il tetto del 60 per cento del PIL, previsti nel vecchio Fiscal Compact, non sono compatibili né con l’attuazione del Recovery Plan, né con l’esigenza di mobilitare le risorse necessarie per adeguare infrastrutture e assetto del territorio agli effetti dei cambiamenti climatici già in atto – ed ormai irreversibili – né con lo sforzo necessario per riuscire a contenere il riscaldamento globale nei limiti decisi con la Conferenza sul clima di Parigi, in tempo utile per evitare conseguenze catastrofiche. Tanto più considerando quanto è necessario fare sul piano fiscale per cominciare a ridurre il livello delle diseguaglianze che ha toccato punte socialmente insostenibili. Da questo punto di vista l’intesa tra Italia e Francia è importante ma non esaustiva. Sarà decisiva la Germania, ora impegnata nella transizione politica dal governo Merkel a quello guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz. Un cambio che può aiutare la svolta verso una politica più orientata alla crescita ma che dovrà fare i conti con il peso di una opinione pubblica tedesca tradizionalmente refrattaria a politiche di indebitamento e con la stessa presenza nel nuovo governo dei liberali rappresentati dal rigorista Lindner alla guida del delicato ministero delle Finanze. Servirà, insomma, un patto di ferro tra i Paesi rappresentativi della parte preponderante dell’apparato produttivo del Continente. Un patto che comprenda anche una revisione dei meccanismi decisionali all”interno dell’Unione, attraverso un più esteso ricorso al sistema della maggioranza qualificata nelle decisioni del Consiglio. Infatti è essenziale non solo cambiare i fondamenti della politica economica comune ma anche costruire un assetto istituzionale che consenta di decidere in tempi utili senza subire veti di singoli Paesi. È una esigenza dettata sia dall’altezza e dall’urgenza delle sfide che dai cambiamenti geopolitici in atto in un mondo nel quale un nuovo ordine può nascere solo dall’intesa tra grandi imperi continentali. Non bisogna poi nascondersi che ad offuscare il valore dell’accordo Franco Italiano è la precarietà del quadro politico nei due Paesi. In Francia si voterà l’anno prossimo e le previsioni non sono poi così rosee per Macron. In Italia la crisi politica è acutissima, anche se per ora tamponata dalla presidenza di una personalità come Draghi che riesce a tenere insieme una maggioranza parlamentare molto ampia e variegata. Ma il vicino passaggio dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica appare complesso al punto da poter precipitare il paese verso elezioni anticipate. Il problema è che in Europa, come nel resto dell’Occidente, la pandemia ha dato il suo contributo ad arginare l’ondata populista, perché ha dimostrato ai più che non esiste una soluzione ai problemi inediti del nostro tempo che non abbia respiro globale. Tuttavia le spinte nazionaliste e irrazionali rimangono forti e potenzialmente pericolose. Serve una alleanza consapevole di tutte le forze europeiste. Solo una alleanza per l’Europa, in grado di accelerare sul piano comunitario il processo di integrazione e di garantire anche a livello nazionale la stabilizzazione del quadro politico, può evitare pericolosi rigurgiti nazionalisti. Le elezioni presidenziali in Francia e gli sviluppi della situazione politica italiana sono un banco di prova decisivo. Non è più tempo di riproporre logore alleanze politiche tradizionali, ormai in crisi evidente in tutti i Paesi della Comunità Europea. Come dopo la seconda guerra Mondiale l’Alleanza antifascista fu fondamentale per sconfiggere nazismo e fascismo, oggi una Alleanza politica per costruire una Nuova Europa, in grado di agire come una vera potenza globale, è il passaggio necessario per sconfiggere il pericolo nazionalista e populista, per difendere e rafforzare la democrazia rappresentativa. Una intesa forte su un nuovo Patto di Stabilità e di Crescita può diventare il manifesto di questa alleanza e darle la solidità e la consapevolezza che oggi appare ancora insufficiente. Il patto tra Italia e Francia è comunque un primo passo, una spinta nella giusta direzione.
